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Quanto freddo faceva durante la PEG: numeri e scenari sorprendenti

La Piccola Era Glaciale e il grande freddo che cambiò la storia europea e italiana.

Andrea Meloni di Andrea Meloni
12 Feb 2026 - 17:10
in A La notizia del Giorno, A Scelta della Redazione, Cambiamento Climatico
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Laguna veneta ghiacciata durante un inverno della PEG

C’è il cambiamento climatico, gli inverni sono cambiati. Però, anche all’ora ci fu un evento di calura insolita che precedette quel gran freddo che ho deciso di raccontare. Si chiama Optimum Medioevale, che secondo le stime della temperature, non comportò temperature elevate come quelle attuali a livello globale. Questi eventi, come la PEG (Piccola Era Glaciale), fanno parte di grosse fluttuazioni climatiche.

 

Non è facile immaginare oggi, mentre discutiamo di estati torride e inverni che somigliano a una mite primavera, cosa volesse dire vivere in un mondo che, all’improvviso perdeva calore. Eppure non stiamo parlando di ere geologiche remote o di tempi mitologici. C’è stato un periodo, lungo circa mezzo millennio, in cui Europa e Nord America si sono ritrovati stretti in una morsa gelida che ha riscritto la storia, le abitudini e persino l’arte. Epoca povera, tuttavia, le informazioni che abbiamo ai giorni d’oggi sono state raccolte soprattutto negli ultimi dieci, quindici anni.

Gli storici la chiamano Piccola Era Glaciale, o PEG, e sebbene non sia stata una glaciazione globale nel senso stretto del termine, per chi la visse sulla propria pelle fu un’esperienza brutale. Un’epoca in cui il clima era una questione di pura sopravvivenza.

Tra il 1300 e il 1850 sembrava quasi che il sole avesse perso parte della sua forza. Non si trattò di un freddo costante, ma di una successione di inverni terribili e di stagioni estive talmente brevi e piovose da far marcire i raccolti nei campi. Gli scienziati oggi indicano una combinazione di fattori: una ridotta attività solare, come il celebre Minimo di Maunder, grandi eruzioni vulcaniche capaci di oscurare il cielo con gli aerosol e variazioni nella circolazione oceanica.

Il risultato fu una diminuzione della temperatura media globale che, pur sembrando modesta – circa 1°C o poco più – innescò eventi meteo estremi che oggi fatichiamo persino a concepire. Vorrei che teneste sempre conto che cosa può causare 1°C in meno sulla media globale: uno squilibrio spaventoso sul tempo atmosferico.

 

I segreti degli archivi del gelo in Europa

Per capire quanto facesse davvero freddo dobbiamo affidarci ai cosiddetti proxy climatici, come gli anelli degli alberi o le carote di ghiaccio, ma anche alle preziose testimonianze scritte. Nel 1709, l’Europa visse quello che molti cronisti definirono il Grande Inverno. Fu un evento fuori scala.

Tra il 5 Gennaio e il 6 Gennaio, le temperature crollarono in modo impressionante. Immaginate di svegliarvi in una casa priva di riscaldamento moderno e scoprire che il vino nelle botti si è solidificato, che il pane è diventato duro come pietra e che, fuori, gli uccelli cadono stecchiti dal cielo mentre volano. Non è un’esagerazione letteraria, ma la cronaca di quei giorni in Francia e in Germania.

A Parigi, il medico Louis Morin, che annotava con scrupolo sia la febbre dei pazienti sia il meteo, registrò valori che oggi definiremmo polari. Le analisi moderne indicano che nella capitale francese si raggiunsero i -18°C. Nel Regno Unito, l’astronomo William Derham, a Upminster, misurò -12°C, il valore più basso mai osservato fino ad allora.

