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Blocco della Corrente del Golfo: cosa cambierebbe davvero per l’Italia

Antonio Lombardi di Antonio Lombardi
28 Ott 2025 - 09:30
in A Scelta della Redazione, Ad Premiere, Cambiamento Climatico
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(TEMPOITALIA.IT) L’idea che la Corrente del Golfo possa rallentare o fermarsi non è fantascienza: è parte della più ampia AMOC (Circolazione Meridionale Atlantica di Ribaltamento), il “nastro trasportatore” che porta acqua calda e salata verso nord e richiama in profondità masse più fredde. È anche una delle ragioni per cui l’Europa occidentale gode di inverni più miti rispetto al Nord America alla stessa latitudine. Ma quanto è realistico un collasso? E, soprattutto, cosa significherebbe per l’Italia di domani?

 

Nel passato il clima ha conosciuto scosse improvvise. Il Younger Dryas (circa 12.900–11.700 anni fa) fu una frenata brusca del sistema atlantico, probabilmente innescata da un massiccio afflusso di acque dolci nel Nord Atlantico. Le ricostruzioni mostrano cali termici rapidi e marcati sul bacino nord-atlantico e sulla Groenlandia, con la banchisa spinta eccezionalmente a sud. È il promemoria più eloquente di quanto l’oceano possa “strattonare” l’atmosfera quando cambia marcia.

 

Oggi il quadro è più sfumato. Le misure dirette dell’AMOC esistono in modo continuo solo dall’inizio degli Anni 2000: mostrano una variabilità ampia, alcuni periodi di indebolimento e, più in generale, la necessità di serie storiche più lunghe per distinguere oscillazioni naturali e trend. Intanto, gli studi più recenti dialogano – e talvolta si scontrano – su rischi, tempi e impatti.

 

Che cosa sappiamo davvero sul rischio di collasso nel XXI secolo

La comunità scientifica converge su un punto: l’AMOC molto probabilmente continuerà a indebolirsi nel corso del secolo in un mondo che si riscalda per effetto dei gas serra. Qui finiscono le certezze e iniziano le sfumature. Analisi multi-modello pubblicate nel 2025 suggeriscono una sorprendente resilienza del sistema: meccanismi di compensazione, in particolare nell’Oceano Meridionale, renderebbero improbabile un azzeramento totale prima del 2100. Altri lavori, invece, avvertono che segnali statistici di vicinanza a un tipping point esistono e che un innesco del collasso potrebbe diventare plausibile tra Metà Secolo e l’inizio del XXII secolo, con un’evoluzione che si dispiegherebbe nell’arco di decenni. È scienza al lavoro, non un verdetto definitivo: la dialettica tra modelli, osservazioni e proxy paleoclimatici è parte del normale avanzamento della conoscenza.

 

Il “cold blob” nell’Atlantico e perché non raffredda il Mediterraneo

Negli ultimi anni spicca una chiazza di acque superficiali più fredde a sud della Groenlandia, il cosiddetto cold blob. È coerente con un trasporto di calore verso nord più debole e, secondo studi recenti, riflette un intreccio tra oceano e atmosfera che contribuiscono insieme all’anomalia. Questo segnale, tuttavia, non è un “condizionatore naturale” per il Mediterraneo: il bacino continua a scaldarsi e a sperimentare ondate di calore marino più frequenti e intense, con ripercussioni sugli ecosistemi e sulle risorse idriche.

 

Se l’AMOC crollasse: l’Europa tra inverni più nervosi ed estati ancora calde

Immaginiamo uno scenario ipotetico in cui l’AMOC si riduca drasticamente in un mondo comunque più caldo di 1,5–2°C. Sulle coste nord-occidentali dell’Europa i modelli mostrano inverni mediamente più rigidi e soprattutto più instabili: il getto polare tende a correre su traiettorie diverse, le tempeste cambiano pista e diventano più frequenti gli sbalzi di temperatura. Il raffreddamento è in primo luogo stagionale e geografico: tocca soprattutto i mesi freddi e le latitudini medio-alte, mentre le estati restano dominate dal Riscaldamento Globale. Questo non annulla il segnale di fondo: i gas serra continuano ad accumulare calore nel sistema climatico, anche se la ripartizione regionale cambia.

 

Italia d’inverno: Nord più esposto alle irruzioni fredde, Centro-Sud tra pause miti e colpi di scena

Nel nostro Paese il segnale atteso sarebbe più sfumato rispetto a Irlanda, Regno Unito e Scandinavia. Al Nord Italia aumenterebbe la frequenza delle irruzioni artico-continentali, con medie stagionali potenzialmente più basse di 1–3°C rispetto a uno scenario analogo senza collasso. La Pianura Padana e l’Alto Adriatico tornerebbero a vedere più giorni di gelo, nebbie più persistenti nelle fasi anticicloniche fredde e finestre nevose a quote più basse quando i flussi umidi atlantici riescono a entrare. Sulle Alpi la stagione della neve si allungherebbe alle quote medio-basse, pur restando soggetta all’effetto frenante del riscaldamento di fondo sulle cumulate di fine stagione.

