C’è il cambiamento climatico, gli inverni sono cambiati. Però, anche all’ora ci fu un evento di calura insolita che precedette quel gran freddo che ho deciso di raccontare. Si chiama Optimum Medioevale, che secondo le stime della temperature, non comportò temperature elevate come quelle attuali a livello globale. Questi eventi, come la PEG (Piccola Era Glaciale), fanno parte di grosse fluttuazioni climatiche.
Non è facile immaginare oggi, mentre discutiamo di estati torride e inverni che somigliano a una mite primavera, cosa volesse dire vivere in un mondo che, all’improvviso perdeva calore. Eppure non stiamo parlando di ere geologiche remote o di tempi mitologici. C’è stato un periodo, lungo circa mezzo millennio, in cui Europa e Nord America si sono ritrovati stretti in una morsa gelida che ha riscritto la storia, le abitudini e persino l’arte. Epoca povera, tuttavia, le informazioni che abbiamo ai giorni d’oggi sono state raccolte soprattutto negli ultimi dieci, quindici anni.
Gli storici la chiamano Piccola Era Glaciale, o PEG, e sebbene non sia stata una glaciazione globale nel senso stretto del termine, per chi la visse sulla propria pelle fu un’esperienza brutale. Un’epoca in cui il clima era una questione di pura sopravvivenza.
Tra il 1300 e il 1850 sembrava quasi che il sole avesse perso parte della sua forza. Non si trattò di un freddo costante, ma di una successione di inverni terribili e di stagioni estive talmente brevi e piovose da far marcire i raccolti nei campi. Gli scienziati oggi indicano una combinazione di fattori: una ridotta attività solare, come il celebre Minimo di Maunder, grandi eruzioni vulcaniche capaci di oscurare il cielo con gli aerosol e variazioni nella circolazione oceanica.
Il risultato fu una diminuzione della temperatura media globale che, pur sembrando modesta – circa 1°C o poco più – innescò eventi meteo estremi che oggi fatichiamo persino a concepire. Vorrei che teneste sempre conto che cosa può causare 1°C in meno sulla media globale: uno squilibrio spaventoso sul tempo atmosferico.
I segreti degli archivi del gelo in Europa
Per capire quanto facesse davvero freddo dobbiamo affidarci ai cosiddetti proxy climatici, come gli anelli degli alberi o le carote di ghiaccio, ma anche alle preziose testimonianze scritte. Nel 1709, l’Europa visse quello che molti cronisti definirono il Grande Inverno. Fu un evento fuori scala.
Tra il 5 Gennaio e il 6 Gennaio, le temperature crollarono in modo impressionante. Immaginate di svegliarvi in una casa priva di riscaldamento moderno e scoprire che il vino nelle botti si è solidificato, che il pane è diventato duro come pietra e che, fuori, gli uccelli cadono stecchiti dal cielo mentre volano. Non è un’esagerazione letteraria, ma la cronaca di quei giorni in Francia e in Germania.
A Parigi, il medico Louis Morin, che annotava con scrupolo sia la febbre dei pazienti sia il meteo, registrò valori che oggi definiremmo polari. Le analisi moderne indicano che nella capitale francese si raggiunsero i -18°C. Nel Regno Unito, l’astronomo William Derham, a Upminster, misurò -12°C, il valore più basso mai osservato fino ad allora.
Ancora più impressionanti sono le stime per le aree rurali, dove si parla di punte di -20°C costanti per settimane. Il Tamigi, a Londra, gelò così profondamente da ospitare le celebri frost fairs. Non semplici pattinate: sul ghiaccio sorsero tende, si arrostivano buoi interi e si stampavano persino giornali commemorativi. In alcuni punti lo spessore del ghiaccio raggiunse i 28 centimetri, trasformando il fiume in una vera strada per carri e cavalli.
Il 1709 non fu un episodio isolato. Il 1740 è spesso citato come l’anno più freddo dell’ultimo millennio in Europa centrale, con inverni che si prolungavano fino a Maggio e nevicate persistenti per mesi. Alla base di questi eventi vi era spesso un Vortice Polare particolarmente disturbato, capace di spingersi verso sud e di convogliare aria artica fin nel cuore del Mediterraneo. Ora spero che sia chiaro perché il termine Vortice Polare è molto utilizzato d’inverno.
L’inverno senza fine
Dall’altra parte dell’oceano, in Nord America, la situazione non era certo migliore. I coloni europei sbarcati in Virginia o nel New England si aspettavano un clima simile a quello di casa. Trovarono invece un regime continentale spietato, ulteriormente amplificato dalla Piccola Era Glaciale. Ovviamente, non c’era internet, non c’erano informazioni e satelliti per avvisare che cosa stava succedendo.
