
C’è un modo rapido per sbagliare tutto, quando si parla di clima: confondere l’onda con la marea. El Niño è l’onda. Il Riscaldamento Globale è la marea. Sembra una distinzione da manuale, roba per addetti ai lavori, e invece cambia radicalmente il senso di quello che stiamo osservando in questa parte dell’anno.
Perché il Pacifico tropicale, diciamolo, si è rimesso a lavorare sul serio con un fenomeno da recor di El Niño.
Il meccanismo, spiegato senza giri di parole
In condizioni ordinarie gli alisei – i venti costanti che spirano da est lungo la fascia equatoriale – spingono l’acqua superficiale verso occidente e la ammassano dalle parti dell’Indonesia. Sul versante opposto, davanti alle coste del Perù, l’oceano compensa richiamando acqua dagli strati profondi: fredda, densa, carica di nutrienti. È la ragione per cui quel tratto di mare è da sempre una delle zone di pesca più ricche del pianeta.
Ogni due-sette anni, però, l’ingranaggio perde colpi. Gli alisei si afflosciano. In certi casi si invertono per qualche settimana, e allora l’enorme serbatoio di acqua calda accumulato a ovest comincia a scivolare verso est, sotto la superficie, come una lentissima onda sommersa. I tecnici la chiamano onda di Kelvin. Quando riemerge al largo del Sudamerica, la risalita fredda si spegne.
Ecco El Niño, un nome che nasce dalla devozione popolare dei pescatori peruviani, abituati a vedere quel riscaldamento anomalo comparire attorno a Natale.
Fluttuazione o tendenza? La differenza che decide tutto
El Niño è una fluttuazione. Va e viene, si esaurisce, lascia il posto alla fase opposta – La Niña – oppure a una condizione neutra. Non ha una direzione: oscilla. E oscilla da millenni, ben prima che qualcuno bruciasse il primo chilo di carbone (insomma, gli uomini primitivi). Il Riscaldamento Globale, invece, è una tendenza. Non torna indietro sui tempi che interessano a noi. Sale, e basta.
La confusione nasce dal fatto che le due cose si vedono nello stesso grafico, sulla stessa linea. Un anno con El Niño attivo tende a essere più caldo della media globale, perché l’oceano tropicale restituisce all’atmosfera una quantità enorme di calore accumulato. Ma quel picco non è la tendenza: è la tendenza più un sovrapprezzo temporaneo. Tolto El Niño, la linea di fondo resterebbe comunque inclinata verso l’alto.
Immaginate una scala mobile: camminare qualche gradino più su non cambia la direzione della scala. El Niño è il passo in avanti.
Il livello di partenza si è alzato
E qui arriva la parte scomoda dell’analisi meteo: un El Niño degli anni Ottanta e un El Niño di oggi non partono dalla stessa quota. L’Oceano di adesso ha già immagazzinato decenni di energia in eccesso, l’atmosfera contiene più vapore acqueo, i mari tropicali hanno una temperatura di base sensibilmente superiore.
Risultato? Lo stesso identico fenomeno produce conseguenze più severe. Non perché il Riscaldamento Globale generi El Niño – non lo genera, il legame causale non esiste in quella direzione – ma perché ne amplifica gli effetti, come un amplificatore che alza il volume di un brano già suonato forte.
Il bollettino climatico del servizio Copernicus relativo a luglio 2026 lo dice con chiarezza: la temperatura media della superficie marina nelle aree extrapolari ha toccato 20,96°C, valore mai registrato per quel mese, con un contributo attribuito proprio allo sviluppo delle condizioni di El Niño nel Pacifico equatoriale. Ed è un dato che pesa, perché il mare è la memoria termica del sistema. Chi vuole ricostruire come si è arrivati fin qui può ripercorrere le prime avvisaglie del fenomeno e poi l’ipotesi di un evento eccezionalmente intenso, discussa già in primavera.
Che cosa dicono gli indici, oggi
Il Climate Prediction Center della NOAA mantiene lo stato di El Niño Advisory, cioè condizioni presenti e non più soltanto previste. Nel mese di luglio l’indice Niño-3.4 si è collocato a +1,4°C, mentre nelle aree più orientali le anomalie hanno superato i 2°C. Gli aggiornamenti indicano una probabilità superiore al 90% che l’evento raggiunga intensità molto elevata tra l’autunno e l’inverno 2026-2027.
E l’Europa? Prudenza, per favore
Il legame fra il Pacifico e il tempo che fa a Milano o a Roma non è diretto. Passa attraverso le teleconnessioni, catene di cause ed effetti che attraversano mezzo emisfero e che si sfilacciano man mano che ci si allontana dalla sorgente. Non esiste l’inverno “da El Niño” con la ricetta pronta, e chi lo racconta così vende fumo.
Esistono però tendenze statistiche riconosciute: un tardo autunno spesso mite e a trazione atlantica sull’Europa centro-settentrionale, e una seconda parte dell’inverno più incline al disturbo del Vortice Polare stratosferico, con probabilità maggiori di Stratwarming. Sono inclinazioni, non certezze. Il fattore decisivo per il Mediterraneo resta l’evoluzione della NAO, l’oscillazione nord atlantica, che a sua volta risponde a molte altre variabili.
Su questo abbiamo ragionato di recente analizzando perché il ritorno del fenomeno può cambiare il prossimo inverno europeo e in che modo il Pacifico stia spingendo il pianeta in territorio inedito.
Il pianeta con la febbre
Un paragone che uso spesso, perché funziona. El Niño è la febbre passeggera. Il Riscaldamento Globale è la temperatura corporea di base che si è alzata. Se il paziente parte da 37,5°C invece che da 36,5°C, ogni febbre lo porta più in alto, e più in fretta, verso soglie critiche.
Gli anni 1997-1998 e 2015-2016 lo hanno mostrato senza ambiguità: eventi intensi, seguiti da annate record sul fronte della temperatura globale, con incendi, siccità e alluvioni distribuite in modo profondamente disomogeneo sul pianeta. Oggi il quadro è il medesimo, ma con il termometro spostato di parecchio. Chi guarda ai prossimi mesi trova qualche elemento in più negli approfondimenti su il caldo del 2026 e le prospettive per l’anno che verrà e su quello che rivelano le previsioni stagionali.
Doppio motore, insomma. Uno naturale e ciclico, l’altro nostro e persistente. Girano insieme, e la spinta si somma.
Sapere quale dei due sia responsabile di che cosa non è pignoleria accademica. Serve a non tirare un sospiro di sollievo sbagliato quando El Niño finirà – e finirà – immaginando che il problema sia rientrato. Perché a quel punto la fluttuazione se ne sarà andata, mentre la tendenza sarà rimasta esattamente dove l’avevamo lasciata. Un gradino più su.
Credit
