Il blob freddo del Nord Atlantico, cosa è davvero
Nell’Atlantico settentrionale, a est del Nord America, esiste una vasta area dove la temperatura del mare resta più bassa di quella circostante. Gli anglosassoni la chiamano cold blob, in Italia è diventata semplicemente il blob freddo, e si trova proprio lungo la fascia percorsa dalla Corrente del Golfo, il nastro di acqua calda che mitiga il clima europeo.
Va chiarito subito un equivoco. Non si tratta di una massa d’acqua con confini fissi né di un’anomalia che deve comparire sotto media ogni singolo mese. È una regione che, osservata nell’arco di molti decenni, si è raffreddata oppure si è riscaldata molto meno rispetto al resto degli Oceani: per questo viene definita anche warming hole, un buco nel riscaldamento globale. Una tendenza climatica di lungo periodo e un’anomalia temporanea sono cose diverse, e confonderle porta dritti a conclusioni sbagliate.
Il contrasto con il quadro generale rende la faccenda ancora più curiosa. L’emisfero settentrionale ha vissuto un’estate rovente, con la temperatura media più elevata mai registrata, eppure quel settore di oceano continua a comportarsi in controtendenza.
La novità del 2026: il freddo
Uno studio di Stefan Rahmstorf e colleghi, pubblicato su Geophysical Research Letters, ha analizzato il contenuto di calore dell’oceano e gli scambi con l’atmosfera. Il risultato indica che le variazioni su scala pluridecennale dipendono soprattutto da quanto calore viene trasportato dalle correnti, e che il segnale non riguarda solo la superficie: le variazioni maggiori si osservano nei primi mille metri di profondità.
L’immagine più semplice è quella di una casa riscaldata ad acqua. La temperatura delle stanze può scendere perché ai termosifoni arriva meno calore, non perché le pareti ne disperdano di più. Nel blob accade qualcosa di analogo: a diminuire è l’apporto oceanico, non a crescere la dispersione verso l’aria. Gli autori riconoscono comunque incertezze nelle ricostruzioni e limiti nella durata delle serie di dati profondi.
Corrente del Golfo e AMOC non sono la stessa cosa
Qui serve una distinzione che quasi nessuno fa, e che cambia tutto. La Corrente del Golfo è una corrente superficiale, sostenuta in larga parte dai venti. L’AMOC è il sistema molto più ampio che trasporta acqua calda verso nord negli strati superiori e riporta acqua fredda verso sud in profondità. Sono collegate, ma non coincidono: un collasso dell’AMOC comporterebbe una drastica perdita di trasporto di calore verso l’Atlantico settentrionale senza necessariamente cancellare la Corrente del Golfo.
Il confronto scientifico sul blob resta aperto proprio su questo punto. Uno studio del 2025 su Communications Earth & Environment attribuisce l’anomalia all’indebolimento della circolazione; un lavoro dello stesso anno su Nature Communications, basato su una ricostruzione indiretta degli scambi di calore fra mare e atmosfera, non trova alcun indebolimento a 26,5 gradi di latitudine nord fra il 1963 e il 2017. Un terzo studio, del 2026, mostra nei modelli matematici che il rapporto fra temperatura del blob e forza dell’AMOC cambia a seconda dello stato del clima: leggere una macchia fredda sulle carte come se fosse un tachimetro delle correnti è dunque un azzardo. E la realtà sa essere sorprendente, visto che la Corrente del Golfo si è recentemente rinforzata in superficie secondo trent’anni di dati satellitari.
Fra le cause candidate del blob resta comunque centrale il rapido scioglimento dei ghiacci della Groenlandia: l’acqua dolce, meno densa di quella salata, ostacola lo sprofondamento delle acque fredde e frena il motore della circolazione.
Il precedente vero è il Dryas recente
Quando si parla di “blocco della Corrente del Golfo“, il paragone storico più vicino non è l’evento di 8.200 anni fa, come si legge spesso, ma il Dryas recente, fra 12.900 e 11.700 anni fa. Anche in quel caso la formulazione corretta è un’altra: abbiamo prove di un forte indebolimento e di una riorganizzazione della circolazione atlantica, non di un oceano fermato.
La Terra stava uscendo dall’ultima glaciazione e, dopo una fase di riscaldamento, il clima nordatlantico tornò bruscamente a condizioni molto fredde per circa milleduecento anni. Una ricostruzione pubblicata nel 2026 descrive una sequenza articolata: indebolimento della componente profonda della circolazione, espansione del ghiaccio marino, quindi modifiche a catena di correnti e atmosfera. Nello stesso lavoro emergono indizi di uno spostamento verso nord della Corrente del Golfo durante l’episodio, un’ulteriore ragione per abbandonare l’immagine dell’oceano semplicemente spento.