Ancora più impressionanti sono le stime per le aree rurali, dove si parla di punte di -20°C costanti per settimane. Il Tamigi, a Londra, gelò così profondamente da ospitare le celebri frost fairs. Non semplici pattinate: sul ghiaccio sorsero tende, si arrostivano buoi interi e si stampavano persino giornali commemorativi. In alcuni punti lo spessore del ghiaccio raggiunse i 28 centimetri, trasformando il fiume in una vera strada per carri e cavalli.

Il 1709 non fu un episodio isolato. Il 1740 è spesso citato come l’anno più freddo dell’ultimo millennio in Europa centrale, con inverni che si prolungavano fino a Maggio e nevicate persistenti per mesi. Alla base di questi eventi vi era spesso un Vortice Polare particolarmente disturbato, capace di spingersi verso sud e di convogliare aria artica fin nel cuore del Mediterraneo. Ora spero che sia chiaro perché il termine Vortice Polare è molto utilizzato d’inverno.

 

L’inverno senza fine

Dall’altra parte dell’oceano, in Nord America, la situazione non era certo migliore. I coloni europei sbarcati in Virginia o nel New England si aspettavano un clima simile a quello di casa. Trovarono invece un regime continentale spietato, ulteriormente amplificato dalla Piccola Era Glaciale. Ovviamente, non c’era internet, non c’erano informazioni e satelliti per avvisare che cosa stava succedendo.

A Jamestown, tra il 1607 e il 1610, il freddo intenso, unito alla siccità, decimò la popolazione durante quello che passò alla storia come il periodo della fame. Le ricostruzioni indicano che le temperature medie invernali erano almeno 2°C inferiori a quelle attuali, con minime che nel nord-est scendevano regolarmente sotto i -25°C.

Nel Febbraio 1717, la cosiddetta Great Snow seppellì il New England sotto accumuli compresi tra 150 centimetri e 2 metri di neve in pochi giorni. Si usciva dalle finestre del secondo piano per potersi muovere. Ma il 1780 resta uno degli anni più incredibili: il porto di New York gelò completamente. Non una sottile crosta, ma una lastra solida su cui si poteva camminare da Manhattan a Staten Island. Insomma, niente di paragonabile al ghiaccio che si è formato in questo rigidissimo periodo da quelle parti.

I britannici, che occupavano la città durante la guerra d’indipendenza, trasportarono persino pesanti cannoni sul ghiaccio per spostare le difese. Un dettaglio che oggi fa riflettere, considerando l’impatto economico devastante che un evento simile avrebbe nel mondo moderno.

Le prime misurazioni sistematiche in Canada, soprattutto a Québec City nella seconda metà del XVIII secolo, confermano che il freddo era una costante. Spesso gli strumenti non riuscivano a registrare i minimi assoluti perché il mercurio si congelava o la scala terminava. Incrociando diari di bordo e resoconti delle missioni gesuite, gli studiosi stimano che ondate con valori di -30°C o -35°C non fossero affatto rare nelle pianure del Nord America. I termometri di allora congelavano a -40°C, valore che a Québec City si registrò varie volte.

 

Il gelo nel Mediterraneo: l’Italia sotto zero

E l’Italia? Spesso la immaginiamo come un’isola felice, protetta dalle Alpi e mitigata dal mare. Durante la Piccola Era Glaciale, però, questa protezione venne meno più volte. La Pianura Padana si trasformò ripetutamente in una sorta di tundra.

L’inverno del 1407 fu uno dei più terribili di cui si abbia memoria documentata. Le stime moderne, basate sulla durata del congelamento dei fiumi, suggeriscono temperature prossime ai -30°C tra Milano e Bologna. Il Po rimase gelato per due mesi consecutivi, tanto da permettere il passaggio dei carri carichi di merci.

Il Gennaio 1709 fu una catastrofe agricola senza precedenti. Gli ulivi della Toscana e del Garda morirono in massa, letteralmente spaccati dal gelo. Il Lago di Garda gelò completamente, un evento che oggi appare quasi irreale. A Venezia, la temperatura minima ufficiale scese a -17,5°C e la Laguna di Venezia divenne un’estensione della terraferma, con processioni e mercati organizzati sul ghiaccio fino a Mestre.

