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Il primo mistero, in Oceano Atlantico, nel cuore della stagione, non ci sono uragani, non succedeva da oltre 60 anni

Settembre rappresenta il culmine climatologico della stagione degli uragani atlantici, eppure il bacino resta immobile. La quiete si è ormai tradotta in un primato: mai, da quando i satelliti sorvegliano l’Atlantico, si era arrivati così avanti nel calendario senza la formazione di un singolo uragano.

Il confronto con la media rende l’anomalia ancora più evidente. Una stagione ordinaria produce quattordici tempeste tropicali con nome, sette uragani e tre uragani maggiori. Finora si contano cinque sistemi battezzati, nessun uragano e nessun uragano di categoria elevata. Il divario è un segnale di un’atmosfera che sopra quell’oceano c’ un forte, immane ostacolo contro la ciclogenesi tropicale. Insomma, non si formano gli uragani che finiscono poi nei Caraibi, Golfo del Messico, e che ogni anno procurano enormi danni, e allarmi negli Stati Uniti d’America.

 

Il nucleo sorvegliato nel settore subtropicale

Dopo giorni di assoluta calma, il National Hurricane Center ha comunque individuato una nuova area da monitorare. La collocazione è insolita: non la consueta fascia che si allunga davanti alle coste africane, bensì l’Atlantico subtropicale, ben al di fuori della Main Development Region, la regione dove nasce la grande maggioranza dei cicloni tropicali del bacino.

Al momento non si tratta neppure di una vera perturbazione tropicale. È un’ampia saccatura rovesciata di bassa pressione, dotata soltanto di alcune caratteristiche subtropicali, schiacciata da venti ostili alla formazione di un urangno alle quote superiori. Nella seconda parte della settimana il sistema dovrebbe scivolare verso ovest, dentro una finestra temporanea di condizioni più favorevoli, ma le probabilità di sviluppo di un uragno restano basse nell’arco dei sette giorni. Non esiste alcuna minaccia per gli Stati Uniti, mentre Bermuda farà bene a seguire l’evoluzione, più che altro per piogge e vento forte, ma non un uragano.

Il passaggio decisivo è uno solo: la saccatura dovrà prima aggregare un numero sufficiente di temporali e innescare un centro di bassa pressione ben definito. Soltanto allora l’ambiente atmosferico circostante diventerà eleggibile a un possibile uragano. L’ipotesi più probabile resta una risalita verso nord in pieno Oceano Atlantico, oppure uno stazionamento prolungato per parecchi giorni. Insomma, la situazione non si sblocca, anche se il monitoraggio da parte degli enti preposti è elevato.

 

Perché El Niño blocca un Oceano, quello Atlantico, e ne accende un altro, quello del Pacifico

Il meccanismo è noto e dagli schemi collaudato. El Niño irrobustisce i venti in quota sull’Atlantico tropicale, generando un forte wind shear, cioè una variazione di velocità e direzione del vento con l’altezza che decapita letteralmente le torri temporalesche prima che possano organizzarsi attorno a un centro. Nel Pacifico orientale accade l’opposto: acque superficiali più calde alimentano una stagione vivace, come confermano i sistemi che continuano a susseguirsi in quel settore, dalla depressione tropicale destinata a diventare la tempesta Odalys all’indebolimento progressivo di Norbert.

Quest’anno lo schema si è manifestato in forma quasi caricaturale, con i due bacini che procedono in direzioni opposte. Ed è proprio la componente oceanica del Pacifico equatoriale a spiegare l’intensità del contrasto.

 

Modelli matematici in aperto disaccordo

L’incertezza sul nucleo subtropicale è amplificata da una spaccatura netta fra le due famiglie di previsione. I modelli matematici basati sull’intelligenza artificiale spingono verso una soluzione aggressiva, con la nascita di una tempesta strutturata. I modelli matematici tradizionali, di impostazione fisica, non vedono praticamente alcuno sviluppo.

La divergenza non nasce dal caso, quando il punto di partenza non è un sistema tropicale già definito, ma una struttura ibrida e disordinata, gli algoritmi faticano a individuare il bersaglio e le soluzioni si allontanano fra loro. È una lezione utile anche per le previsioni stagionali: la qualità dell’inizializzazione conta quanto la potenza di calcolo.

