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Home A La notizia del Giorno

Il mistero del cinghiale radioattivo di Chernobyl ha una spiegazione

Antonio Lombardi di Antonio Lombardi
30 Mar 2025 - 09:40
in A La notizia del Giorno, A Scelta della Redazione, Magazine
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(TEMPOITALIA.IT) La FAUNA selvatica presente nell’area di CHERNOBYL continua a stupire gli studiosi. Il disastro nucleare del 1986 ha rilasciato nell’ambiente una quantità considerevole di CESIO-137, un isotopo con un tempo di dimezzamento di poco più di 30 anni. Ci si sarebbe aspettato che, a oltre tre decenni dall’incidente, il livello di RADIOATTIVITÀ nei vari organismi vivesse un calo significativo. Tuttavia, i CINGHIALI della zona hanno mantenuto concentrazioni di radiazioni quasi invariate, al contrario di altre specie come i cervi, che invece hanno mostrato la prevista diminuzione di sostanze radioattive. Questo singolare comportamento è rimasto un enigma fino al 2023, quando un gruppo di ricercatori dell’UNIVERSITÀ DI VIENNA e dell’UNIVERSITÀ LEIBNIZ DI HANNOVER ha finalmente chiarito la situazione, gettando luce sui motivi che permettono a questi animali di conservare livelli anomali di contaminazione.

 

Un enigma che dura da decenni

Nei cervi si è registrata una riduzione coerente con il naturale decadimento del CESIO-137, che in circa trent’anni avrebbe dovuto dimezzarne la pericolosità. Il fatto che i CINGHIALI non mostrassero la stessa tendenza ha portato gli esperti a interrogarsi sul tipo di esposizione a cui questi animali potessero essere sottoposti. Diverse campagne di misurazione si sono susseguite nel tempo, eppure i valori di RADIOATTIVITÀ rilevati in questi suini selvatici restavano sorprendentemente elevati. Gli scienziati hanno quindi cercato altre possibili fonti di contaminazione, testando differenti ipotesi legate all’alimentazione e alle caratteristiche dell’ambiente contaminato. Le analisi svolte hanno condotto a un risultato inaspettato: la presenza di CESIO-135, isotopo molto più longevo e difficile da rilevare rispetto al più noto CESIO-137.

 

Ruolo dei differenti isotopi

Il CESIO-135 ha un tempo di dimezzamento decisamente più lungo e, di conseguenza, decade in modo estremamente lento. Non si rileva facilmente con i tradizionali dispositivi di misurazione delle radiazioni, perché emette segnali deboli e difficili da distinguere da altri isotopi. I ricercatori hanno dovuto servirsi di metodologie avanzate, basate su tecniche spettrometriche di massa, per individuare con precisione la presenza di questo elemento nel tessuto dei CINGHIALI. Secondo il professor GEORG STEINHAUSER, esperto di radiazioni, la resistenza al decadimento del CESIO-135 risulta determinante per spiegare come mai i livelli di RADIOATTIVITÀ in queste creature non si siano attenuati al pari di altre specie. Il suo perdurare nel suolo e nella catena alimentare rende conto dell’enigmatico fenomeno osservato negli ultimi anni a CHERNOBYL.

 

Perché solo i cinghiali restano contaminati

La ragione per cui i cervi non presentano analoghi valori di contaminazione si collega allo stile di vita e alla dieta dei CINGHIALI. Questi animali sono ghiotti di tartufi di cervo, funghi che si sviluppano tra i 20 e i 40 centimetri di profondità. Nel corso dei decenni, il CESIO rilasciato durante il disastro del 1986 e successivamente nel periodo dei test nucleari condotti durante la GUERRA FREDDA ha continuato a penetrare nel sottosuolo. Solo di recente tali funghi, trovandosi a una certa profondità, hanno iniziato ad assorbire in modo più consistente il CESIO. I CINGHIALI, scavando nel terreno per alimentarsi, entrano così in contatto con una fonte di RADIOATTIVITÀ che combina sia i residui del disastro di CHERNOBYL sia quelli dei vecchi test atomici. Questa doppia esposizione fa sì che, nonostante il passare degli anni, i livelli di contaminazione restino marcatamente elevati.

 

Conseguenze a lungo termine

Il perdurare di tali fenomeni fa riflettere sulla complessità degli ecosistemi di EUROPA orientale e sul fatto che la RADIOATTIVITÀ non scompare in modo uniforme da tutti gli ambienti. Il caso dei CINGHIALI rappresenta un esempio emblematico di come fattori ecologici, biologici e geochimici possano interagire generando situazioni imprevedibili. Secondo il professor GEORG STEINHAUSER, sommando i vari elementi, si comprende come la contaminazione dei tartufi di cervo – e, di conseguenza, dei CINGHIALI – permanga stabile nel tempo. Nel frattempo, altre specie come i cervi sono riuscite a liberarsi progressivamente dalla quota di isotopi radioattivi, complici abitudini alimentari e habitat differenti.

 

Prospettive, ipotesi

Il lavoro degli studiosi dell’UNIVERSITÀ DI VIENNA e dell’UNIVERSITÀ LEIBNIZ DI HANNOVER evidenzia l’importanza di effettuare misurazioni meticolose e di utilizzare tecniche d’avanguardia per comprendere a fondo l’evoluzione dei contaminanti in aree colpite da incidenti nucleari. I risultati, pubblicati sulla rivista ENVIRONMENTAL SCIENCE & TECHNOLOGY, hanno aperto nuove prospettive per il monitoraggio costante della RADIOATTIVITÀ a CHERNOBYL. Il fatto che la concentrazione di isotopi, specialmente il CESIO-135, non sia calata nei CINGHIALI, è un segnale rilevante per tutti coloro che studiano gli effetti a lungo termine dei disastri nucleari. Gli esperti insistono sull’urgenza di analisi periodiche, allo scopo di prevenire rischi potenziali sia per la FAUNA locale sia per gli esseri umani che si avventurano in zone ancora soggette a contaminazione.

 

Il caso dei CINGHIALI di CHERNOBYL insegna che gli ecosistemi reagiscono agli eventi catastrofici in maniera eterogenea e che la contaminazione radioattiva non segue sempre dinamiche lineari. Il ruolo cruciale di un isotopo poco conosciuto come il CESIO-135 testimonia la necessità di guardare oltre le apparenze e di tenere in considerazione tutti i possibili fattori che contribuiscono a mantenere viva la RADIOATTIVITÀ in determinate nicchie ecologiche. Il futuro richiederà nuovi studi e una costante attenzione ai processi di decadimento e accumulo, così da comprendere meglio non solo l’area di CHERNOBYL, ma anche altri luoghi interessati da forme di contaminazione di lungo periodo. (TEMPOITALIA.IT)

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Antonio Lombardi

Dopo aver conseguito la laurea in Geologia presso l’Università degli Studi di Milano nel 2000, ha proseguito il suo percorso accademico con una seconda laurea in Astronomia presso l’Università "La Sapienza" di Roma, ottenuta nel 2006. L'interesse per l'astronomia lo ha portato successivamente a intraprendere un Master di specializzazione in Astronomia presso l’University of Arizona (Tucson, USA), uno dei principali centri internazionali per la ricerca astrofisica. In ambito professionale, si occupa anche di insegnamento, sia in contesti scolastici che in corsi e laboratori rivolti al pubblico generale, con un forte focus sull’approccio interdisciplinare tra geologia, astronomia e scienze ambientali.

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