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Il dominio anticiclonico è arrivato al capolinea

L’estate 2026 dovrebbe aver esaurito la propria spinta più acuta con questa ondata di caldo, l’ennesima, infinita, da considerare come picco di un’unica ondata di calore iniziata a fine maggio. Da maggio in poi l’anticiclone africano ha occupato il bacino del Mediterraneo con una continuità che ha ridotto al minimo indispensabile i disturbi di qualsiasi natura, relegando i temporali a episodi rapidi e violenti, – per altro, solo temporali da far notizia, e decisamente sotto la media tipica della stagione, con siccità specie laddove dovrebbe piovere, – incapaci di modificare l’assetto generale della circolazione atmsoferica, e soprattutto del persistente caldo. Il risultato è stato un lungo periodo di condizioni meteo-climatiche opprimenti, con notti tropicali nelle aree urbane e non, valori che ancora in questi giorni sfiorano i 38°C e che in questo fine settimana potrebbero raggiungere localmente i 40°C, e tra oggi, sabato, e domani, domenica, il rischio che alcune stazioni meteo del Nord Italia battano i record storici di temperatura di settembre.

Fa troppo caldo per il periodo, e lo dicono anche i numeri: la nuova fase calda di inizio settembre risulterebbe anomala persino se collocata nella prima decade di agosto. Eppure la stagione lavora a nostro favore: le notti si allungano, la radiazione solare perde progressivamente forza e il calendario astronomico si avvicina all’appuntamento con l’equinozio.

Nel frattempo, però, le depressioni nord-atlantiche hanno già raggiunto l’Europa settentrionale nelle scorse settimane, determinando un netto cambiamento del tempo su quei settori. Perché la svolta arrivasse alle nostre latitudini serviva pazienza, perché scardinare una struttura anticiclonica tanto radicata richiede un dispendio energetico notevole. Quel lavoro ai fianchi sta per produrre i primi frutti concreti.

 

Prima crisi tra la fine della prima decade e l’inizio della seconda

Il primo passaggio riguarda i giorni compresi tra il 9 e l’11 settembre. Una saccatura di matrice atlantica, alimentata da un’ampia depressione fredda in posizionamento a ridosso della Scandinavia, dovrebbe coinvolgere anzitutto le regioni settentrionali: precipitazioni diffuse al Nord-Est, passaggio instabile e più rapido al Nord-Ovest, seguito da un’accesa ventilazione di favonio. Il calo termico interesserà anche il resto della penisola, con valori che localmente potrebbero scendere sotto le medie del periodo.

Attenzione ai contrasti termici, perché il mare resta caldissimo, con anomalie dell’ordine di 4-5°C rispetto alla media 1991-2020. In simili condizioni i fenomeni possono assumere connotati violenti, con nubifragi e grandinate di dimensioni ragguardevoli, come già evidenziato negli approfondimenti dedicati alla fine dell’estate accompagnata da temporali e grandine grossa. Resta da valutare l’eventuale isolamento di una goccia fredda in quota, elemento capace di prolungare l’instabilità ben oltre il passaggio frontale.

Questa prima crisi, tuttavia, non rappresenta ancora la svolta definitiva. È l’apripista, il segnale che l’anticiclone ha smesso di rigenerarsi con la facilità mostrata nei mesi scorsi, come raccontato nell’analisi su un settembre partito come luglio prima del cambio di passo.

 

Perché il flusso oceanico è l’attore protagonista

Il vero passaggio di testimone tra le due stagioni passa dal consolidamento del flusso nord-atlantico sull’Europa centro-settentrionale e, in una fase successiva, sui settori occidentali del Vecchio Continente. Alcuni centri di calcolo internazionali, quelli europei in particolare, ipotizzano un secondo affondo depressionario a stretto giro, stavolta dai quadranti nord-occidentali e quindi con una traiettoria molto più favorevole al coinvolgimento diretto della nostra penisola.

La circolazione oceanica è il termoregolatore del clima europeo e rappresenta l’elemento imprescindibile del prossimo trimestre. O, perlomeno, dovrebbe esserlo, perché negli ultimi decenni quella che un tempo era la normalità stagionale ha subito modifiche pesanti. Il rischio di ritorni di fiamma dell’anticiclone subtropicale va messo in preventivo, e da qui a fine mese qualche altra fiammata potrebbe riportare in alto le temperature. La differenza sta nella durata: eventuali rimonte avrebbero vita breve, configurandosi più come richiami prefrontali in attesa del peggioramento successivo che come blocchi duraturi. Il quadro è ben delineato anche nella rincorsa dell’autunno verso il fresco di settembre.

 

Dal 14 settembre precipitazioni sopra la media

Le tendenze a lungo termine di matrice europea indicano precipitazioni superiori alla media su gran parte delle nostre regioni a partire dalla metà del mese. Significa un flusso oceanico che si abbassa notevolmente di latitudine e che porterebbe una lunga serie di piogge su terreni ormai assetati.

Se lo scenario trovasse conferma, proprio nella seconda decade si concretizzerebbe l’attenuazione definitiva del caldo intenso: valori che non supererebbero più i 30°C, se non in maniera eccezionale e limitatamente alle regioni centro-meridionali. A Milano (previsioni) e a Roma (previsioni) il ridimensionamento sarebbe evidente già nel confronto con le massime attuali, con notti finalmente respirabili dopo settimane di afa.

Il segnale si estende anche all’ultima parte del mese, con precipitazioni superiori alla media sull’intero territorio nazionale: un cambio di passo che, se consolidato, sancirebbe il tramonto dell’alta pressione. Una volta entrati in ottobre, pantaloncini e maniche corte diventerebbero un ricordo, soprattutto al Nord Italia.

 

Il fattore che arriva dal Pacifico

C’è un elemento ulteriore da considerare, ovvero la presenza di El Niño, orientato verso livelli di magnitudo raramente registrati in precedenza. Le anomalie termiche superficiali del Pacifico equatoriale hanno superato i 2°C e i principali enti internazionali concordano su un rafforzamento ulteriore entro la fine dell’anno, come documentato nell’approfondimento sull’intensità massima attesa entro fine 2026.

Quali saranno le ripercussioni sulla circolazione atmosferica globale resta da stabilire. Le interazioni con l’Oceano Atlantico sono complesse e andranno valutate in corso d’opera, senza scorciatoie deterministiche. Quel che conta, alla fine, è il risultato sul nostro territorio, e quel risultato arriverà nei prossimi mesi.

 

Quanta fiducia riporre in una tendenza a trenta giorni

Parliamo di proiezioni, non di previsioni, e la distinzione va ribadita per evitare fraintendimenti. Un intervallo temporale tanto ampio impone prudenza: serviranno almeno quattro o cinque giorni di ulteriori emissioni per capire se lo scenario reggerà. All’interno della variabilità andranno contemplate fasi di maltempo alternate a nuovi picchi di caldo, perché nei modelli matematici a più lungo raggio emergono contrasti termici particolarmente accesi tra le depressioni oceaniche e le ultime fiammate subtropicali.

Non parliamo di cappotti e sciarpe, ma di un clima tiepido di giorno e più fresco nottetempo, ossia di ciò che settembre dovrebbe offrire per statistica. L’anticiclone africano non avrà più lo spazio e il dominio incontrastato registrato da giugno fino ai giorni nostri, e su questo la convergenza modellistica è ormai solida.

 

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