Alcune cronache riportano stime di -36°C a Faenza, un valore discusso per l’affidabilità degli strumenti, ma indicativo dell’eccezionalità del periodo. Nemmeno il Sud Italia fu risparmiato: nel 1788 nevicò abbondantemente a Napoli e molti laghi dell’Italia centrale rimasero ghiacciati per settimane. In quegli anni il Vortice Polare sembrava svernare senza invito anche in Puglia e Sicilia.

Le conseguenze furono devastanti: viti distrutte, canali d’irrigazione inutilizzabili, prezzi del grano alle stelle, carestie e rivolte.

 

I record di freddo fanno paura visti oggi

Oggi, nonostante il Riscaldamento Globale, esistono ancora luoghi dove il gelo della PEG sembra essersi rifugiato. Sono le doline alpine, conche chiuse in cui l’aria fredda ristagna durante le notti serene. In siti come la Busa Fradusta, sulle Pale di San Martino, sono stati registrati valori estremi.

Il 10 Febbraio 2013 il termometro scese fino a -49,6°C. Si tratta di microclimi particolari, certo, ma aiutano a capire quale potenziale possa esprimere il nostro territorio quando le condizioni atmosferiche si allineano. Durante la Piccola Era Glaciale, con una media termica più bassa, è plausibile che valori simili fossero raggiunti anche in valli abitate delle Alpi e degli Appennini. Mi domando come potevano sopravvivere a quel freddo le popolazioni, con abitazioni che di isolamento termico erano carenti, come anche di riscaldamento. E poi, il gelo distruggeva i raccolti, non c’era il mercato globale per rifocillare le perdite agricole come succede ai tempi d’oggi.

Non mancano esempi più recenti che hanno evocato i fantasmi della PEG, come gli inverni del 1929, 1956 e 1985, quando la Pianura Padana toccò i -25°C e il Tevere mostrava ghiaccioli lungo le rive. La differenza, però, stava nella persistenza: allora il gelo durava settimane o mesi, congelando il suolo fino a un metro di profondità. Insomma, una sciocchezza di inverno se raffontata a quelli delle PEG, specie i peggiori.

 

Cosa abbiamo imparato dal grande freddo?

La domanda sorge spontanea: come riuscirono i nostri antenati a sopravvivere? La risposta è nella resilienza. La Piccola Era Glaciale costrinse l’uomo a innovare. In Europa si diffusero colture più resistenti, come la patata, fondamentale quando il grano veniva distrutto dalle gelate tardive. Le abitazioni furono adattate per trattenere meglio il calore e il commercio iniziò a organizzarsi su scala più ampia per trasferire le derrate verso le aree colpite dalla carestia. D’altronde, qui parliamo di quasi 500 anni di freddo siderale invernale, di clima inclemente.

Oggi guardiamo a quei secoli con un misto di timore e curiosità. Ci ricordano che il clima è un sistema complesso, capace di mutare in tempi relativamente brevi. Mentre affrontiamo la sfida opposta, un riscaldamento accelerato dalle attività umane, la PEG resta lì, negli archivi e nei diari dei medici del Settecento, a rammentarci che la natura possiede una forza che non possiamo controllare del tutto. Ebbene, forze sconosciute, o note in parte, potrebbero mettersi in moto anche nel futuro e raffreddare il clima, si parla ad esempio dell’AMOC, del complesso sistema di circolazione marina che è all’origine della Corrente del Golfo che potrebbe paralizzarsi nel futuro, se non addirittura spegnersi. Ma oggi viviamo un clima diverso, più caldo, e troppo sofisticato per resistere al freddo estremo di quel periodo, della PEG. Se 5 cm di neve paralizzano Parigi e Roma, immaginatevi cosa accadrebbe se ci fosse un improvviso raffreddamento. E ne parlano diffusamente i popoli e Governi del Nord Europa che osservano i cambiamenti della Corrente del Golfo.

