Il tuono arriva alle tre di notte, e per qualche istante non si capisce nemmeno da che parte venga. Poi il lampo illumina la stanza, la pioggia comincia a battere sulle persiane o tapparelle, se avete lasciato la finestra aperta per far passare un po’ d’aria vi svegliate perché iniziano a sbattere le porte. Svegliati di soprassalto a stento ci si rende conto che fuori sta accadendo qualcosa di serio. Chi vive in Val Padana questa sequenza la conosce, e si, da queste parti i temporali hanno il brutto vizio di venire nel cuore della notte. Improvvisamente, senza che i bollettini meteo li abbiano annunciati.
Eppure la percezione resta ovattata. Un temporale che scoppia alle cinque del pomeriggio lo si vede arrivare: il cumulonembo oscura il sole, la luce che vira al giallastro, il vento che gira all’improvviso. Di notte niente di tutto questo. Di notte c’è il buio, e il buio è un pessimo consigliere. E poi, generalmente, si dorme.
Il buio cancella i segnali
Il primo problema sembra banale, eppure ha una sua rilevanza anche in ambito di prevenzione. Al tramonto perdiamo l’unico strumento di allerta che l’essere umano usa da sempre, cioè lo sguardo. Non vediamo più la torre temporalesca crescere all’orizzonte, non notiamo l’incudine che si sfilaccia verso valle, non cogliamo quella linea scura e bassa – la shelf cloud, il fronte di raffica reso visibile dalla condensazione – che precede l’arrivo dei venti più violenti.
Restano i lampi. Ma i lampi ingannano: illuminano il cielo per frazioni di secondo e non mostrano dove si trova il temporale, né la direzione di spostamento del sistema. Beh, se vi svegliate e verificate su apposite APP meteo, potete consultare il radar meteo, la traccia del potenziale spostamento del temporale, vedere dove sono le fulminazioni e la loro densità. Ma questo è generalmente svolto da chi di meteo ne mastica un po’, e poi si deve avere voglia di svegliarsi e compiere questi gesti.
Insomma, c’è la questione del sonno. Dormiamo, e mentre dormiamo nessuno riceve avvisi, nessuno consulta un bollettino, nessuno chiude le persiane o sposta l’auto da sotto l’albero. Le allerte, e si, ci sono delle APP che ti avvisano del temporale che è in zona, per quanto tempestive, arrivano su un canale spento: la nostra percezione, che è quella del sonno, del momento della giornata in cui il livello di attenzione è molto basso o annullato.
Perché di notte i temporali si organizzano meglio
Qui entriamo nel cuore della dinamica meteo, ed è la parte che sorprende chi non mastica meteorologia tutti i giorni. L’idea diffusa vuole che il temporale sia figlio del sole: il terreno si scalda, l’aria sale, la nube si sviluppa. Vero, ma solo in parte. Perché il temporale di calore pomeridiano – quello che esplode sui rilievi e si spegne dopo cena – è appena una delle famiglie possibili.
Dopo il tramonto entra in gioco un meccanismo diverso. La superficie si raffredda per irraggiamento, si forma un sottile strato stabile nei bassi strati e sopra di esso, a qualche centinaio di metri di quota, scorre un flusso più veloce di aria umida. È il cosiddetto getto di bassa quota, in inglese low-level jet, un nastro di vento che si intensifica proprio di notte perché l’attrito con il suolo si riduce. Quel nastro trasporta umidità in continuazione verso la zona dove il temporale è già attivo.
Risultato? Il sistema temporalesco, invece di esaurirsi, si alimenta. E spesso si ingrossa.
Quando le celle si mettono in fila
I temporali isolati sono capricciosi e di breve durata. Quando però più celle si saldano fra loro, nasce un Sistema Convettivo a Mesoscala, in sigla MCS: una struttura estesa anche per 100-200 km se non oltre, capace di autoalimentarsi per molte ore. Il fronte di raffica generato dalle correnti discendenti agisce come un piccolo fronte freddo mobile, solleva l’aria calda che incontra e innesca nuove celle sul bordo d’attacco.