Nel Centro il raffreddamento medio risulterebbe più contenuto, nell’ordine di 0,5–2°C, con passaggi frontali più energici e venti sostenuti sul Tirreno nelle fasi perturbate. Al Sud e sulle Isole il segnale medio potrebbe oscillare tra lieve raffreddamento e quasi neutralità (0–1°C), ma con maggiore “spigolosità” degli eventi: gelate tardive più probabili nelle vallate interne, nevicate improvvise durante affondi da nord-est, rapide alternanze tra mitezza e aria fredda. Questi tratti emergono in varie simulazioni di spegnimento o forte indebolimento dell’AMOC, che vanno però letti come esperimenti idealizzati utili a capire il verso delle risposte, non come previsioni puntuali.

 

Italia d’estate: anticicloni più tenaci, siccità e temporali violenti nei “break”

Con un’AMOC debole, l’estate italiana non “torna fresca”. Soprattutto al Centro-Sud la combinazione tra oceano nord-atlantico più freddo e subsidenza sul Mediterraneo favorisce anticicloni più persistenti, con ondate di calore lunghe e notti tropicali. Al Nord aumenterebbe la tendenza a lunghe fasi stabili intervallate da “break” più esplosivi: quando aria più fresca atlantica riesce a scivolare sul calore intrappolato in pianura, i contrasti possono innescare fenomeni intensi, inclusi temporali grandinigeni e raffiche lineari. Anche qui, valgono i caveat: la distribuzione spazio-temporale resta dominata dalla configurazione del getto e dagli scambi con il Mediterraneo, che si sta scaldando più della media globale.

 

Un mondo complessivamente meno caldo? No: cambia la mappa, non il bilancio

Un collasso della AMOC raffredderebbe soprattutto l’Emisfero Nord atlantico-europeo e riorganizzerebbe piogge e circolazioni, ma non “spegnerebbe” il Riscaldamento Globale. Alcuni esperimenti mostrano un raffreddamento medio globale lieve e temporaneo compensato da cambiamenti in altre regioni, innalzamenti del livello del mare su tratti della costa est degli Stati Uniti e importanti spostamenti delle fasce pluviometriche tropicali. In sostanza, non esiste una scorciatoia oceanica: la traiettoria termica del pianeta resta legata alle emissioni.

 

Dove sta oggi il consenso: rischio in aumento, allerta senza allarmismo

I rapporti dell’IPCC indicano con elevata probabilità un indebolimento dell’AMOC nel corso del secolo e con confidenza media che un collasso improvviso prima del 2100 sia poco probabile. Nel 2025 studi su Nature e valutazioni indipendenti hanno rafforzato l’idea che l’azzeramento totale sia difficile grazie a meccanismi compensativi; parallelamente, altri lavori hanno messo in guardia su possibili segnali precoci e su rischi che crescono al salire delle emissioni. Due cose possono essere vere insieme: il collasso totale entro fine secolo appare poco probabile, ma la direzione della marcia – indebolimento e aumento dei rischi regionali – merita monitoraggio serrato e riduzione rapida dei gas serra.

 

Come leggere questa prospettiva da cittadini italiani

Pensare all’AMOC come a un interruttore on/off è fuorviante. Per l’Italia conta soprattutto la modulazione stagionale: inverni potenzialmente più dinamici e a tratti più freddi al Nord, estati ancora dominate da caldo e siccità con rischi convettivi nei “break”. La sfida non è aspettare un “evento” singolo, ma adattarsi a una variabilità più accentuata in un mondo che, nel complesso, continua a scaldarsi. Pianificazione idrica, gestione del rischio idro-geologico, protezione delle infrastrutture energetiche e agricole: sono queste le leve concrete da azionare in un Mediterraneo che resta hotspot climatico.

 

Credit: Nature, IPCC AR6 – Chapter 9, Met Office – AMOC dashboard, NOAA/AOML – AMOC observing, Penn State – studio sul “cold blob”, Climate Dynamics – impatti di un AMOC indebolito (TEMPOITALIA.IT)

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Tags: AlpiAMOCanticiclonecold blobcorrente del golfocorrenti oceanicheemissioni di gas serraEuropagetto polareinverni europeiItaliaMediterraneonevicateondate di calorepianura Padanariscaldamento globalesiccitàtirrenoyounger dryas
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Antonio Lombardi

Antonio Lombardi

Dopo aver conseguito la laurea in Geologia presso l’Università degli Studi di Milano nel 2000, ha proseguito il suo percorso accademico con una seconda laurea in Astronomia presso l’Università "La Sapienza" di Roma, ottenuta nel 2006. L'interesse per l'astronomia lo ha portato successivamente a intraprendere un Master di specializzazione in Astronomia presso l’University of Arizona (Tucson, USA), uno dei principali centri internazionali per la ricerca astrofisica. In ambito professionale, si occupa anche di insegnamento, sia in contesti scolastici che in corsi e laboratori rivolti al pubblico generale, con un forte focus sull’approccio interdisciplinare tra geologia, astronomia e scienze ambientali.

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