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Geoingegneria: possiamo raffreddare il Pianeta

Riflettere la luce del Sole, aspirare anidride carbonica dagli oceani, illuminare le nubi: le tecnologie per correggere il clima esistono già, ma nessuno sa ancora chi debba decidere quando e come usarle, né chi ne pagherà il conto.

Antonio Lombardi di Antonio Lombardi
12 Lug 2026 - 17:15
in A La notizia del Giorno, A Scelta della Redazione, Cambiamento Climatico
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Con la crisi climatica che corre più veloce delle contromisure, un numero crescente di ricercatori e governi guarda a una strada che fino a pochi anni fa profumava di fantascienza. Correggere il termostato del pianeta. Si chiama geoingegneria, ed è l’insieme degli interventi tecnologici su vasta scala pensati per rallentare, o addirittura invertire, il cambiamento climatico. Uno strumento potente, dicono alcuni. Un azzardo dalle conseguenze imprevedibili, ribattono altri. E la verità, come spesso accade, sta scomoda nel mezzo di una strategia tanto ambiziosa quanto controversa.

 

Un solo obiettivo

La Royal Society ha messo ordine in un campo che rischiava di somigliare a un catalogo di idee sparse. Le tecniche si dividono in due grandi rami: la rimozione dell’anidride carbonica, sigla CDR, e la gestione della radiazione solare, sigla SRM. Nel primo gruppo entrano la riforestazione, la cattura diretta dall’aria e la fertilizzazione degli oceani. Nel secondo, l’idea è opposta e in un certo senso più spregiudicata: rispedire nello spazio una fetta della luce solare in arrivo, con l’iniezione di aerosol stratosferici oppure schiarendo le nubi. Meccanismi diversi, tempi diversi, rischi diversi. Ciò che le accomuna è la scala, enorme, e la complessità, altrettanto.

 

Perché se ne parla proprio adesso

Le temperature globali salgono, le emissioni di gas serra non rallentano abbastanza. Diciamolo chiaramente: gli sforzi di mitigazione attuali potrebbero non bastare a tenere il riscaldamento entro la soglia di 1,5°C, e forse nemmeno entro i 2°C. Lo segnala una rassegna del 2023 pubblicata su Earth-Science Reviews. Da qui l’idea che la geoingegneria possa servire a guadagnare tempo, mentre il mondo arranca verso sistemi energetici più puliti. I metodi SRM in particolare potrebbero abbassare la febbre del pianeta in fretta, evitando gli impatti più violenti. Un tempismo niente male, sulla carta. Il problema è che questa velocità va soppesata contro incertezze profonde, e il conto delle emissioni continua a crescere ogni anno mentre la temperatura risponde con ritardo.

 

Togliere carbonio dall’aria e dal mare

Le tecnologie CDR puntano a sottrarre l’eccesso di anidride carbonica e a immagazzinarlo in sicurezza. A Port Angeles, nello Stato di Washington, un progetto pilota battezzato Project Macoma sta sperimentando l’uso di acqua di mare resa meno acida per catturare anidride carbonica dall’oceano e dall’aria, come racconta il Dipartimento di Ecologia locale. Un metodo che potrebbe riequilibrare la chimica marina e limare i livelli di gas serra. Ma estendere una tecnica del genere a livello planetario? Servirebbero energia, infrastrutture e una sorveglianza normativa rigorosa, e gli effetti sull’ambiente restano ancora sotto la lente.

 

Rispedire indietro la luce del sole

La gestione della radiazione solare raffredda la Terra riflettendo la luce del Sole. Le tecniche vanno dall’aumento della luminosità delle nubi marine all’iniezione di aerosol nella stratosfera, fino ai riflettori spaziali. Sul Texas sono stati condotti esperimenti di semina delle nuvole, con particelle di sale spruzzate per aumentarne la riflettività, secondo un articolo della BBC. I primi risultati? Lievi aumenti di luminosità, ma anche la conferma di quanto il processo sia sensibile all’aria che tira, all’umidità, alle condizioni del momento.

Non tutto resta nei laboratori. Tra Canada e Norvegia, nel 2024 e nel 2025, alcuni ricercatori hanno provato sul campo un’idea sorprendentemente artigianale: pompare acqua sopra la banchisa perché gelasse e la ispessisse. Una pompa, un foro nel ghiaccio, l’acqua che si solidifica. Gesti minuscoli davanti a un problema colossale, che però qualcuno prende terribilmente sul serio, come mostra il caso della geoingegneria applicata al ghiaccio artico.

 

La scienza incerta della semina delle nuvole

La semina delle nuvole è una forma di intervento che aumenta pioggia o riflettività introducendo particelle come lo ioduro d’argento o il sale comune. Usata da decenni per far piovere, applicata al controllo del clima è invece cosa recente. Alcuni ricercatori citati da ABC News ipotizzano di illuminare le nubi per raffreddare regioni specifiche e attenuare le ondate di calore. Tecnica affascinante, per carità. Ma sperimentale, e la sua efficacia cambia con l’umidità, con il tipo di nube, con la geografia. In effetti, chi la conosce da vicino sa che il tempo atmosferico resta imprevedibile: e ciò che funziona in un cielo può fallire in quello accanto.

 

Chi decide. Monitoraggio di attività illecite

Qui la faccenda si complica. Chi stabilisce quando, dove e come impiegare queste tecnologie? E se un Paese ne trae beneficio mentre un altro subisce siccità o monsoni stravolti? Sia la Royal Society sia il Center for International Environmental Law insistono su una governance trasparente, inclusiva, coordinata a livello globale. Senza accordi internazionali, un’applicazione unilaterale potrebbe destabilizzare gli equilibri geopolitici e allargare le ingiustizie. Non è un timore astratto: gli Stati Uniti hanno già iniziato a monitorare le attività di manipolazione climatica non dichiarate, segno che il tema è uscito dai convegni per entrare nelle agende della sicurezza.