Va detto: è esattamente questo il motivo per cui certi episodi notturni risultano più violenti di quelli pomeridiani. Non perché ci sia più energia in gioco, ma perché quell’energia viene organizzata meglio, incanalata in una macchina che funziona a ciclo continuo. Le raffiche discendenti possono superare la soglia dei danni strutturali, la grandine cresce di dimensione, le cumulate di pioggia si concentrano su fasce strette.
Il Nord Italia conosce bene questo copione. I sistemi che si accendono sulle Alpi e sulle Prealpi nel tardo pomeriggio scivolano verso la pianura dopo il tramonto, e arrivano su Milano, Bergamo, Brescia o sulla fascia dei laghi attorno a Como quando le citte dormono.
I numeri raccontano
C’è una letteratura scientifica che mette nero su bianco quello che i previsori intuiscono da decenni. Uno studio pubblicato su Weather and Forecasting dell’American Meteorological Society ha analizzato oltre un secolo di eventi tornadici negli Stati Uniti: pur rappresentando poco più di un quarto del totale, gli episodi notturni hanno prodotto una quota di vittime nettamente superiore. Un evento che si verifica fra la mezzanotte e l’alba risulta circa due volte e mezzo più letale di uno diurno.
Il contesto americano non è il nostro, sia chiaro. Le tipologie di edifici, la densità abitativa, i sistemi di allertamento sono differenti. Ma il principio si trasferisce senza troppe forzature: a parità di intensità, un fenomeno che colpisce mentre le persone dormono fa più male. Non è una questione di previsione, è una questione di reazione.
Lo so che sono due situazioni diverse: ma se di notte c’è una scossa di terremoto violenta, fa più vittime e feriti rispetto ad una che avviene di giorno, magari in una bella giornata di sole.
Cosa si può fare, concretamente
Nessuno passerà la notte a fissare il radar. Però qualche accorgimento costa poco. Guardare le previsioni della sera prima, per esempio, quando i modelli matemaetici individuano già le finestre a rischio, come accade nelle analisi sulla fase temporalesca in arrivo dopo Ferragosto o negli aggiornamenti sui fenomeni attesi fra grandine e picchi di calore. Lo so, i temporali non si possono pevedere in ambito locale, si può parlare solo di possibilità che l’evento meteo si verifichi, però è meglio di niente, vi pare? Lo so che per esempio, su Milano accade molto spesso che ci sia allerta meteo temporale e non succede niente, ma chi sta a Milano e nella sua area metropolitana non tiene conto di stare in una zona a forte rischio allagamenti, oltre che fenomeni meteo violenti, e con il cambiamento climatico, questi possono esserlo ancor più.
Poi ci sono le precauzioni domestiche, quelle che valgono sempre e che spesso vengono dimenticate proprio di notte: come difendersi dai fulmini dentro e fuori casa è materia da rileggere ogni estate, così come l’elenco dei comportamenti da evitare durante un temporale. Utile anche l’approfondimento della Protezione Civile sui temporali e i fulmini.
Chiudere le imposte prima di andare a letto quando è attesa instabilità, non lasciare l’auto sotto alberi malmessi, tenere il telefono con la suoneria attiva se sono in vigore avvisi: sono gesti minimi. Eppure fanno la differenza fra svegliarsi infastiditi e svegliarsi con un problema.
Il temporale notturno, in fondo, non è più cattivo degli altri. È solo più bravo a farsi trovare impreparati, come confermano le fasi di instabilità a macchia di leopardo osservate in questi giorni e la mappa delle regioni più esposte alla grandine. Chi guarda il cielo di mestiere lo sa da tempo. Il resto dipende da quanto siamo disposti a fidarci di un bollettino letto la sera prima.
Credit
- PECAN: Plains Elevated Convection at Night – NOAA National Severe Storms Laboratory
- NOAA scientists tackle mystery of nighttime thunderstorms – NOAA
- Vulnerability due to Nocturnal Tornadoes – Weather and Forecasting, American Meteorological Society
- The Great Plains Low-Level Jet during PECAN – Monthly Weather Review, American Meteorological Society