L’innesco più probabile fu l’arrivo di enormi quantità di acqua dolce dalla fusione delle calotte nordamericane, compresi gli scarichi di laghi proglaciali come il lago Agassiz. La minore salinità riduce la densità degli strati superficiali e ostacola la formazione delle acque profonde. Percorso, quantità e tempi di quegli apporti sono però ancora oggetto di studio: nessuno ha dimostrato che un singolo svuotamento lacustre spieghi da solo l’intero evento.
Il ghiaccio marino fece il resto, amplificando tutto. Un Atlantico settentrionale più coperto trasferiva meno calore all’atmosfera, mentre la superficie bianca rifletteva più radiazione solare: oceano, ghiacci e atmosfera si rinforzavano a vicenda nel mantenere il freddo.
Esiste poi l’episodio successivo, intorno al 6200 avanti Cristo, quando un altro grande apporto di acqua dolce nel Nord Atlantico provocò un indebolimento della circolazione e un raffreddamento durato all’incirca centosessanta anni. Molto più breve del Dryas recente e, anche lì, nessuna prova di arresto completo dell’AMOC.
Come si stava in Europa e in Italia
Di quelle epoche non esistono cronache scritte: le informazioni arrivano da carote di ghiaccio, sedimenti marini e lacustri, pollini, resti di insetti e concrezioni delle grotte. Questi archivi restituiscono, per il Dryas recente, un’Europa settentrionale e centrale molto fredda, relativamente secca e ventosa.
Il cambiamento non fu però uniforme lungo l’anno. Il raffreddamento più intenso riguardò soprattutto l’inverno, mentre alcune ricostruzioni indicano estati ancora relativamente miti in determinate zone, con primavere più fredde e stagioni vegetative accorciate. Dire che l’Europa perse un tot di gradi, senza precisare luogo, stagione e indicatore, significa raccontare male le cose.
Anche l’Italia risentì della crisi. Le ricostruzioni del lago Matese e il confronto con altri archivi nazionali mostrano un raffreddamento accompagnato da risposte pluviometriche differenti da zona a zona: le traiettorie delle perturbazioni cambiarono e alcune aree mediterranee poterono diventare più umide mentre il Nord Europa si inaridiva. Quel passato non è però un modello pronto per il futuro, perché allora esistevano calotte continentali enormi che condizionavano profondamente i venti.
Che cosa dice oggi la scienza su un possibile collasso
Il dibattito attuale si regge su cinque questioni che vale la pena tenere separate, perché vengono continuamente mescolate.
Che l’AMOC si indebolisca con il riscaldamento è una conclusione solida delle proiezioni climatiche. Quanto si indebolirà resta invece una grande incertezza, legata anche alle differenze fra i modelli matematici. Che possa collassare è un rischio fisicamente plausibile, ma probabilità e soglia critica non sono definite con precisione. Indicare un anno non è possibile: nessuna data è scientificamente affidabile. E superare una soglia non significa fermarsi il giorno dopo, perché l’avvio di una transizione e il suo completamento possono essere separati da decenni o secoli.
L’IPCC, nella sintesi del 2023, esprimeva una confidenza media sul fatto che un collasso improvviso non avvenga prima del 2100. È una valutazione con incertezza, non una garanzia. Le ricerche successive hanno allargato il quadro in entrambe le direzioni. Baker e colleghi, su Nature nel 2025, hanno analizzato trentaquattro modelli: anche sotto forzanti estreme, i venti dell’Oceano Australe mantenevano una circolazione residua, impedendo l’arresto completo negli esperimenti esaminati. Altri lavori individuano invece segnali di perdita di stabilità e mostrano che una transizione brusca è possibile.
La novità più recente arriva da Portmann e colleghi, su Science Advances nell’aprile 2026: combinando osservazioni e modelli, nello scenario intermedio SSP2-4.5 la stima è un indebolimento di circa il 51% entro fine secolo rispetto al riferimento preindustriale. Attenzione al numero, perché viene puntualmente frainteso: è una riduzione di intensità della circolazione, non una probabilità del 51% di collasso.
I paesi nordici hanno già iniziato a prepararsi
Sul piano istituzionale qualcosa si muove. Nel 2024 una lettera di quarantaquattro scienziati al Consiglio nordico dei ministri segnalava un rischio potenzialmente sottovalutato; fra il 21 e il 24 ottobre 2025 si è tenuto un incontro dedicato in Finlandia, fra Helsinki e Rovaniemi; ne è nato il rapporto A Nordic Perspective on AMOC Tipping, incentrato su conseguenze, prevenzione e preparazione.
