El Niño sposta le probabilità del clima stagionale in Europa, non decide il tempo di un singolo giorno su una singola località. I grandi centri meteorologici lo ripetono da mesi con prudenza. Il fenomeno previsto preoccupa, pone al centro l’ONU che lancia avvisi. Tutte le maggiori autorità non politicizzate del Pianeta, avvisano dei rischio derivanti da questo evento, in un Pianeta che non è più quello di 10-20-30 anni per il suo clima. E gli effetti di questo elemento si somma a tutta una catena di altri fenomeni caotici.
El Niño da record: a che punto siamo
Nell’aggiornamento del 3 settembre 2026 l’Organizzazione Meteorologica Mondiale ha descritto un evento ormai fermamente stabilito nel Pacifico equatoriale centro-orientale, con probabilità vicina al cento per cento di persistere fino a febbraio 2027. È la prima volta che un bollettino ufficiale usa un linguaggio così netto.
I numeri spiegano il motivo: a metà agosto le acque superficiali viaggiavano fra +2,2°C e +2,6°C sopra la media, mentre sotto la superficie le anomalie superavano gli 8°C in alcune aree: una riserva di calore enorme, pronta a essere ceduta all’atmosfera. Per il trimestre settembre–novembre i modelli matematici stagionali indicano un’anomalia media attorno a +3,6°C nell’area Niño 3.4, con il culmine atteso fra novembre e dicembre e alcune proiezioni che si spingono fino a +4°C. Valori che nella serie recente non hanno paragoni, tanto che il Met Office parla di un evento senza precedenti dal diciannovesimo secolo, superiore agli episodi del 1982-83, del 1997-98 e del 2015-16. La corsa verso l’intensità massima entro la fine dell’anno è ormai il dato acquisito.
Una precisazione doverosa, perché circola parecchia confusione: “Super El Niño” non è una categoria ufficiale. La classificazione operativa distingue eventi deboli, moderati, forti e molto forti. Il termine è finalizzato a dare una comunicazione non tecnica di evento fuori scala.
Come funziona il fenomeno
El Niño è la fase calda dell’ENSO, l’oscillazione che governa il Pacifico tropicale e che si ripresenta mediamente ogni due-sette anni. In condizioni normali gli alisei soffiano da est verso ovest e accumulano le acque superficiali più calde verso Indonesia e Australia. Quando questi venti si indeboliscono, il calore resta dove non dovrebbe: la fascia centro-orientale dell’oceano si scalda, le zone di pioggia tropicale si spostano, le grandi onde atmosferiche cambiano forma.
Si parla di El Niño quando la temperatura superficiale del mare in quell’area supera la media di almeno 0,5°C per un periodo prolungato. Mezzo grado sembra poco, e su una giornata non lo noteremmo. Applicato a milioni di chilometri quadrati di oceano diventa un trasferimento di energia capace di riorganizzare la circolazione atmosferica di mezzo pianeta.
Da qui nasce anche l’equivoco più diffuso. Il cambiamento climatico non provoca El Niño, che resta un ciclo naturale del sistema oceano-atmosfera. Ma un pianeta già più caldo alza l’asticella di partenza e amplifica gli effetti di ogni episodio, al punto che il 2027 viene indicato come possibile anno più caldo mai registrato: l’oceano restituisce all’atmosfera, con qualche mese di ritardo, il calore accumulato.
Il conto globale, fuori dall’Europa
Fuori dalle aree polari il segnale termico è netto, con temperature sopra media su gran parte delle terre emerse. Cresce il rischio di siccità e incendi in Australia, in parte del Sud-est asiatico, in India e in America centrale, mentre l’Africa orientale, porzioni dell’Asia centro-orientale e alcune aree delle Americhe vedono aumentare la probabilità di piogge sopra la norma e di criticità idrologiche. Il riscaldamento non riguarda soltanto il Pacifico: anche l’Oceano Indiano e l’Atlantico tropicale si stanno scaldando, e questo complica ulteriormente il quadro.
Europa e Italia: dove il segnale conta
Qui la faccenda si complica, per un motivo preciso: il legame fra El Niño, Atlantico, corrente a getto e tempo europeo è indiretto, filtrato, spesso sovrastato da altro. Passa attraverso le teleconnessioni, catene di cause ed effetti che attraversano mezzo emisfero, e ogni anello aggiunge incertezza. È la ragione per cui due eventi di intensità paragonabile hanno lasciato alle spalle inverni europei diversissimi, e per cui l’affidabilità delle previsioni stagionali sul continente resta inferiore rispetto alle fasce tropicali.
Il quadro che emerge dai dati elaborati dai centri europei è comunque leggibile. Per l’Europa nel complesso aumenta la probabilità di temperature sopra media, con un calore che potrebbe accentuarsi verso la primavera 2027. Il Nord-Ovest del continente e il Regno Unito, fra autunno e inizio inverno, tendono verso condizioni più miti, umide e ventose, con rischio idraulico in crescita dopo l’estate secca. L’Europa meridionale mostra il segnale termico più marcato, mentre sulle precipitazioni la coerenza fra i modelli matematici resta bassa. Il Centro Comune di Ricerca della Commissione europea aggiunge un dettaglio interessante: un evento così intenso potrebbe addirittura ribaltare la storica tendenza a un autunno europeo più fresco.
