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Neve in Val Padana, ecco quando. Poi basse quote, rischio in pianura altrove

Gelo estremo e Amplificazione Artica: il futuro dell’Inverno in Europa.

Federico De Michelis di Federico De Michelis
13 Dic 2025 - 18:40
in A La notizia del Giorno, A Scelta della Redazione, Ad Premiere, Meteo News, Zoom
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(TEMPOITALIA.IT) In questo strano 13 dicembre, la situazione meteo viene quasi da sorridere, non voglio dire piangere perché ci sono situazioni peggiori nella vita. Volendo c’è da preoccuparsi, fate voi. Perché quello che stiamo vivendo su buona parte dell’Italia ha ben poco di invernale. Diciamolo subito: gli indici climatici ci avevano promesso altro, eppure eccoci qui a commentare temperature che in alcuni settori del Nord-Est italiano hanno del clamoroso.

Pianure friulane, varie località venete orientali, per dire, il termometro ha toccato i 18°C. Diciotto. E non è andata molto diversamente ad Aviano o verso Trieste. Le pianure del Veneto sembravano quasi in primavera. Al Sud Italia e sulle Isole Maggiori abbiamo addirittura sfiorato i 20°C. Ma qui è divenuta routine quotidiana.

Insomma, un quadro che stride violentemente con il calendario appeso al muro che indica che siamo nella seconda decade di dicembre. Però, ecco che avremo una serie di cambiamenti del tempo che vanno verso il drastico.

 

Un’Europa divisa in due

La colpa – o il merito, per chi ama il caldo fuori stagione – è di una vecchia conoscenza: un campo di alta pressione di matrice nordafricana che ha deciso di parcheggiarsi sulle nostre teste. O meglio, su una parte di esse. Sì, perché la situazione non è uniforme. Mentre a Nord Est si volava verso i venti gradi, a Milano Linate ci si fermava a una massima di 12°C. Perché? Semplice. A ovest la situazione è rimasta più “chiusa”, più stabile nel senso grigio del termine. Nubi basse, al mattino, e scarso ricambio d’aria, e quel debole cenno di cuscinetto d’aria fredda, qualche nebbia notturna tipiche della Val Padana, insomma un tempo che hanno tenuto a bada la colonnina di mercurio, anche se già a Milano Malpensa si è andati a 15°C. Al di là delle Alpi, la musica è diversa. Lì il clima è più rigido, come dovrebbe essere da noi. Noi invece siamo qui, sotto questa campana di vetro africana, a chiederci che fine abbia fatto l’inverno.

Ma qualcosa si muove. I modelli matematici, quei giganti di calcolo che macinano dati giorno e notte, hanno iniziato a “fiutare” l’aria. E quello che sentono è un cambiamento. Non un ritocco, ma una vera virata.

 

La svolta di Natale e l’incognita neve

Oggi anche le loro proiezioni sono concordi: ci aspetta un abbassamento della temperatura, forse già per Natale. Niente di apocalittico, sia chiaro, ma un ritorno verso quella che un tempo chiamavamo “media climatica”. Farà freddo, insomma. Quello giusto.

Il vero nodo cruciale riguarda le precipitazioni. Gli indici climatici attuali suggeriscono un periodo natalizio decisamente dinamico. E qui il discorso si fa interessante per gli amanti della neve da sciare. La disposizione delle correnti, almeno in una prima fase, sarà dai quadranti sud-occidentali. Cosa significa in soldoni? Significa manna dal cielo per le Alpi. Nevicate forse grandiose, di quelle che fanno la felicità degli operatori turistici.

Diverso, purtroppo, il discorso per l’Appennino. Con correnti da sud-ovest, la quota neve rischia di schizzare in alto, relegando i fiocchi solo sulle cime più elevate, magari nell’Appennino Abruzzese o, forse, sulle vette più alte del settore settentrionale. Ma saremo qui davvero al limite. Ma sappiate, che le cime appenniniche vedono a volte la neve anche con Zero Termico 6-800 più alto per effetto del forti precipitazioni.

Poi però, verso Capodanno, lo scenario potrebbe mutare ancora. I modelli matematici suggeriscono l’ingresso di aria più fredda, un calo termico ulteriore che potrebbe – il condizionale è d’obbligo – portare la neve anche sulla dorsale appenninica a quote più basse.

