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La neve a Roma come non l’hai mai vista

Antonio Lombardi di Antonio Lombardi
22 Feb 2026 - 16:20
in A La notizia del Giorno, A Scelta della Redazione, Meteo storico
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Roma innevata

Roma sotto la neve: 2500 anni di gelo, dal Vortice Polare dell’antichità alla Piccola Era Glaciale fino ai giorni nostri

(TEMPOITALIA.IT) Roma, con il suo clima mediterraneo tipicamente mite, ha sempre stupito i suoi abitanti quando la neve imbianca il Colosseo o il Tevere si increspa di ghiaccio. Eppure, sfogliando le cronache storiche, i proxy paleoclimatici e i dati strumentali moderni, emerge un quadro affascinante e complesso: il clima della Città Eterna non è mai stato statico. Ha oscillato tra periodi di stabilità calda che favorirono l’espansione imperiale, fasi di improvviso raffreddamento che contribuirono a crisi epocali e inverni rigidi durante la Piccola Era Glaciale (PEG), quando la neve divenne un evento quasi ordinario.

Questo articolo, basato su fonti di altissimo livello – riviste come Science Advances, Nature Geoscience, Journal of Interdisciplinary History, ricostruzioni da sedimenti marini del Golfo di Taranto, anelli degli alberi alpini, carote di ghiaccio groenlandesi e cronache documentarie certificate – ricostruisce con precisione le nevicate e le gelate romane degli ultimi 100 anni, quelle della PEG (XIV-XIX secolo), gli eventi intorno all’anno 500 d.C. legati alla cosiddetta Late Antique Little Ice Age (LALIA) e il contesto climatico durante l’Impero Romano. L’obiettivo è offrire informazioni solide e verificate, utili per storici, climatologi e appassionati, superando ogni banalizzazione.

 

Il clima di Roma durante l’Impero Romano: l’Optimum climatico romano

L’Impero Romano (27 a.C. – 476 d.C. per l’Occidente) coincise in gran parte con il cosiddetto Roman Warm Period o Roman Climate Optimum (RCO), un intervallo di temperature relativamente elevate e stabili, con precipitazioni favorevoli, che durò approssimativamente dal 200 a.C. al 150 d.C., con picchi di stabilità fino al II secolo d.C.

Uno studio pubblicato su Science Advances nel 2024 (Zonneveld et al., “Climate change, society, and pandemic disease in Roman Italy between 200 BCE and 600 CE”) ha fornito una ricostruzione ad altissima risoluzione – circa 3 anni – per l’Italia meridionale, utilizzando associazioni di cisti di dinoflagellati in un carotaggio marino dal Golfo di Taranto (Core DP30PC, 39°50.07 N, 17°48.05 E).

Il proxy di temperatura, basato sul rapporto W/C (specie di acque calde rispetto a quelle fredde), calibrato sulle temperature strumentali estive-autunnali italiane, mostra che nel periodo tra il 200 a.C. e il 100 d.C. le temperature erano persistentemente più alte e stabili rispetto ai secoli successivi, con condizioni umide sostenute da un elevato Discharge Index (DI), indicatore degli apporti fluviali dall’Adriatico settentrionale e delle precipitazioni appenniniche e alpine.

Le temperature del RCO superavano di diversi decimi di grado le medie successive; il calo verso il VI secolo raggiunse picchi di -3°C rispetto ai massimi dell’Optimum in medie decadali. Questo clima mite favorì l’agricoltura: olivi e viti si spingevano più a nord, come attestano Plinio il Giovane e Saserna; le piene del Nilo furono particolarmente favorevoli dal 30 a.C. al 155 d.C. (20% nelle categorie più elevate contro l’8% del periodo successivo, secondo McCormick et al. 2012 su Journal of Interdisciplinary History).

Le fonti classiche lo confermano. Tito Livio e Dionigi di Alicarnasso descrivono inverni rigidi nella prima Repubblica (IV-III secolo a.C.), ma durante l’Impero il tono cambia. Columella, nel De re rustica, nota piogge estive più frequenti nel Lazio e in Campania rispetto al passato; Tolomeo (circa 120 d.C.) registra ad Alessandria piogge in tutti i mesi tranne agosto, condizione ideale per la provincia africana, granaio di Roma.

Le piene del Tevere, indicate come segno di maggiore umidità da McCormick, si susseguono tra il 5 e il 97 d.C., ma senza le catastrofi estreme della tarda antichità.

Estremi gelidi non mancarono del tutto, ma furono confinati soprattutto alla Repubblica antica o a fasi di transizione. Il Tevere ghiacciò completamente nel 398 a.C., 396 a.C., 271 a.C. e 177 a.C. (fonti: Livio, Sant’Agostino in De Civitate Dei per il 275 a.C., con neve per 40 giorni). Nell’inverno 399-400 a.C. caddero oltre 2 metri di neve (7 piedi romani), causando crolli di tetti e vittime (Dionigi di Alicarnasso, Columella, Giovenale).