Meglio discutere di un grado in più che dover spaccare il pane con la scure o vedere il mare ghiacciato davanti a Genova. Eppure studiare quegli estremi è fondamentale: ci insegna che la stabilità climatica è un lusso, non una certezza, e che a volte basta un piccolo spostamento del Vortice Polare o un vulcano particolarmente turbolento per ricordarci quanto siamo piccoli sotto il cielo.

 

Fonti utilizzate

  • Nature Geoscience
    Rivista scientifica che ha pubblicato numerosi studi sulla Piccola Era Glaciale, sulle ricostruzioni paleoclimatiche e sul ruolo della variabilità solare e vulcanica.
  • Science Magazine
    Ha ospitato articoli fondamentali sulla variabilità climatica dell’ultimo millennio, incluse le anomalie termiche tra 1300 e 1850.
  • NOAA – National Oceanic and Atmospheric Administration
    Attraverso il suo programma di Paleoclimatologia, la NOAA ha ricostruito temperature, circolazioni atmosferiche e eventi estremi legati alla PEG.
  • IPCC – Intergovernmental Panel on Climate Change
    Nei report di valutazione sono presenti capitoli dedicati alle anomalie climatiche storiche, inclusa la Piccola Era Glaciale, come riferimento per il clima preindustriale.
  • The Royal Society
    Ha analizzato gli archivi meteorologici storici, inclusi quelli relativi al Grande Inverno del 1709 e alle prime osservazioni strumentali europee.
  • Climatic Change (Springer)
    Rivista accademica che ha pubblicato studi sulle ondate di gelo storiche, sugli impatti agricoli e sulle crisi alimentari durante la PEG.
  • Quaternary Science Reviews
    Fonte chiave per le ricerche basate su proxy climatici come anelli degli alberi, carote di ghiaccio e sedimenti lacustri.
  • Journal of Climate
    Ha trattato il ruolo del Vortice Polare, delle oscillazioni atmosferiche e dei meccanismi dinamici che favorirono le discese di aria artica verso l’Europa e il Mediterraneo.
  • Cambridge University Press – Climate of the Past
    Numerosi volumi e articoli accademici dedicati al clima storico europeo, alle gelate del Po, del Tamigi e della Laguna di Venezia.
  • Historical Climatology (European Geosciences Union)
    Piattaforma scientifica che integra cronache storiche, diari, registri ecclesiastici e dati strumentali antichi.
  • Met Office – UK Meteorological Office
    Ha analizzato gli eventi storici britannici, incluse le frost fairs sul Tamigi e gli inverni estremi del XVII e XVIII secolo.
  • CNR – Consiglio Nazionale delle Ricerche (Italia)
    Attraverso l’ISMAR e l’IRPI, ha pubblicato studi su inverni storici italiani, gelate estreme e impatti climatici sulla Pianura Padana.
  • Enciclopedia Treccani
    Voce di riferimento in lingua italiana sulla Piccola Era Glaciale, con approfondimenti storici e climatici.
  • PAGES – Past Global Changes
    Programma internazionale che coordina studi sulla variabilità climatica naturale degli ultimi duemila anni.

 

Queste fonti rappresentano il corpus scientifico e storico su cui si basa gran parte delle conoscenze moderne relative alla Piccola Era Glaciale, agli inverni estremi, al Vortice Polare e agli impatti socio-economici del grande freddo.