A Jamestown, tra il 1607 e il 1610, il freddo intenso, unito alla siccità, decimò la popolazione durante quello che passò alla storia come il periodo della fame. Le ricostruzioni indicano che le temperature medie invernali erano almeno 2°C inferiori a quelle attuali, con minime che nel nord-est scendevano regolarmente sotto i -25°C.
Nel Febbraio 1717, la cosiddetta Great Snow seppellì il New England sotto accumuli compresi tra 150 centimetri e 2 metri di neve in pochi giorni. Si usciva dalle finestre del secondo piano per potersi muovere. Ma il 1780 resta uno degli anni più incredibili: il porto di New York gelò completamente. Non una sottile crosta, ma una lastra solida su cui si poteva camminare da Manhattan a Staten Island. Insomma, niente di paragonabile al ghiaccio che si è formato in questo rigidissimo periodo da quelle parti.
I britannici, che occupavano la città durante la guerra d’indipendenza, trasportarono persino pesanti cannoni sul ghiaccio per spostare le difese. Un dettaglio che oggi fa riflettere, considerando l’impatto economico devastante che un evento simile avrebbe nel mondo moderno.
Le prime misurazioni sistematiche in Canada, soprattutto a Québec City nella seconda metà del XVIII secolo, confermano che il freddo era una costante. Spesso gli strumenti non riuscivano a registrare i minimi assoluti perché il mercurio si congelava o la scala terminava. Incrociando diari di bordo e resoconti delle missioni gesuite, gli studiosi stimano che ondate con valori di -30°C o -35°C non fossero affatto rare nelle pianure del Nord America. I termometri di allora congelavano a -40°C, valore che a Québec City si registrò varie volte.
Il gelo nel Mediterraneo: l’Italia sotto zero
E l’Italia? Spesso la immaginiamo come un’isola felice, protetta dalle Alpi e mitigata dal mare. Durante la Piccola Era Glaciale, però, questa protezione venne meno più volte. La Pianura Padana si trasformò ripetutamente in una sorta di tundra.
L’inverno del 1407 fu uno dei più terribili di cui si abbia memoria documentata. Le stime moderne, basate sulla durata del congelamento dei fiumi, suggeriscono temperature prossime ai -30°C tra Milano e Bologna. Il Po rimase gelato per due mesi consecutivi, tanto da permettere il passaggio dei carri carichi di merci.
Il Gennaio 1709 fu una catastrofe agricola senza precedenti. Gli ulivi della Toscana e del Garda morirono in massa, letteralmente spaccati dal gelo. Il Lago di Garda gelò completamente, un evento che oggi appare quasi irreale. A Venezia, la temperatura minima ufficiale scese a -17,5°C e la Laguna di Venezia divenne un’estensione della terraferma, con processioni e mercati organizzati sul ghiaccio fino a Mestre.
Alcune cronache riportano stime di -36°C a Faenza, un valore discusso per l’affidabilità degli strumenti, ma indicativo dell’eccezionalità del periodo. Nemmeno il Sud Italia fu risparmiato: nel 1788 nevicò abbondantemente a Napoli e molti laghi dell’Italia centrale rimasero ghiacciati per settimane. In quegli anni il Vortice Polare sembrava svernare senza invito anche in Puglia e Sicilia.
Le conseguenze furono devastanti: viti distrutte, canali d’irrigazione inutilizzabili, prezzi del grano alle stelle, carestie e rivolte.
I record di freddo fanno paura visti oggi
Oggi, nonostante il Riscaldamento Globale, esistono ancora luoghi dove il gelo della PEG sembra essersi rifugiato. Sono le doline alpine, conche chiuse in cui l’aria fredda ristagna durante le notti serene. In siti come la Busa Fradusta, sulle Pale di San Martino, sono stati registrati valori estremi.
Il 10 Febbraio 2013 il termometro scese fino a -49,6°C. Si tratta di microclimi particolari, certo, ma aiutano a capire quale potenziale possa esprimere il nostro territorio quando le condizioni atmosferiche si allineano. Durante la Piccola Era Glaciale, con una media termica più bassa, è plausibile che valori simili fossero raggiunti anche in valli abitate delle Alpi e degli Appennini. Mi domando come potevano sopravvivere a quel freddo le popolazioni, con abitazioni che di isolamento termico erano carenti, come anche di riscaldamento. E poi, il gelo distruggeva i raccolti, non c’era il mercato globale per rifocillare le perdite agricole come succede ai tempi d’oggi.
Non mancano esempi più recenti che hanno evocato i fantasmi della PEG, come gli inverni del 1929, 1956 e 1985, quando la Pianura Padana toccò i -25°C e il Tevere mostrava ghiaccioli lungo le rive. La differenza, però, stava nella persistenza: allora il gelo durava settimane o mesi, congelando il suolo fino a un metro di profondità. Insomma, una sciocchezza di inverno se raffontata a quelli delle PEG, specie i peggiori.
Cosa abbiamo imparato dal grande freddo?
