
(TEMPOITALIA.IT) È una domanda che torna ciclicamente dopo ogni scossa avvertita in Roma e dintorni: la Capitale è davvero una città sismica? La risposta breve è sì, anche se il suo profilo di pericolosità non è paragonabile a quello delle aree più attive dell’Appennino centrale. Il territorio comunale è oggi suddiviso in zone che vanno dalla 2B alla 3A, cioè da rischio medio a rischio basso, con accelerazioni attese tra 0,10 g e 0,20 g su suolo rigido. Non è un dettaglio da tecnici: significa che una parte della città è più esposta, soprattutto lungo il margine orientale verso i Monti Tiburtini e Prenestini, mentre altro tessuto urbano ha una pericolosità inferiore, senza che questo implichi assenza di rischio.
Per capire perché Roma non è “immunizzata” dai terremoti bisogna guardare alla sua carta d’identità geologica. La città si distende fra due distretti vulcanici quaternari, i Monti Sabatini a nord-ovest e i Colli Albani a sud-est, che negli ultimi 600.000 anni hanno ricoperto il paesaggio con tufi, ceneri e lave. Sotto questo “cappotto” stanno le antiche rocce carbonatiche legate alla catena appenninica; sopra, un mosaico di depositi fluvio-lacustri modellati da Tevere e Aniene e, nelle aree di fondovalle, alluvioni recenti. È proprio questa alternanza di materiali duri e soffici a modulare la risposta del terreno durante le scosse.
L’assetto tettonico dell’area è dominato da un regime estensionale: in parole semplici, la crosta qui tende ad “aprirsi”. Agiscono faglie dirette con andamento NW-SE tipiche dell’Appennino, strutture vulcano-tettoniche connesse ai Colli Albani e alcune discontinuità trasversali che mettono in comunicazione i due sistemi. Anche se molte di queste faglie non affiorano in pieno centro, l’energia rilasciata nell’entroterra arriva in città sotto forma di onde sismiche e, nei quartieri costruiti su terreni soffici, può amplificarsi.
La memoria spesso dimentica che Roma ha una storia sismica lunga più di due millenni. Le cronache antiche registrano scosse già nel 461 a.C. e poi, in età repubblicana e imperiale, episodi con crolli e danni a edifici e templi. Nel Medioevo l’onda lunga dei grandi terremoti appenninici investe la città: nel 1349 il sisma con epicentro nell’Appennino centrale mette in ginocchio la Capitale, danneggia chiese e torri, e lascia testimonianze di paura e devastazione diffuse. Anche l’età moderna non è stata tranquilla: la sequenza del 1703 produce lesioni a monumenti come il Colosseo e agli acquedotti, mentre il terremoto della Marsica del 1915 provoca danni in vari rioni.
La sismicità recente conferma un quadro fatto di tre sorgenti principali. La prima è regionale, legata ai terremoti medio-forti dell’Appennino centrale che, pur con epicentri lontani decine di chilometri, vengono avvertiti nitidamente in città. La seconda è locale, con scosse di bassa-media magnitudo su faglie minori ai margini dell’area metropolitana: l’11 maggio 2020 un ML 3,3 con epicentro presso Fonte Nuova, a circa 10 km di profondità, è stato percepito da gran parte dei quartieri; nel 2019 un M 2,8 a Colonna ha ricordato quanto il quadrante orientale sia dinamico; a fine 2018 una scossa M 3,2 presso Gallicano nel Lazio ha prodotto allarme ma danni modesti. La terza sorgente è vulcanica e riguarda i Colli Albani, dove si registra una microsismicità superficiale collegata a degassamento e circolazione idrotermale.
Parlando di zonazione, la riorganizzazione introdotta a fine anni Duemila ha superato l’idea di una Roma tutta in zona 3. I Municipi più prossimi ai rilievi orientali e al settore dei Colli Albani ricadono in zona 2B, quelli verso Tevere, Aniene e la fascia occidentale in zona 3A. I parametri di progetto indicano ag compresa, rispettivamente, tra 0,15 g–0,20 g e 0,10 g–0,15 g a vita nominale tipica, con ovvie differenze quando si considerano categoria di suolo e fattori di amplificazione locali.
Le faglie attive regionali che condizionano la pericolosità della Capitale includono i sistemi estensionali dell’Appennino centrale tra Valle del Fucino, Lazio orientale e Umbria meridionale, responsabili proprio dei grandi eventi storici che hanno colpito indirettamente Roma. A scala metropolitana sono noti segmenti minori allineati lungo il sistema Prenestino-Tiburtino e discontinuità sepolte in ambito urbano, mentre a sud-est il distretto dei Colli Albani mostra una rete di faglie radiali e anulari tipiche delle strutture calderiche. La loro attività oggi si manifesta soprattutto con deformazioni lente e gas che risalgono lungo fratture e linee di debolezza.
