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Insomma, torniamo su un argomento affrontato in una chiave di analisi meteo differente rispett ad altri nostri articoli. Il Pacifico equatoriale sta costruendo qualcosa che i modelli matematici non avevano mai allineato con questa intensità. Le ultime emissioni diffuse dal Climate Prediction Center della NOAA assegnano una probabilità superiore al 90% a un El Niño di categoria very strong, quindi un fenomeno di intensità che potrebbe essere record da quanto viene misurato.

Sotto l’aspetto tecnico, la previsione propone un indice RONI pari o superiore a +2,0°C, per i trimestri settembre-novembre, ottobre-dicembre e novembre-gennaio. E c’è un dato che pesa ancora di più: per ottobre-dicembre la probabilità che l’evento superi in intensità tutti quelli censiti dal 1950, quindi oltre +2,5°C, è stimata al 69%. Ecco perché vi diciamo che potrebbe essere di rielvanza storica.

 

Chi lavora con le previsioni stagionali sa quanto sia raro vedere un simile accordo fra sistemi previsionali diversi. In genere, i vari modelli matematici offrono proiezioni molto differenti su previsioni a così lungo termine, ma stavolta tutte concordano sulla stessa linea. Il Met Office britannico, nel documento firmato il 21 agosto, di cui ne abbiamo fatto un articolo, parla apertamente di evento senza precedenti (da quando viene misurato con strumenti), probabilmente il più intenso dal XIX secolo, con anomalie previste nella regione Niño 3.4 con una temperatura di oltre i +3°C.

La World Meteorological Organization, nel suo aggiornamento stagionale, indica un’anomalia media di superficie intorno a +2,9°C, con una dispersione fra i sistemi delle varie proiezioni molto contenuta. Traduzione tecnica: c’è una previsione definita ad alta confidenza. Un quadro quindi molto attendibile che avevamo già iniziato a ricostruire quando i primi segnali indicavano un El Niño destinato a diventare fortissimo. già mesi fa.

 

Gli effetti in Europa sono indiretti

Il legame fra il riscaldamento delle acque equatoriali e il tempo che farà sulle nostre regioni non è mai diretto. Quindi, non è corretto sostenere che avremo questo o quel tipo di tempo atmosferico perché c’è El Niño, ma siccome l’atmosfera è tutta collegata, El Niño influenza altri sistemi, e questi il tempo meteorologico europeo, mediterraneo e quello dell’Italia.

Passa attraverso le teleconnessioni, catene di causa ed effetto che attraversano mezzo emisfero modificando la posizione della corrente a getto, l’ampiezza delle onde planetarie, il comportamento della NAO – l’Oscillazione Nord Atlantica, l’indice che misura il contrasto barico fra Islanda e Azzorre, e più avanti nella stagione, la stabilità del Vortice Polare stratosferico, che come avrete letto, si sta formando proprio in questo periodo.

Resta statisticamente rilevante quando l’evento è di questa entità, e in questo autunno non ci aspetta da una stagione qualsiasi. Il Deutscher Wetterdienst ha ricordato che da un El Niño forte non si deduce automaticamente un inverno freddo, anzi: nelle fasi iniziali le osservazioni storiche mostrano spesso tempo mite e piovoso sull’Europa centrale e occidentale, con flusso atlantico ben strutturato. Le implicazioni per il nostro settore le abbiamo esaminate anche nell’analisi dedicata a Europa e Italia.

 

Il vero problema per noi è un Mediterraneo caldo che diventa moltiplicatore della furia degli eventi meteo

Il Mediterraneo centrale e occidentale arriva all’avvio dell’autunno con temperature superficiali marcatamente sopra la media, in alcuni settori con scarti dalla media che questa estate hanno toccato i 6°C, in particolare nel Golfo del Leone, nel Mar Ligure e nel Tirreno settentrionale. Il bollettino di metà anno del Copernicus Marine Service parla di ondate di calore marine che hanno interessato il 98% del bacino nel primo semestre, con gli episodi più persistenti proprio nel settore occidentale, mari dell’Italia compresi.

Quel calore non è figlio di El Niño: è il risultato alla lunga sia del Riscaldamento Globale di lungo periodo, che di una stagione estiva dove da oltre 3 mesi è in atto un’ondata di calore, che ha avuto ben 4 picchi estremi di calura, e che ora ne riceverà un 5°. Quindi, nello specifico gli effetti di ciascun elemento vanno ben distinti. Ma l’insieme dei processi derivanti dalle anomalie si sommano, e la somma non è neutra, ma una sorta di bomba che per esplodere necessità solo di una piccola miccia. E lo abbiamo visto anche nelle ultime ore, è stato sufficiente uno sbuffo d’aria oceanica per generare tempeste di fulmini, nubifragi, mentre in Francia e Catalogna hanno visto grandinate. Da segnalare anche un grosso tornado nel sud ovest della Francia. Un fenomeno che ricorda quelli che si formano nelle Grandi Pianure nord americane.

 

Un mare caldo anche sotto la superficie

Non dobbiamo sottovalutare che le anomalie del Mediterraneo son solo superficiali. Queste non sono attive solo sulla pellicola superficiale vista dai satelliti, ma anche la profondità marina stimata sino a 50-60 metri almeno. Questo riscaldamento è responsabile del danno, ad esempio, della flora marina, provata dall’eccesso di calura ormai da anni.