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Andrea Meloni

Andrea Meloni

Sono un editore, imprenditore e appassionato studioso di meteorologia e climatologia. Nella mia carriera ho fondato e gestito numerosi portali meteo italiani e internazionali, affiancando a questa attività la creazione di blog di nicchia e piattaforme web dedicate al web marketing e alla visibilità digitale. La mia avventura nel digitale è iniziata nel 1995, agli albori di internet in Italia, quando pubblicavo i primi articoli meteo in lingua italiana su meteorologicando.it (recensito nel 1999 da La Repubblica "No Problem"), per poi dare vita, a fine 1999, a direttameteo.it, una delle prime piattaforme italiane complete di previsioni, dati satellitari e webcam. In assenza di percorsi accademici civili specifici in quegli anni, ho approfondito la materia privatamente su indicazione di un parente ufficiale dell'Aeronautica Militare. Questa solida preparazione mi ha permesso di fondare nel 2000 portali di riferimento storico come meteogiornale.it e tempoitalia.it (il primo in assoluto a offrire le previsioni meteo per tutti i comuni italiani), seguiti da meteosardegna.it. Da allora il mio lavoro si è diviso tra l'informazione al pubblico e i servizi B2B. Ho curato le sezioni meteo di grandi testate giornalistiche come meteo.corriere.it, meteo.gazzetta.it, Libero Quotidiano e Affari Italiani. L'emittente Rai 2 mi ha dedicato un servizio per l'innovazione: sono stato tra i primi a introdurre in Italia i video-meteo e il modello statunitense di una "meteorologia per tutti". Nel 1999, con il sostegno fondamentale di mia moglie, la professoressa Tonia Ivana Mereu, ho curato ed edito la pubblicazione del libro "Il grande gelo del 1985", scritto da Marco Rossi: un successo editoriale autoprodotto che ha superato le 10.000 copie vendute. Sul fronte aziendale, ho applicato i miei studi di marketing fornendo previsioni meteo alle piattaforme SMS di TIM e ai servizi 899. Ho ideato il primo "report della grandine" a livello globale, uno strumento fondamentale utilizzato da centinaia di aziende. Già nel 2001 abbiamo allestito un centro di calcolo per l'elaborazione di modelli matematici previsionali e software di post-elaborazione dati, collaborando con realtà di primo piano del calibro di ENI Italgas, Siemens, TIM, Eutelia, Milano Serravalle - Milano Tangenziali S.p.A. e molte altre compagnie nei settori delle energie rinnovabili, delle assicurazioni, dell'agricoltura e dei trasporti, esportando servizi meteo fino in Australia e Sud America. Questa fitta rete di servizi è supportata da un team storico di professionisti freelance attivi con me dal periodo 2000-2005. Negli anni ho integrato la passione per la meteorologia con uno studio imponente di SEO (Search Engine Optimization) e SEM, specializzandomi nelle dinamiche dell'ecosistema Google (Google Discover, Google Carousel). Oggi applico questa attitudine all'innovazione anche all'Intelligenza Artificiale avanzata, utilizzandola per ottimizzare i modelli matematici numerici e la precisione predittiva. Al contempo, sostengo attivamente la qualità dell'informazione contrastando l'editoria automatizzata e i contenuti a bassa affidabilità generati in massa dall'AI. Il mio focus principale resta la comprensione della nostra atmosfera. Ho cambiato città diverse volte per vivere in prima persona climi differenti e offrire una conoscenza diretta del tempo. Ho studiato e ricostruito i dati sulle due Piccole Ere Glaciali degli ultimi 2000 anni, sul Riscaldamento Medievale, sulle dinamiche del Vortice Polare Stratosferico e sull'impatto di El Niño e La Niña in Europa. Oggi mi concentro sul nowcasting e sui modelli a lungo termine di NOAA ed ECMWF, con l'obiettivo di creare prodotti di prevenzione efficaci a fronte di un clima che cambierà drammaticamente nei prossimi anni. Privilegio da sempre lo studio rigoroso, la ricerca sul campo e la direzione editoriale rispetto alla visibilità mediatica, scelta che mi ha portato a focalizzarmi sull'analisi approfondita di fenomeni complessi - come il ritiro dei ghiacciai o l'attenuazione della Corrente del Golfo - e a seguire da vicino i dibattiti internazionali, tra cui la Conferenza di Parigi sul Clima (COP21). Oggi esprimo questa autorevolezza coordinando in prima persona le redazioni di Meteo Giornale e Tempo Italia. Nella vita privata, che custodisco gelosamente, mi dedico al volontariato e alla promozione della cooperazione sociale.

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