 

I rischi per la natura

L’SRM potrebbe scombinare i climi regionali, con ricadute su monsoni, precipitazioni e biodiversità. L’iniezione di aerosol rischia di intaccare lo strato di ozono, alterare le piogge e penalizzare la produttività delle piante, perché cambia qualità e quantità della luce che raggiunge il suolo. Effetti a cascata: stagioni di crescita spostate, raccolti ridotti, specie disorientate. Sull’altro fronte, l’alcalinizzazione degli oceani o la fertilizzazione con ferro possono perturbare gli ecosistemi marini, colpendo il plancton e, con lui, l’intera rete alimentare, dai pesci piccoli ai grandi predatori. Sono proprio questi rischi meteo e ambientali a far chiedere se siamo davvero pronti a premere l’interruttore.

 

La giustizia climatica

Rischi e benefici, difficilmente, cadranno in modo equo. Le nazioni più povere, quelle che hanno inquinato meno, potrebbero ritrovarsi con il cerino in mano se la geoingegneria alterasse tempo ed ecosistemi. Il CIEL lo dice senza giri di parole: interventi del genere, se controllati da Paesi ricchi o da attori privati, rischiano di acuire disuguaglianze già profonde. Perché la ricerca sia giusta, serve ascoltare voci diverse, a partire da quelle del Sud del mondo. Non un dettaglio, ma il cuore della questione.

 

La spinta verso una moratoria

C’è chi chiede di fermarsi, almeno finché non esisteranno regole condivise. La Convenzione sulla Diversità Biologica invoca limiti stringenti, per via degli impatti ancora ignoti sugli ecosistemi. Alcuni scienziati difendono una ricerca sul campo prudente; altri avvertono che perfino i test in piccolo potrebbero creare precedenti pericolosi. La Bolivia e le Filippine hanno appoggiato pubblicamente una moratoria, citando i rischi ambientali e la scarsa partecipazione dei cittadini alle decisioni. In assenza di intese vincolanti, persino gli esperimenti in buona fede potrebbero spalancare la porta a conseguenze indesiderate. E la pressione, intanto, sale.

 

Di chi potersi fidare

Ammesso di procedere, senza un monitoraggio serio non si va da nessuna parte. Modelli climatici affidabili, dati satellitari in tempo reale, osservazioni a terra: solo così si valutano davvero gli effetti di SRM e CDR. La Royal Society parla di protocolli trasparenti e concordati a livello internazionale per misurare variabili come il forzante radiativo, la dispersione degli aerosol, l’alcalinità oceanica, il sequestro del carbonio. Facile a dirsi. Molti Paesi in via di sviluppo non hanno gli strumenti per raccogliere e analizzare questi dati, e il rischio è una vera lacuna di conoscenza proprio dove gli effetti collaterali potrebbero mordere di più. Il monitoraggio, in fondo, non è solo un compito tecnico: è la base della fiducia.

 

Un’opinione pubblica confusa, e la disinformazione

Cosa ne pensa la gente? Un po’ di tutto, spesso condizionata dalla scarsità di informazioni attendibili. La parola stessa, “geoingegneria”, evoca fantasmi di scienza sconsiderata. Il CIEL avverte che certe narrazioni spinte dall’industria potrebbero far passare per normali tecnologie rischiose, nascondendone le incertezze. Servono un dialogo onesto e un coinvolgimento reale, altrimenti il consenso informato resta uno slogan.

 

Un aiuto al clima, non una scorciatoia

Su un punto gli esperti concordano quasi tutti. La geoingegneria non deve sostituire il taglio delle emissioni. La Royal Society è netta: un complemento, mai un rimpiazzo, degli sforzi di mitigazione e adattamento. Affidarsi troppo a queste tecnologie rischierebbe di raffreddare la volontà politica di decarbonizzare, come chi rimanda la dieta perché tanto c’è la pillola. La priorità resta una, ridurre l’anidride carbonica, mentre si esplorano con cautela le vie complementari.

 

Quel che ci aspetta

La geoingegneria non è una bacchetta magica. Il potenziale è reale, ma lo sono anche i pericoli. Per andare avanti servono regole internazionali solide, ricerca continua, un confronto pubblico limpido e paletti etici severi. Sia la Royal Society sia il rapporto del CIEL insistono su quadri di governance globali fondati su equità, precauzione e responsabilità. Con l’emergenza climatica che stringe, questa tecnologia resterà probabilmente nel dibattito. Se diventerà una soluzione praticabile o una distrazione pericolosa dipenderà da quanto attentamente, oggi, ne governeremo lo sviluppo. Il Riscaldamento Globale non aspetta. E le scelte di adesso peseranno per generazioni.

 

Credit

  • Royal Society
  • Center for International Environmental Law
  • Washington State Department of Ecology
  • ABC News
  • BBC Weather

 

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Antonio Lombardi

Antonio Lombardi

Dopo aver conseguito la laurea in Geologia presso l’Università degli Studi di Milano nel 2000, ha proseguito il suo percorso accademico con una seconda laurea in Astronomia presso l’Università "La Sapienza" di Roma, ottenuta nel 2006. L'interesse per l'astronomia lo ha portato successivamente a intraprendere un Master di specializzazione in Astronomia presso l’University of Arizona (Tucson, USA), uno dei principali centri internazionali per la ricerca astrofisica. In ambito professionale, si occupa anche di insegnamento, sia in contesti scolastici che in corsi e laboratori rivolti al pubblico generale, con un forte focus sull’approccio interdisciplinare tra geologia, astronomia e scienze ambientali.

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