Questa aggravante cambia tutto in termini di inerzia, ovvero di contributo all’instabilità atmosferica. Un’anomalia confinata ai primi metri dalla superficie viene smaltita in pochi giorni di vento teso da nord e cielo coperto. Un’anomalia che ha caricato di calore uno strato più spesso resiste per settimane, anzi mesi, perché il quanto immagazzinato è proporzionale al volume d’acqua coinvolto, non alla temperatura di superficie. Significa che il bacino entrerà nella stagione fredda con un serbatoio energetico ancora pieno, ovvero caldo, e continuerà a cederlo all’atmosfera fino a stagione invernale inoltrata.

Viviamo anomalie, inoltre, dovute alle dinamiche anomale della cella di Hadley e dalla posizione della ITCZ, entrambe più a nord di dove dovrebbero essere. Ne abbiamo scritto in un approfondimento specifico.

 

La prima fase sarà di attesa, poi da ottobre e novembre utilizzeranno a pieno il calore latente

Nelle settimane iniziali dell’autunno la circolazione atlantica potrebbe restare poco organizzata, con l’anticiclone subtropicale – ovvero nord africano – ancora capace di imporsi sul bacino del Mediterraneo, mentre i sistemi perturbati oceanici faticheranno a scendere di latitudine. In quel caso il mare continuerà ad accumulare calore, anche se il picco lo stiamo raggiungendo in questi giorni. Settembre rischia di comportarsi come un prolungamento dell’estate, con qualche episodio temporalesco locale violento, e non un preludio dell’autunno.

Il conto di tutta questa energia lo vedemo nei mesi successivi. Da ottobre, con l’irrigidimento del gradiente termico fra le alte latitudini e il Mediterraneo, è ragionevole attendersi l’ingresso delle prime saccature strutturate. Aria fredda in quota sopra una superficie marina che conserva valori estivi produce contrasti termici  molto marcati, un aumento rapido del CAPE – l’energia disponibile per i moti convettivi – con condizioni estremamente favorevoli alla genesi di sistemi temporaleschi capaci di rigenerarsi sullo stesso settore per ore. Il risultato è noto: accumuli di pioggia concentrati in tempi brevi, alluvioni lampo, danni localizzati. Ma anche di ciclogenesi mediterranee anche cattive che non sappiamo dove colpiranno. Ne sanno qualcosa in Grecia ed in Libia, per ricordare eventi meteo estremi di questi ultimi anni.

Le zone più esposte restano i bacini marini della fascia tirrenica ed il Mar Ligure, quindi le Isole Maggiori. Sul Nord Italia l’ingresso delle correnti atlantiche tende invece a produrre eventi più diffusi e meno esplosivi, in sostanza, inizierà la stagione dove arriveranno le piogge prolungate nel tempo, senza attività elettrica.

 

Temperature sopra la media e notti tropicali prolungate

Sul campo termico il segnale è davvero robusto: Copernicus, nell’aggiornamento di agosto, indica una probabilità elevata che la media settembre-novembre si collochi sopra l’ottantesimo percentile della distribuzione climatologica su quasi tutto il continente, con indebolimento solo all’estremo nord e all’estremo est. Capisco, termini complicati, ma ora vediamo gli effetti.

Sulle coste questo si tradurrà in un numero di notti tropicali superiore alla norma, con minime che faticheranno a scendere sotto i 20°C anche a stagione inoltrata. Da Genova a Napoli il mare continuerà a rilasciare calore per settimane, mentre nelle pianure interne il raffreddamento notturno resterà più efficace.

 

L’inverno resta un’ipotesi, ma i contrasti saranno il tema

Guardando oltre novembre il terreno previsionale diventa scivoloso e va detto con chiarezza. I modelli matematici stagionali forniscono tendenze consultabili, non previsioni: indicano probabilità, non scenari deterministici. Quello che emerge con una certa coerenza è un flusso occidentale o sud-occidentale più attivo, associato a basse pressioni sull’Atlantico settentrionale, e una possibile maggiore frequenza di fasi negative della NAO, con conseguenti disturbi al Vortice Polare.

Se questo assetto si concretizzasse su un bacino ancora termicamente sovraccarico, i contrasti invernali potrebbero risultare violenti: irruzioni fredde che incontrano acque anomale generano ciclogenesi rapide, e in condizioni dinamiche particolari anche Medicane, cicloni mediterranei con caratteristiche quasi tropicali. La genesi dei Medicane resta però legata a fattori indipendenti dal riscaldamento del mare, e nessuno può sbilanciarsi con mesi di anticipo, ma a volte anche a poche ore questi sistemi non sono prevedibili, e si parla di potenziale sviluppo.

Restano poi le altre variabili in gioco: lo stato termico dell’Atlantico settentrionale, la QBO, l’estensione del ghiaccio artico, il Dipolo dell’Oceano Indiano in fase positiva. El Niño modifica le probabilità, non determina il tempo giorno per giorno. Sul dettaglio locale, che si tratti di Milano, Roma o Palermo, servirà come sempre la previsione a breve termine.

 

E allora cosa potrebbe succedere?

Un’estremizzazione dei fenomeni atmosferici. E con il trascorrere della stagione, sia maltempo, ma anche fasi asciutte e calde, oltre che potenziali irruzioni di aria fredda precoce. Il tutto perché El Niño tende a influenzare notevolmente e con forza, tutte le variabili che innescano i fenomeni meteo estremi. Insomma, avremo probabilmente, un autunno estrimo.

 

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