Per l’Islanda il tema è entrato nell’agenda della sicurezza nazionale, come conferma una dichiarazione ufficiale all’ONU del dicembre 2025. La vulnerabilità dipende dalla posizione, vicinissima alle regioni dove il trasporto oceanico di calore e il limite del ghiaccio marino sono decisivi: negli scenari di forte raffreddamento il rapporto contempla ghiaccio marino invernale lungo tutta la costa islandese, con rischi per pesca, ecosistemi marini, agricoltura, approvvigionamenti ed energia. Prepararsi a un rischio dalle conseguenze potenzialmente enormi non equivale ad aver accertato un collasso imminente.
Che cosa cambierebbe per l’Europa e per l’Italia
L’effetto sul nostro continente dipenderebbe da due variabili: quanto l’AMOC si indebolisce e quanto il pianeta si è nel frattempo riscaldato. Negli scenari di collasso con riscaldamento globale moderato, l’Europa nordoccidentale subirebbe un forte raffreddamento invernale e gelate più intense, amplificati dall’espansione del ghiaccio marino. Con un riscaldamento maggiore, il risultato si tradurrebbe piuttosto in un riscaldamento regionale attenuato.
Serve prudenza con le mappe dalle temperature spettacolari che circolano ovunque. Nello studio di van Westen e Baatsen del 2025 gli stati climatici stabilizzati analizzati sono attesi ben oltre il 2200, non nel 2050, e lo stesso lavoro mostra che gli estremi estivi possono continuare ad aumentare anche mentre gli inverni diventano più freddi.
Per l’Italia il segnale regionale è meno definito. Il contributo sarebbe un raffreddamento rispetto a un futuro con AMOC più forte, il che non implica automaticamente temperature inferiori a quelle odierne. Un Atlantico settentrionale molto più freddo cambierebbe le caratteristiche delle masse d’aria, ma frequenza e traiettoria delle irruzioni sulla penisola dipenderebbero dai venti. Le estati potrebbero restare calde, perché il raffreddamento oceanico non annullerebbe il forzante dei gas serra. Sulle precipitazioni, diversi esperimenti indicano una riduzione e un aggravamento della siccità stagionale europea, area mediterranea compresa: uno studio del novembre 2025 su Hydrology and Earth System Sciences mostra proprio questo, con cambiamenti particolarmente marcati nel Mediterraneo, e la conseguenza pratica riguarderebbe riserve idriche, irrigazione e portate fluviali.
Quanto alla neve, l’equazione “AMOC debole uguale ritorno delle grandi nevicate” non regge. Su Alpi e Appennini un raffreddamento favorirebbe la permanenza del manto, ma una diminuzione delle precipitazioni ne ridurrebbe l’accumulo: servono insieme temperature adatte e precipitazioni sufficienti.
Nel frattempo, sul presente, il progetto ColdBlobMIP del 2025 ha confrontato quindici modelli matematici trovando effetti condivisi su venti superficiali e nuvolosità, ma una risposta atmosferica complessivamente modesta. Attribuire al solo blob le ondate di calore italiane, la siccità o un prossimo inverno nevoso sarebbe una semplificazione eccessiva.
El Niño non decide il nostro inverno, ma ne cambia le probabilità
Il secondo protagonista agisce dalla parte opposta del globo. El Niño riscalda le acque del Pacifico equatoriale e, pur trovandosi a distanza siderale dall’Europa, innesca una reazione a catena su tutti gli indici che regolano il clima planetario, Vortice Polare compreso. L’effetto sul tempo atmosferico europeo non è diretto: è mediato, e proprio per questo poco intuitivo.
Quello che El Niño garantisce è un aumento della temperatura globale di qualche decimo di grado Celsius e, soprattutto, una maggiore instabilità atmosferica su scala planetaria. Non garantisce affatto un inverno mite, né un’estate torrida: un’instabilità maggiore può tradursi anche in irruzioni di aria fredda più violente sull’Europa e sull’Italia.
L’inverno 2025-2026 lo ha dimostrato. Il Nord Europa ha vissuto una fase gelida che ha raggiunto a tratti le Isole Britanniche e la Francia, con nevicate abbondanti fin sulle pianure, fiumi ghiacciati in Polonia e banchise formate lungo le coste tedesche, spesse al punto da poterci camminare sopra per chilometri. Sembrava il preludio a un’ondata di freddo diretta verso il Mediterraneo.
