L’asteroide dei dinosauri aveva 1 probabilità su 8 di ucciderli davvero, eppure li uccise. E qui inizia la parte che nessuno ti racconta. Erano 66 milioni di anni fa, Cretaceo terminale. Un corpo roccioso di oltre 10 chilometri attraversa l’atmosfera e si schianta nello Yucatán, in quello che oggi è il Golfo del Messico. L’impatto è devastante – su questo nessuno discute – ma la devastazione da sola non basta.
Chi lavora ogni giorno con l’atmosfera lo sa: un evento catastrofico locale non diventa automaticamente una catastrofe planetaria. Serve un meccanismo che porti gli effetti in quota e li distribuisca ovunque. E nel caso del cratere di Chicxulub quel meccanismo non aveva molto a che fare con le dimensioni del proiettile.
Il problema non era la roccia. Era la chimica di quello che c’era sotto, ovvero il suolo che venne colpito, la composizione chimica.
La fuliggine stratosferica, il vero killer
Uno studio del 2017 pubblicato su Scientific Reports dai geologi Kunio Kaiho (Università di Tohoku) e Naga Oshima (Japan Meteorological Agency) ha calcolato che solo il 13% della superficie terrestre era ricoperto da rocce abbastanza ricche di idrocarburi da generare la fuliggine rivelatasi mortale. Quelle rocce – i fondali carbonatici dello Yucatán – erano il solo tipo di suolo capace di produrre, all’impatto, una quantità sufficiente di fuliggine da iniettare nella stratosfera.
Non fumo. Non cenere. Fuliggine stratosferica.
Il fumo degli incendi resta quasi sempre confinato nella troposfera, lo strato più basso, dove piogge e rimescolamento lo lavano via nel giro di settimane. La stratosfera è tutt’altro ambiente: stabile, secca, priva di quel dilavamento. Ciò che vi arriva, lì rimane per anni. È lo stesso principio che rende certe eruzioni vulcaniche capaci di raffreddare il pianeta, come accadde con il Monte Pinatubo nel 1991, quando gli aerosol solforici tolsero qualche decimo di grado alla temperatura media globale per un paio di stagioni. Solo che qui siamo su un’altra scala, un’altra categoria proprio: qui parliamo di una catastrofe planetaria.
Un cielo spento e la fotosintesi che si ferma
Una volta in quota, quella fuliggine forma uno schermo opaco che blocca la luce del sole per anni. Le simulazioni indicano un raffreddamento medio globale tra 8°C e 11°C, con punte di 28°C in meno sui continenti. La fotosintesi si arresta quasi completamente. La catena alimentare collassa dal basso.
Provate a immaginare un’eclissi che non finisce mai, il cielo color piombo anche a mezzogiorno, il vento che soffia gelido su terre emerse che si raffreddano in fretta mentre gli oceani, più inerti, cedono calore con calma. Muoiono prima le piante, poi gli erbivori, poi chi mangiava gli erbivori. Uno spegnimento lent della vita. Il resto lo raccontano i sedimenti che segnano il passaggio dal Cretaceo al Paleogene, studiati e ristudiati da decenni in mezzo mondo.
E se fosse caduto altrove?
Se l’asteroide fosse caduto nell’87% restante della superficie terrestre – Oceano aperto, granito, rocce a basso contenuto di idrocarburi – la fuliggine prodotta non sarebbe stata sufficiente. Il pianeta non si sarebbe raffreddato in modo catastrofico. Gli ecosistemi mesozoici avrebbero potuto reggere il colpo.
I dinosauri sarebbero ancora qui. Sappiamo che in quella stessa finestra temporale la Terra incassò altri colpi: il cratere Nadir, al largo dell’Africa occidentale, fu scavato da un corpo di poche centinaia di metri e resta lì, sotto il fondale atlantico, a ricordarci che gli impatti non sono eventi rarissimi. Rarissima, semmai, è la combinazione che li rende letali per tutti.
Chimica locale, non fortuna cosmica
Kaiho e Oshima non hanno calcolato la probabilità di un impatto. Hanno calcolato la probabilità che quell’impatto fosse letale su scala globale. E la risposta è 1 su 8 ovvero il 13%. Il masso spaziale cadde su un’area caratterizzata da rocce reattive con lo sviluppo di quella fuliggine che ben presto spazzò via la vita sula Terra. Sono presenti solo in 1/6 di suolo della Terra. L’asteroide cadde proprio in quella fetta di terreno, con le conseguenze poi note.
Oggi sorvegliamo migliaia di oggetti che incrociano l’orbita terrestre e sappiamo stimarne diametro, traiettoria, energia liberata. Molto meno spesso ci chiediamo dove andrebbero a cadere. Eppure, se Chicxulub insegna qualcosa, è che la risposta climatica dipende dal bersaglio che viene colpito al pari del proiettile che ci viene addosso. Un aspetto geologico non trascurabile che decide il destino di un pianeta.
In breve:
- Solo il 13% della Terra era coperto da rocce in grado di produrre fuliggine catastrofica all’impatto,
- L’asteroide centrò esattamente quella fetta: i fondali carbonatici dello Yucatán.
- Se fosse caduto altrove, il raffreddamento globale non sarebbe bastato, e i dinosauri avrebbero potuto sopravvivere.
Credit
- Site of asteroid impact changed the history of life on Earth: the low probability of mass extinction, Scientific Reports (2017)
- Global climate change driven by soot at the K-Pg boundary as the cause of the mass extinction, Scientific Reports (2016)
- Tohoku University – Site of asteroid impact changed the history of life