 

Amplificazione Artica: il motore del caos

Ma facciamo un passo indietro. O meglio, uno in alto. Perché per capire se in futuro avremo ancora eventi di freddo estremo, dobbiamo guardare a ciò che succede al Polo. Avrete sentito parlare di Amplificazione Artica. Non è un termine astruso per addetti ai lavori, è la chiave di volta del nostro futuro meteo. In parole povere? L’Artico si scalda molto più velocemente del resto del pianeta. Questo riduce la differenza di temperatura tra l’Equatore e il Polo.

E qui casca l’asino. La Corrente a Getto, quel fiume d’aria che scorre ad alta quota e governa il tempo alle nostre latitudini, trae la sua energia proprio da questa differenza di temperatura. Se il divario si riduce, la Corrente rallenta. Diventa pigra. Inizia a serpeggiare, creando onde ampie e lente, un po’ come un fiume che, arrivato in pianura, forma grandi meandri.

 

Perché il caldo globale può portare il gelo locale

Sembra un paradosso, vero? Il Riscaldamento Globale che porta il gelo. Eppure, la dinamica è proprio questa. Quando la Corrente a Getto si blocca in queste configurazioni “ondulate”, il tempo si ferma. Possiamo avere settimane di caldo anomalo (come adesso), perché una “gobba” di alta pressione non si schioda. Ma possiamo avere anche l’opposto: saccature di aria gelida che scendono dal Polo e rimangono incastrate sull’Europa o sul Nord America per giorni, se non settimane. Ecco perché, nonostante il pianeta si scaldi, la possibilità di eventi di freddo estremo non scompare. Anzi. Potrebbero diventare meno frequenti, certo, ma forse più persistenti e violenti quando accadono.

Gli scienziati lo chiamano “Warm Arctic, Cold Continents”. Artico caldo, continenti freddi. È il prezzo da pagare per aver alterato l’equilibrio termico del pianeta.

 

Il ruolo del Vortice Polare

In questo scacchiere, il Vortice Polare gioca il ruolo del re. Quando è compatto e gira veloce, tiene il freddo lassù, al Polo. Noi stiamo tranquilli, magari con inverni miti e secchi. Ma quando l’Amplificazione Artica e altri fattori (come lo Stratwarming, il riscaldamento improvviso della stratosfera) vanno a disturbarlo, il Vortice rallenta. O addirittura si spacca. Ed è lì che le “farfalle” di cui parlavamo – piccole perturbazioni, indici tropicali apparentemente lontani – possono scatenare l’inferno. Basta un battito d’ali nel posto sbagliato, una spinta dall’alta pressione verso la Scandinavia, ed ecco che masse d’aria di origine polare (o siberiana, il temibile Burian) si riversano verso il Mediterraneo.

 

È uno scenario possibile per questo inverno? Le premesse non mancano. C’è chi ipotizza un’ingerenza massiccia del Vortice Polare troposferico nelle prossime settimane. Se ciò accadesse, l’aria fredda potrebbe scivolare verso di noi, forse attraverso la Valle del Rodano. Risultato? Un crollo termico verticale. Clima rigido, molto più di quello a cui ci siamo abituati negli ultimi anni di inverni scialbi. E la neve? Beh, con un ingresso dal Rodano, la Sardegna e le regioni tirreniche sarebbero in prima linea per il maltempo, ma per la neve in pianura serve il famoso “cuscino freddo” in Val Padana.

Se l’aria polare entrasse decisa, le condizioni per nevicate a quote basse al Nord ci sarebbero tutte. Sull’Adriatico, invece, è più complicato: l’orografia italiana è una barriera formidabile e spesso, con correnti da ovest o nord-ovest, il versante orientale resta a guardare (o si prende solo il vento di caduta, il Garbino, che scalda l’aria). Però, ve lo dico, mi sto intrippando nel descrivere tutto, e mi scuso, ma è complicato narrare qui queste dinamiche così complesse con termini semplici, e direi UMANI.

 

Previsioni o sfera di cristallo?