È successo l’opposto, e nessun modello matematico lo aveva visto. A febbraio l’alta pressione africana, data in risalita innocua verso la Penisola Iberica, è letteralmente esplosa: si è estesa fino al Mare del Nord, alla Germania settentrionale e alla Scandinavia meridionale, sciogliendo in poche settimane il ghiaccio marino appena formato. In Italia le temperature sono salite oltre ogni previsione. Nelle settimane precedenti un fiume atmosferico alimentato dai Caraibi aveva portato piogge torrenziali sulla Penisola Iberica e valori record alle Isole Canarie, dove Lanzarote e Fuerteventura, dal clima semidesertico, sono diventate verdissime con ottocento millimetri di pioggia. Il flusso ha lambito il Centro Italia e il Sud Italia con precipitazioni abbondanti, escludendo il Nord Italia, rimasto sotto un’alta pressione continentale con gelate e brinate notturne, ma con pochissima nebbia.
Amplificazione artica, la variabile più sfuggente
Mentre l’Europa viveva quel ribaltamento, il Nord America veniva colpito per il secondo anno consecutivo da bufere di aria artica spinte fino alla Florida settentrionale. Il terzo protagonista è l’Amplificazione Artica, effetto del Riscaldamento Globale studiato in modo sistematico solo di recente, che favorisce improvvise irruzioni di aria gelida alle medie latitudini.
Perché colpisca soprattutto il continente americano lo spiega la geografia: le Montagne Rocciose indirizzano la corrente a getto e lasciano un corridoio aperto all’aria artica, tanto che due città alla stessa latitudine possono avere inverni agli antipodi. Da noi, con le correnti che arrivano miti da nord-ovest, servono configurazioni molto più rare.
Combinato con El Niño e con gli altri indici, questo fenomeno potrebbe accentuare il carattere continentale del clima e spingere masse d’aria fredda in pieno inverno anche sull’Europa. Il tutto partendo però da un gradino termico più alto, con eventuali ondate di calore costruite su un plateau superiore a quello attuale. Oppure no, perché la maggiore instabilità può produrre l’esatto contrario, come nell’estate del 2014, quando il Nord Italia e il Centro Italia ebbero pioggia quasi ogni giorno, temperature sotto media e una stagione turistica disastrosa sulle Alpi.
Umidità e temperatura percepita, due numeri da non confondere
Sul fronte del caldo c’è un capitolo che in Italia viene trattato male. Mentre l’Europa occidentale affrontava ondate di calore da record, gli Stati Uniti orientali e parte del Canada finivano sotto una coltre di umidità insolita, definita dagli americani “da foresta amazzonica”, con punti di rugiada altissimi e valori da primato. Da noi il punto di rugiada non viene quasi censito: si parla solo di temperature misurate, quando invece servono entrambi i fattori per capire quanto caldo si soffre davvero.
Come finisce questa estate e che cosa aspettarsi dopo
Il gran caldo ha ormai le ore contate. Le condizioni peggiori si concentrano tipicamente in agosto, poi la radiazione solare cala e le notti si allungano, smorzando la calura. L’anticiclone africano può insistere nei primi giorni di settembre e dare filo da torcere, ma raramente produce fenomeni peggiori di quelli estivi. I casi eccezionali esistono, uno avvenne nel 1946, quando del Riscaldamento Globale non si parlava affatto: se una configurazione sinottica simile si ripresentasse oggi, il risultato sarebbe probabilmente più rovente di allora.
Gli effetti pieni di El Niño li vedremo nell’estate 2027, e già si capisce che sarà una stagione difficile da inquadrare. Le prime proiezioni stagionali arriveranno presto e andranno prese con le pinze: alcune spingeranno verso l’estremizzazione calda, altre parleranno di fresco e pioggia. Del resto non sappiamo ancora come sarà settembre 2026. Abbiamo indicazioni che arrivano non da un singolo centro ma da chi elabora modelli matematici con miliardi di numeri, grazie a supercomputer ospitati in strutture enormi. Potenza di calcolo straordinaria, eppure oltre un certo orizzonte l’affidabilità decade sensibilmente, e il Vortice Polare resta fra le variabili più difficili da leggere in anticipo.
Credit
- IPCC AR6 – Chapter 9: Ocean, Cryosphere and Sea Level Change
- Nordic Council of Ministers – A Nordic Perspective on AMOC Tipping
- Nature – Baker et al., Continued Atlantic overturning circulation even under climate extremes
- Hydrology and Earth System Sciences – Changing European hydroclimate under a collapsed AMOC
- NOAA Climate Prediction Center – ENSO Diagnostic Discussion