Sopra il Polo Nord qualcosa si rimette in moto. Non è un evento clamoroso, eppure è il segnale che ogni anno segna il passaggio di consegne fra la stagione calda e quella fredda: il Vortice Polare sta tornando a formarsi. Lo racconta Judah Cohen, lo scienziato dell’Atmospheric and Environmental Research che da anni studia il legame fra la stratosfera artica e il tempo alle medie latitudini, e che ogni lunedì mette nero su bianco quello che vede nelle carte emisferiche.

Il messaggio, spogliato del gergo tecnico, è abbastanza semplice. Nell’ultima parte di agosto si assiste alla comparsa di una bassa pressione stabile sopra il Polo, e quella bassa pressione è l’embrione del vortice invernale. Nulla di precoce, nulla di ritardato. La formazione appare vicina alla media climatologica, e questo, in un mondo che ci ha abituati ad anomalie di ogni genere, quasi sorprende.

 

Un vortice puntuale, senza scorciatoie interpretative

C’era il sospetto che il Vortice Polare potesse nascere in anticipo. Le anomalie di geopotenziale sulla calotta polare mostrano infatti valori freddi in alta stratosfera che nelle prossime due settimane scendono verso i livelli intermedi, un movimento che in inverno spesso anticipa un rafforzamento della struttura. Cohen però frena, e lo fa con l’onestà di chi ha visto troppe volte i segnali estivi smentiti da ottobre. Il quadro attuale somiglia molto a quello dello scorso agosto 2025, e da un anno all’altro somiglianze del genere non hanno quasi mai portato conseguenze leggibili in anticipo. Meglio non forzare la mano, insomma.

Va detto che questa prudenza, in estate, spiega lo scienziato, la tendenza è un’alleata: le anomalie calde si ripetono, si consolidano, e chi segue il trend raramente sbaglia di molto. In inverno il discorso si rovescia. Puntare tutto sulla proiezione lineare del riscaldamento della stratosfera diventa un azzardo, perché la circolazione atmosferica può riservare rovesciamenti bruschi, come è accaduto quando il vortice ha ceduto lasciando strascichi lunghi settimane, un tema già affrontato quando il Vortice Polare è uscito di scena in primavera.

 

L’Europa spaccata in due, ancora una volta

Qui arriva la parte che ci riguarda più da vicino. L’Oscillazione Artica, l’indice che misura quanto sia compatta la circolazione polare, si trova su valori neutri e viene data fra neutra e leggermente negativa nelle prossime due settimane. L’Oscillazione Nord Atlantica è vicina alla neutralità e tende al negativo, perché sopra la Groenlandia si mantengono anomalie di pressione positive, deboli ma insistenti.

Un promontorio sulla Groenlandia significa una cosa sola: la saccatura si scava più a sud-est. E infatti il quadro previsto vede una circolazione depressionaria sull’Europa occidentale e settentrionale, Regno Unito compreso, mentre sull’Europa meridionale e orientale resiste l’anticiclone. Traduzione in termini di temperatura: valori nella norma o inferiori alla norma sul settore atlantico del continente, valori nella norma o superiori alla norma sul sud-est europeo.

Nella seconda settimana lo schema si conferma, con una sfumatura che merita attenzione. Il caldo relativo tende ad allargarsi su buona parte del continente, e a restare sotto media rimane soprattutto l’estremo occidente, Isole Britanniche in testa. È la fine di un’estate che ha visto la Francia, la Penisola Iberica e la stessa Italia schiacciate sotto cupole di calore quasi ininterrotte, come abbiamo raccontato analizzando il caldo record in Europa e la svolta attesa dopo il 20-24 agosto. Un respiro, dunque, con aria più fresca e qualche pioggia in più sul settore francese.

Attenzione però a scambiare la tregua per una resa. Cohen mette le mani avanti: il caldo, in settembre, tornerà su entrambe le sponde dell’Atlantico. Semplicemente non avrà più la stessa forza. Settembre, del resto, è uno dei mesi con il trend di riscaldamento più marcato dell’intero calendario, tanto che lo scienziato scherza da tempo sulla necessità di toglierlo all’autunno e restituirlo all’estate. Sul fronte italiano il discorso si intreccia con i temporali diffusi e la nuova bolla africana di fine agosto.

 

Il nodo dei ghiacci, che pesa più di quanto sembri

Il minimo stagionale dei ghiacci artici arriverà il mese prossimo, e i valori restano nettamente sotto la norma. La fusione ha addirittura accelerato nelle ultime settimane, con una quantità impressionante di ghiaccio scomparsa sul versante pacifico dell’Artico. Un nuovo primato negativo resta improbabile, ma il 2026 si allinea ormai ai due anni precedenti, e chi segue il tema sa quanto sia cambiato il volto di quell’oceano, come emerge anche dalla vicenda della rotta artica inaugurata dalla Cina.

Il punto, però, non è soltanto quanto ghiaccio manca. È dove manca. La ricerca ha mostrato che un deficit concentrato nel settore atlantico dell’Artico tende a indebolire il Vortice Polare, mentre un deficit concentrato nel settore pacifico tende a rafforzarlo. Due esiti opposti, con ricadute opposte sull’inverno europeo. Cohen preferisce non sbilanciarsi finché la situazione resta così mobile, e la scelta appare ragionevole: mancano ancora settimane prima che il quadro autunnale si stabilizzi.

 

Oceani troppo caldi e un El Niño ingombrante

C’è poi il capitolo degli oceani, che quest’anno si fa notare. Le anomalie di temperatura superficiale nell’emisfero settentrionale sono ampie e diffuse. Spicca la fascia calda lungo il Pacifico equatoriale, firma inconfondibile di un El Niño intenso, ma colpiscono anche le acque del Nord Atlantico, in particolare vicino all’Europa, e quelle del Pacifico centro-settentrionale.

Le temperature marine tropicali sono considerate più influenti di quelle extratropicali sulla circolazione atmosferica. Cohen ritiene però che anche le seconde contino, e l‘interazione fra questi tre serbatoi di calore rimane, per sua stessa ammissione, altamente incerta. Un dettaglio non da poco, se si pensa che i modelli climatici nordamericani propongono per l’inverno statunitense uno scenario sorprendentemente freddo (tanto per cambiare), nonostante la presenza di un evento oceanico così vigoroso. Sul versante europeo il ragionamento è stato sviluppato parlando di un El Niño destinato a diventare fortissimo e di cosa può cambiare fra autunno e inverno, senza dimenticare l’interrogativo su neve e gelo di provenienza russa.

 

Settembre come banco di prova

Le proiezioni mensili del modello statunitense CFS, che lo stesso Cohen giudica di bassa affidabilità e spesso lontane dal proprio pensiero, disegnano per settembre un promontorio a sud della Groenlandia e una saccatura sull’Europa occidentale. Ne deriverebbero temperature vicine alle medie o relativamente fresche sull’estremo ovest del continente, condizioni miti o calde sull’Europa meridionale. Uno schema coerente con quello delle prossime due settimane, quindi, ma da prendere con le pinze.

Resta sullo sfondo la Madden Julian Oscillation, oggi in fase 6 e destinata a indebolirsi al punto che nessuna fase risulterà favorita. Un elemento in meno da cui trarre indicazioni, proprio mentre il Vortice Polare muove i primi passi.

Il rischio di fasi fredde o calde sull’Europa, per ora, dipende molto più dalla posizione del promontorio groenlandese che dalla salute della stratosfera. Ma è dalla stratosfera che, fra qualche settimana, arriveranno le risposte più interessanti.

 

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