Siamo onesti, però. Spingerci troppo in là con le date è un esercizio rischioso. Siamo quasi nel campo della divinazione. Il problema non è solo che mancano giorni, è che il sistema stesso è cambiato. Fare previsioni basandosi sugli inverni di venti o trent’anni fa non funziona più. Il mare è più caldo. L’atmosfera ha più energia. Gli scambi meridiani sono esasperati. Possiamo fare congetture, analizzare indici, ma la verità è che il Cambiamento Climatico ha introdotto una variabile di caos che rende tutto più sfumato.

Quello che sappiamo per certo, però, è che l’egemonia dell’anticiclone africano (o europeo che sia) ha i giorni contati. Non durerà fino all’Epifania. La dinamicità tornerà, portando piogge e – si spera – quella normalità stagionale che ci manca. Per la neve frequente sugli Appennini forse dovremo pazientare fino a gennaio o febbraio, mesi che statisticamente regalano le nevicate più abbondanti al Centro-Sud.

 

Un gennaio di sorprese?

E per il 2026 inoltrato? Cosa ci aspetta? I modelli stagionali, come quelli del prestigioso centro europeo (ECMWF), non vedono un dominio incontrastato dell’alta pressione per gennaio. Anzi. Parlano di precipitazioni e temperature in linea con la media. Potrebbe sembrare una notizia banale, ma di questi tempi, la “normalità” è la vera notizia eccezionale.

 

Certo, il rischio di un “voltafaccia” stagionale c’è sempre. Potremmo svegliarci a metà gennaio con un nuovo blocco anticiclonico che pialla tutto e ci riporta anche “l’africano”. Ma per ora, i segnali vanno in un’altra direzione. Verso un inverno che prova a fare l’inverno. Verso perturbazioni atlantiche e, chissà, magari qualche sorpresa gelida dall’Est che ci ricordi che il freddo, quello vero, non è ancora estinto. È solo diventato più capriccioso, più imprevedibile. Figlio di un clima che abbiamo reso instabile e che ora ci presenta il conto sotto forma di eventi estremi e sbalzi repentini.

In conclusione, non ci resta che attendere. E magari, nel frattempo, goderci (o sopportare) questo strano caldo dicembrino, sapendo che l’atmosfera sta già preparando il prossimo colpo di scena. Perché, se c’è una certezza, in questa nuova era climatica, è che la noia non è prevista.

 

Fonti e credit

  • ECMWF (European Centre for Medium-Range Weather Forecasts): Analisi stagionali e trend di pressione atmosferica sull’Europa. Vai al sito ufficiale
  • NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration): Studi sull’impatto dell’Arctic Amplification e delle anomalie della temperatura superficiale marina. Leggi gli approfondimenti
  • NASA Earth Observatory: Monitoraggio dello scioglimento dei ghiacci artici e conseguenze sulla Corrente a Getto. Consulta i dati
  • WMO (World Meteorological Organization): Report sullo stato del clima globale e sugli eventi estremi. Visualizza i report
  • Nature Climate Change: Pubblicazioni scientifiche relative alla correlazione tra riscaldamento artico e inverni rigidi alle medie latitudini. Esplora la rivista

  (TEMPOITALIA.IT)

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Tags: alta pressione africanaamplificazione articaanomalie termichemeteo nataleneve alpiprevisioni invernovortice polare
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Federico De Michelis

Libero professionista nel campo dei dati meteo e dell’Osservazione della Terra. Laurea in Ingegneria Spaziale (Brunel University London). Formazione avanzata in meteorologia in Europa e in Canada, con approfondimenti su modellistica numerica, telerilevamento e analisi dei dati ambientali. Cosa faccio Previsione operativa e analisi per settori meteo-sensibili (energia, outdoor, eventi, turismo) Interpretazione di prodotti satellitari e di modelli (EO/remote sensing) Assessment dei rischi meteo-climatici e reportistica Divulgazione e supporto a media e progetti educativi/R&D Lavoro all’intersezione tra scienza, tecnologia e decisioni concrete, con attenzione a qualità dei dati e comunicazione chiara. La meteorologia è la mia passione fin da bambino; dopo un anno di liceo all’estero mi sono trasferito a Londra dove ho conseguito la laurea alla Brunel University London.

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