Scorci invernali di Roma a sinistra e Chicago a destra. Differenza incredibile, ma vedremo nell’articolo le cause che pochi conoscono.

 

Roma si trova a 41 gradi e 54 primi di latitudine nord. Chicago, sull’altra sponda dell’Atlantico, sta a 41 gradi e 53 primi: un primo di scarto, poco più di un chilometro e mezzo. Sulla carta geografica sono praticamente sovrapponibili.

Sul termometro no. In gennaio la temperatura media di Chicago si aggira attorno ai -5°C, con minime che scendono regolarmente sotto i -10°C. Roma, nello stesso mese, registra una media di circa 8°C. Tredici gradi di differenza tra due città alla medesima latitudine: uno dei divari climatici più netti del pianeta, e riguarda anche Pescara e Napoli, non solo la Capitale.

Gli estremi confermano la distanza. Il record di freddo di Chicago si colloca attorno ai -33°C, toccato nel gennaio 1985; nel gennaio 2019, con la rottura del Vortice Polare, si sono sfiorati i -30°C. A Roma, nelle irruzioni gelide più severe della storia recente, si è arrivati intorno ai -10°C nelle zone periferiche. D’estate le due città si avvicinano di più: Chicago ha un massimo assoluto vicino ai 40°C (luglio 1934), Roma lo ha superato di poco nel luglio 2023, con punte prossime ai 42°C alle porte della città.

 

Perché Chicago gela e Roma no

La differenza si genera d’inverno, ed è una questione di geografia fisica prima ancora che di correnti oceaniche.

Il Nord America ha una struttura orografica che espone Chicago direttamente all’Artico. Le Montagne Rocciose costringono la corrente a getto a incurvarsi e a ridiscendere sul settore orientale del continente, creando un corridoio aperto lungo cui l’aria artica scorre da novembre a marzo senza ostacoli fino ai Grandi Laghi. Il Lago Michigan, relativamente più tiepido dell’aria che lo sorvola, alimenta poi il fenomeno del lake effect snow: nevicate strette e intense che possono scaricare decine di centimetri in poche ore. La media stagionale della città si aggira sui 90 centimetri; la bufera del 26-27 gennaio 1967 ne lasciò quasi 60 in un solo episodio.

Roma ha il Mediterraneo come cuscinetto termico e le Alpi come barriera settentrionale. Un’irruzione fredda, per raggiungerla, richiede una configurazione sinottica rara: il ponte anticiclonico tra Azzorre e Siberia, la retrogressione da est che accompagna quasi sempre le grandi nevicate romane sotto il Burian, spesso innescata da uno Stratwarming che destabilizza il Vortice Polare. Per questo la neve nella Capitale resta un evento raro: febbraio 1956, gennaio 1985, febbraio 2012 con due nevicate ravvicinate e accumuli fino a 20 centimetri, e il 26 febbraio 2018, con la cupola di San Pietro imbiancata.

 

Il ruolo della Corrente del Golfo

Lo studio di Seager e colleghi, pubblicato nel 2002 sulla rivista della Royal Meteorological Society, ha ridimensionato il ruolo della Corrente del Golfo nella mitezza invernale europea. Il fattore determinante è l’avvezione dei venti dominanti: correnti oceaniche da sud-ovest verso l’Europa, correnti continentali da nord-ovest verso il Nord America orientale, con un contributo aggiuntivo della struttura d’onda generata dalle Rocciose. Il mare interviene soprattutto come volano stagionale, restituendo d’inverno il calore assorbito d’estate.

Questo non rende irrilevante l’AMOC, la circolazione oceanica atlantica di cui la Corrente del Golfo è la componente più nota, oggi ai valori più bassi dell’ultimo millennio. Un suo indebolimento marcato raffredderebbe soprattutto Nord Atlantico, Isole Britanniche e Scandinavia, con riflessi sull’Italia in termini di inverni più secchi e piogge concentrate in episodi intensi, come spiegano gli approfondimenti su cosa comporterebbe davvero un blocco della circolazione atlantica e sugli effetti che pochi raccontano nel nostro Paese. Ma Roma non diventerebbe Chicago: mancano il continente alle spalle, il corridoio aperto verso l’Artico, l’assenza di un bacino caldo a sud. Il Mediterraneo continuerebbe a fare da cuscinetto, con inverni probabilmente più instabili ma non paragonabili a quelli del Midwest americano.

 

Gli eccessi opposti

Chicago non conosce solo il gelo. L’ondata di calore del luglio 1995 resta una delle peggiori crisi sanitarie urbane della storia americana, con oltre 700 morti in pochi giorni e notti che non scendevano sotto i 26-27°C.

In Italia l’estate ha cambiato fisionomia negli ultimi anni. Le ondate di calore che si susseguono quasi senza interruzione sono diventate la norma stagionale, alimentate da bolle roventi di matrice nordafricana che si insediano per settimane sul Centro-Nord Italia.

 

Roma dal clima ideale

Per gran parte dell’anno Roma conserva un equilibrio climatico invidiabile rispetto al resto del Paese: meno nebbia della Pianura Padana, inverni brevi, autunni luminosi. Il punto debole è diventato luglio e agosto.

Il ponentino, la brezza che nel pomeriggio risaliva dal litorale mitigando le ore più calde, si presenta oggi con minore regolarità e intensità. L’anticiclone subtropicale che domina l’estate riduce il gradiente termico tra terra e mare, indebolendo la circolazione di brezza marina; il Tirreno più caldo della norma contribuisce allo stesso effetto. A questo si somma l’isola di calore urbana, che di notte restituisce il calore accumulato dall’asfalto durante il giorno. Il risultato sono notti tropicali frequenti, con minime che restano sui 26-27°C anche nelle ore più fresche.

 

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