Sull’Italia la traduzione operativa è meno spettacolare di quanto molti si aspettino. La tendenza riguarda le temperature: valori sopra la media climatica, ondate di calore più probabili e persistenti nelle stagioni calde, notti oltre i 20°C che si prolungano nelle città e lungo le coste, fusione nivale più rapida sulle Alpi e neve meno persistente alle quote medio-basse. Non significa che ogni mese risulti caldo, perché dentro una stagione mite si infilano fasi fresche e temporalesche anche severe, come mostra bene il quadro atteso per l’autunno.
La NAO, l’interruttore dell’inverno italiano
Per l’inverno del Nord Italia e del resto della penisola pesa molto di più l’Oscillazione Nord-Atlantica di quanto non pesi il Pacifico. La NAO misura la differenza di pressione fra l’Anticiclone delle Azzorre e la Depressione d’Islanda. Quando il divario è ampio i venti occidentali corrono forti e le perturbazioni scivolano verso Isole Britanniche e Scandinavia, lasciando il Mediterraneo all’asciutto. Quando si riduce, il flusso rallenta, la corrente a getto ondula e le depressioni scendono di latitudine.
Con NAO positiva l’inverno italiano è mediamente più stabile, secco e mite in quota, con piovosità sotto la norma soprattutto al Centro-Nord e sul versante tirrenico. In Pianura Padana, però, può fare freddo al suolo per inversione termica, con nebbie, nubi basse e gelate: non è una contraddizione, è la fisica dei bassi strati. Con NAO negativa aumentano i transiti depressionari sul bacino, le piogge al Centro-Sud e la neve sulle Alpi, quando l’aria fredda è presente.
Attenzione all’equivoco più comune: NAO negativa non significa gelo. Un minimo di bassa pressione fra Spagna e Baleari richiama scirocco, quindi pioggia abbondante e temperature troppo alte per la neve in pianura. Per vedere fiocchi a quote basse su Milano serve una combinazione diversa, con aria fredda già presente al suolo e minimo depressionario sul Golfo di Genova.
Lo scenario alternativo che nessuno può escludere
Esiste una lettura meno lineare, e merita spazio proprio perché va in direzione opposta alla tendenza mite. La distribuzione delle anomalie termiche nelle acque dell’Atlantico settentrionale potrebbe favorire blocchi anticiclonici capaci di fermare il flusso perturbato oceanico, aprendo la strada a scambi meridiani profondi. In quel caso dicembre e gennaio vedrebbero irruzioni artiche frequenti, e verso febbraio non sarebbe da escludere un’ondata di gelo di quelle destinate a restare nella memoria: i tempi di ritorno di certi eventi, del resto, sono ormai maturi.
Il meccanismo che rende questo scenario tecnicamente possibile passa dalla stratosfera. Le onde planetarie generate dalla convezione tropicale salgono verso l’alto e possono indebolire il Vortice Polare, fino a episodi di Stratwarming che dirottano l’aria gelida artica verso sud. Un vortice vulnerabile fra fine dicembre e gennaio apre finestre fredde reali, ma parliamo di settimane, non di stagioni intere. Le due visioni, insomma, non si escludono: un inverno mediamente mite può ospitare due o tre episodi severi di freddo, e sarebbero proprio quelli a fare notizia. Ad esempio, l’inverno 2011-2012 non fu più freddo rispetto alla media, ma ebbe in Italia ed in Europa, i primi 20 giorni di febbraio gelidi e nevosi.
Pioggia, siccità e un Mediterraneo troppo caldo
Per l’Italia non esiste alcun automatismo fra El Niño e “più pioggia” oppure “più siccità”. Le proiezioni indicano per l’Europa meridionale una probabilità aumentata di precipitazioni sopra media in alcuni trimestri, ma si tratta di una media su un’area vastissima che comprende Penisola Iberica, Balcani e Mediterraneo occidentale.
Plausibili entrambi gli scenari, talvolta nello stesso trimestre: lunghi periodi asciutti sotto l’anticiclone subtropicale, poi saccature che scaricano in poche ore quello che dovrebbe cadere in settimane. Un totale mensile in apparenza normale, con siccità fra un episodio e l’altro. La differenza è cruciale, perché un nubifragio non ricostituisce le riserve idriche: gran parte dell’acqua scorre in superficie invece di infiltrarsi.
Il vero moltiplicatore è il mare. Il Mediterraneo entra nell’autunno con anomalie che localmente sfiorano i 6°C, quindi più vapore acqueo disponibile per le perturbazioni. Quando questo incontra aria fredda in quota, convergenza dei venti e orografia favorevole, dalle Prealpi all’Appennino fino ai rilievi costieri, il potenziale per precipitazioni estreme sale parecchio.
Come leggere gli annunci sull’inverno
La parte fondata dei comunicati è che un evento di questa portata rende più plausibile un periodo globale più caldo e modifica le probabilità dei regimi di pioggia, con effetti che si estendono fino al 2027. La parte da scartare è quella catastrofista, secondo cui il fenomeno determinerebbe il tempo di ogni Paese e renderebbe inevitabili alluvioni ovunque. Le teleconnessioni funzionano per probabilità, non per sentenze.
Credit
- El Niño set to become very strong, raising risks of extreme weather into 2027 – WMO
- ENSO Diagnostic Discussion – NOAA Climate Prediction Center
- How confident should we be in a prediction of El Niño? – ECMWF
- The North Atlantic Oscillation – Met Office
- Measuring the strength of El Niño: relative Niño indices – ECMWF