 

Un evento che punta al primato storico

L’attenzione mondiale su El Niño si è accesa dopo l’avvertimento dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale e non si è più spenta. Le proiezioni ufficiali del Climate Prediction Center indicano una probabilità prossima al 70% che l’episodio in corso risulti il più violento della storia recente del clima, mentre la promozione a categoria “super” appare ormai quasi certa.

Il riscaldamento delle acque equatoriali è un fenomeno di origine naturale, ma si somma al Riscaldamento Globale di matrice antropica. Il risultato è un ulteriore accumulo di energia nel sistema climatico, con stravolgimenti termici e pluviometrici su scala planetaria: siccità accentuate in alcune regioni, piogge eccezionalmente abbondanti in altre, all’interno di un contesto complessivamente più caldo. Il baricentro di tutto questo, occorre ribadirlo, resta alle latitudini equatoriali e subtropicali del Pacifico. Abbiamo approfondito le stime più aggiornate nell’analisi dedicata a El Niño da record e all’Inverno che aspetta l’Italia.

 

Che cosa arriva fino al Mediterraneo

Spostandosi verso l’Europa e il Mediterraneo, il quadro si complica e i segnali si indeboliscono sensibilmente. Alle nostre latitudini El Niño non produce nulla di paragonabile a quanto accade nel Pacifico. L’impronta può arrivare comunque fino a noi, soprattutto in presenza di un evento eccezionale, ma prevederne la forma esatta è tutt’altra faccenda. Ok, ma c’è questo fatto nuovo in Oceano Atlantico, quello che El Niño sta bloccando, probabilmente, la formazione degli uragani. E credetemi, non è una faccenda da poco.

L’atmosfera è un sistema caotico, lo avrete sentito. Ma un caos che va ben oltre una ordinaria immaginazione. Un’anomalia nata dall’altra parte del pianeta viaggia attraverso le teleconnessioni atmosferiche e interagisce con le configurazioni bariche tipiche del continente, a cominciare dal comportamento del Vortice Polare, tema che abbiamo trattato nell’articolo su El Niño forte e il Vortice Polare in Europa.

Per questa ragione non è possibile stabilire oggi se a risentirne maggiormente sarà il Nord Italia, il Centro, il Sud oppure le Isole maggiori. E se durante la prossima stagione invernale dovesse ripetersi con insistenza una determinata configurazione, sarebbe un errore attribuirne automaticamente la responsabilità all’oceano tropicale. Un inverno secco o uno molto piovoso rientrano nel repertorio ordinario delle nostre latitudini: il contributo maggiore arriva sempre dalla dinamica atmosferica europea, mentre il segnale pacifico pesa in misura minoritaria. Le ipotesi in campo, comprese quelle legate all’anomalia termica del Nord Atlantico, sono raccolte nell’approfondimento su Blob Atlantico ed El Niño, mentre il possibile impatto sui prossimi due mesi è analizzato nel pezzo dedicato a che cosa rischia l’Italia tra ottobre e novembre. Ma c’è una tendenza che di recente sta prendendo parecchio, e non poco, strada, quello di avere interferenze con il Vortice Polare della Stratosfera, e conseguenze anche per l’Europa con ondate di gelo sparse nella stagione invernale, che però i modelli matematici stagionali vedono più mite rispetto alla media, e però dove stanno iniando a captare qualche novità, qualcosa di diverso dal solito. Ma non vi è mica certezza che succeda niente.

 

La tendenza che conta davvero

Una conseguenza è invece certa. Il forte riscaldamento delle acque pacifiche spingerà ancora più in alto la temperatura media globale. Quel valore non cresce in modo lineare, ma alterna un continuo saliscendi da un anno all’altro; la direzione di fondo, però, punta senza ambiguità verso l’aumento. Questo, però, non è innocuo, e intensifica gli effetti, ad esempio, anche dell’Amplificazione Artica, inducendo discese di aria fredda nelle bassissime latitudini, anche in Europa.

El Niño e La Niña restano oscillazioni interne a un sistema climatico già sottoposto a un riscaldamento di origine antropica, ormai questo è certo, però quando le due componenti si sommano, come sta accadendo adesso, il bilancio peggiora: con ogni probabilità il 2026 chiuderà come l’anno più caldo della storia recente del clima da quando ci sono misurazioni ufficili, sull’inverno ci saranno molte ipotesi, però anche per l’autunno di cui si parla poco, quasi non esistesse.

 

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