La vulnerabilità del costruito è l’altro pezzo della storia. Nel Centro Storico coesistono murature romane, medievali e rinascimentali con livelli di sicurezza variabili, spesso lontani dagli standard odierni. Nelle espansioni ottocentesche e di primo Novecento è diffusa la muratura tradizionale, mentre dall’epoca contemporanea in poi prevale il cemento armato progettato con criteri antisismici via via più rigorosi. Le stime aggiornate parlano, nel territorio del Comune di Roma, di circa un edificio residenziale su tredici con alta vulnerabilità strutturale; nel Lazio, inoltre, quattro case su dieci sono in ultima classe energetica, un segnale indiretto di patrimonio che necessita di riqualificazione non solo termica ma anche sismica.
Gli studi di microzonazione hanno iniziato a mappare come i diversi terreni amplificano le scosse. Nel Municipio Roma Centro Storico sono state individuate micro-aree omogenee con risposta diversa: le piane alluvionali del Tevere e dell’Aniene tendono a esaltare le basse frequenze, le valli colmate da sedimenti sciolti o riporti antropici possono vibrare come “casse di risonanza”, mentre i rilievi su substrati più rigidi mostrano in generale amplificazioni minori ma con possibili effetti topografici locali.
Il capitolo vulcanico merita una parentesi. I Colli Albani – anche noti come Vulcano Laziale – sono quiescenti, con ultima eruzione risalente a circa 36.000 anni fa. “Quiescente” però non significa “spento”: negli ultimi decenni misure geodetiche hanno rilevato sollevamenti del suolo dell’ordine di 2–3 mm/anno in settori della caldera, in parallelo a emissioni gassose e a una microsismicità di bassa magnitudo. Si tratta di fenomeni coerenti con una circolazione idrotermale vivace; il loro monitoraggio serve a cogliere eventuali cambiamenti di stato che, nel lungo periodo, possono redistribuire gli sforzi crostali anche sulle faglie tettoniche circostanti.
Sul fronte della pianificazione, Roma Capitale ha aggiornato il Piano di Protezione Civile con uno specifico fascicolo per il rischio sismico: scenari di danno graduati per intensità, aree di attesa e ricovero, procedure operative per passare dall’attenzione all’allarme, una cabina di regia nel Centro Operativo Comunale. In parallelo, la Regione Lazio ha definito un Piano Regionale di Soccorso che coordina Comuni, Province, strutture del Servizio sanitario e Volontariato nelle fasi di risposta.
La normativa tecnica ha fatto la sua parte lungo tutto il Novecento e oltre: dalle prime regole post Messina-Reggio 1908 alle leggi degli anni Sessanta e Settanta, fino alla svolta del 2003 con la classificazione sismica nazionale estesa anche a Roma, e agli aggiornamenti delle Norme Tecniche per le Costruzioni che hanno via via irrigidito i criteri di progetto. Oggi le autorizzazioni sismiche in Lazio viaggiano su piattaforme digitali, con controlli tecnici e iter più tracciabili per interventi di nuova costruzione, miglioramento o adeguamento.
Guardando avanti, gli scenari di rischio da considerare restano tre: la persistenza della sismicità appenninica con eventi fino a magnitudo ~6–6,5 capaci di produrre forti risentimenti in città; la lenta evoluzione del sistema dei Colli Albani nel lungo periodo; l’invecchiamento di parte del patrimonio edilizio mentre l’esposizione cresce con la densità urbana. La mitigazione più efficace passa per la microzonazione completa del territorio comunale, per programmi sostenuti di valutazione e miglioramento sismico del costruito, per un monitoraggio strumentale più fitto in ambiente urbano e per una formazione continua dei cittadini sui comportamenti corretti prima, durante e dopo le scosse.
Credit:
European Facilities for Earthquake Hazard and Risk (EFEHR), European Seismic Hazard Model 2020 (ESHM20) – mappe di pericolosità sismica per l’Europa e l’area di Roma.
Smithsonian Institution, Global Volcanism Program – scheda su Vulcano Laziale (Alban Hills) con storia eruttiva e contesto geologico.
European-Mediterranean Seismological Centre (EMSC), eventi sismici recenti nell’area di Roma e Lazio, inclusa la scossa dell’11 maggio 2020.
Global Earthquake Model (GEM) Foundation, Global Seismic Hazard Map – quadro globale della pericolosità sismica che include l’Italia centrale.
Journal of Volcanology and Geothermal Research, articoli di sintesi sul distretto dei Colli Albani/Alban Hills e sull’evoluzione del sistema calderico.
Nature Geoscience / Scientific Reports, studi su deformazioni del suolo e processi idrotermali nei Colli Albani e nel settore dell’Italia centrale. (TEMPOITALIA.IT)