La domanda sorge spontanea: come riuscirono i nostri antenati a sopravvivere? La risposta è nella resilienza. La Piccola Era Glaciale costrinse l’uomo a innovare. In Europa si diffusero colture più resistenti, come la patata, fondamentale quando il grano veniva distrutto dalle gelate tardive. Le abitazioni furono adattate per trattenere meglio il calore e il commercio iniziò a organizzarsi su scala più ampia per trasferire le derrate verso le aree colpite dalla carestia. D’altronde, qui parliamo di quasi 500 anni di freddo siderale invernale, di clima inclemente.
Oggi guardiamo a quei secoli con un misto di timore e curiosità. Ci ricordano che il clima è un sistema complesso, capace di mutare in tempi relativamente brevi. Mentre affrontiamo la sfida opposta, un riscaldamento accelerato dalle attività umane, la PEG resta lì, negli archivi e nei diari dei medici del Settecento, a rammentarci che la natura possiede una forza che non possiamo controllare del tutto. Ebbene, forze sconosciute, o note in parte, potrebbero mettersi in moto anche nel futuro e raffreddare il clima, si parla ad esempio dell’AMOC, del complesso sistema di circolazione marina che è all’origine della Corrente del Golfo che potrebbe paralizzarsi nel futuro, se non addirittura spegnersi. Ma oggi viviamo un clima diverso, più caldo, e troppo sofisticato per resistere al freddo estremo di quel periodo, della PEG. Se 5 cm di neve paralizzano Parigi e Roma, immaginatevi cosa accadrebbe se ci fosse un improvviso raffreddamento. E ne parlano diffusamente i popoli e Governi del Nord Europa che osservano i cambiamenti della Corrente del Golfo.
Meglio discutere di un grado in più che dover spaccare il pane con la scure o vedere il mare ghiacciato davanti a Genova. Eppure studiare quegli estremi è fondamentale: ci insegna che la stabilità climatica è un lusso, non una certezza, e che a volte basta un piccolo spostamento del Vortice Polare o un vulcano particolarmente turbolento per ricordarci quanto siamo piccoli sotto il cielo.
Fonti utilizzate
- Nature Geoscience
Rivista scientifica che ha pubblicato numerosi studi sulla Piccola Era Glaciale, sulle ricostruzioni paleoclimatiche e sul ruolo della variabilità solare e vulcanica. - Science Magazine
Ha ospitato articoli fondamentali sulla variabilità climatica dell’ultimo millennio, incluse le anomalie termiche tra 1300 e 1850. - NOAA – National Oceanic and Atmospheric Administration
Attraverso il suo programma di Paleoclimatologia, la NOAA ha ricostruito temperature, circolazioni atmosferiche e eventi estremi legati alla PEG. - IPCC – Intergovernmental Panel on Climate Change
Nei report di valutazione sono presenti capitoli dedicati alle anomalie climatiche storiche, inclusa la Piccola Era Glaciale, come riferimento per il clima preindustriale. - The Royal Society
Ha analizzato gli archivi meteorologici storici, inclusi quelli relativi al Grande Inverno del 1709 e alle prime osservazioni strumentali europee. - Climatic Change (Springer)
Rivista accademica che ha pubblicato studi sulle ondate di gelo storiche, sugli impatti agricoli e sulle crisi alimentari durante la PEG. - Quaternary Science Reviews
Fonte chiave per le ricerche basate su proxy climatici come anelli degli alberi, carote di ghiaccio e sedimenti lacustri. - Journal of Climate
Ha trattato il ruolo del Vortice Polare, delle oscillazioni atmosferiche e dei meccanismi dinamici che favorirono le discese di aria artica verso l’Europa e il Mediterraneo. - Cambridge University Press – Climate of the Past
Numerosi volumi e articoli accademici dedicati al clima storico europeo, alle gelate del Po, del Tamigi e della Laguna di Venezia. - Historical Climatology (European Geosciences Union)
Piattaforma scientifica che integra cronache storiche, diari, registri ecclesiastici e dati strumentali antichi. - Met Office – UK Meteorological Office
Ha analizzato gli eventi storici britannici, incluse le frost fairs sul Tamigi e gli inverni estremi del XVII e XVIII secolo. - CNR – Consiglio Nazionale delle Ricerche (Italia)
Attraverso l’ISMAR e l’IRPI, ha pubblicato studi su inverni storici italiani, gelate estreme e impatti climatici sulla Pianura Padana. - Enciclopedia Treccani
Voce di riferimento in lingua italiana sulla Piccola Era Glaciale, con approfondimenti storici e climatici. - PAGES – Past Global Changes
Programma internazionale che coordina studi sulla variabilità climatica naturale degli ultimi duemila anni.
Queste fonti rappresentano il corpus scientifico e storico su cui si basa gran parte delle conoscenze moderne relative alla Piccola Era Glaciale, agli inverni estremi, al Vortice Polare e agli impatti socio-economici del grande freddo.