Durante il pieno Impero (I-II secolo d.C.) le gelate estreme a Roma furono rarissime; il clima stabile sostenne la massima espansione sotto Traiano. Tuttavia, dopo il 130 d.C. iniziò una fase di crescente instabilità: il record tarantino mostra impulsi freddi tra il 160 e il 180 d.C. (coincidenti con la Peste Antonina), tra il 245 e il 275 d.C. (Peste di Cipriano) e una marcata variabilità.

Dopo il 200 d.C. si osserva un raffreddamento nel Nord-Ovest, con avanzate glaciali alpine intorno al 272 d.C. e maggiore variabilità idrologica. La siccità in Anatolia centrale tra il 400 e il 540 d.C. colpì l’Oriente. L’Impero nacque e prosperò in un Optimum caldo-umido, ma la sua crisi tardo-antica coincise con un clima sempre più instabile: non causa unica del declino, ma fattore aggravante per carestie, migrazioni e vulnerabilità alle pandemie.

 

Intorno all’anno 500: la Late Antique Little Ice Age e il “peggiore anno per essere vivi”

Il periodo compreso tra il 500 e il 600 d.C. segna l’inizio della Late Antique Little Ice Age (LALIA), un raffreddamento emisferico settentrionale prolungato dal 536 al 660 d.C.

Lo studio di Büntgen et al. su Nature Geoscience (2016, “Cooling and societal change during the Late Antique Little Ice Age from 536 to around 660 AD”) identifica un cluster di eruzioni vulcaniche nel 536, 540 e 547 d.C., che iniettò aerosol nella stratosfera provocando un vero “inverno vulcanico”. Le temperature estive europee scesero di 2,5°C nel 536 e fino a 2,7°C nel 540 rispetto alla media 1961-1990; il raffreddamento globale fu stimato tra 1 e 2°C, con picchi locali superiori.

Il record del Golfo di Taranto conferma, per l’Italia meridionale, un calo improvviso dopo il 515-530 d.C., con minimi intorno al 537 e al 590 d.C., fino a 3°C sotto i picchi del RCO.

Procopio di Cesarea scrisse che “il sole divenne buio e la sua oscurità durò diciotto mesi”. Estati fredde e raccolti falliti colpirono l’emisfero nord. Nel 541 d.C. esplose la Peste di Giustiniano, che devastò Costantinopoli e l’Italia.

Per Roma non esistono cronache dettagliate di nevicate nel 536, ma il contesto mediterraneo indica inverni più rigidi e forte variabilità. Il Tevere non risulta ghiacciato in quel periodo, ma inondazioni e siccità ravvicinate aggravarono la crisi. La LALIA contribuì ad accelerare un declino già in corso, inserendosi in un quadro di profonda trasformazione politica e sociale.

 

La Piccola Era Glaciale: quando la neve era quasi normale a Roma

La Piccola Era Glaciale (1300/1450-1850) fu un periodo di raffreddamento dell’emisfero nord, con temperature inferiori di circa 0,6-1°C rispetto alle medie preindustriali e picchi locali fino a 2°C.

A Roma il Tevere ghiacciò completamente nel gennaio 1396 per 15 giorni, con uno spessore tale da consentire l’attraversamento a piedi. Nel 1469-1470 si registrò un congelamento parziale.

Il “Grande Inverno” del 1709 portò 13 nevicate tra il 6 e il 24 gennaio. Nel dicembre 1788, tra il 27 e il 29, una nevicata abbondante imbiancò la città per tre giorni, con venti di tramontana e accumuli significativi.

Durante la PEG le nevicate furono più frequenti rispetto al XX secolo. I ghiacciai alpini avanzavano e la neve a Roma non era un’eccezione rara. Il clima risultava più continentale, con minime più basse e maggiore persistenza del manto nevoso.

 

Nevicate e gelate a Roma negli ultimi 100 anni

Negli ultimi 120-130 anni la neve a Roma è caduta circa 100 volte, ma con accumuli significativi solo in pochi casi.

Eventi principali:

Febbraio 1956 – “la nevicata del secolo”: accumuli fino a 10-12 centimetri il 12 febbraio, minime fino a -3,2°C, neve persistente per giorni.

6 gennaio 1985 – “nevicata dell’Epifania”: circa 15 centimetri al suolo, minima di -11°C a Ciampino.

Febbraio 2012: tra il 3 e il 4 febbraio fino a 20 centimetri in città.

Febbraio 2018: ultima nevicata significativa con accumuli diffusi.

Dal 1950 in poi gli eventi superiori a 5 centimetri sono rari. Nessuna gelata urbana del Tevere si è più verificata, complice l’effetto dell’isola di calore e il contesto climatico attuale, segnato dal Riscaldamento Globale.

 

Concludendo

Il clima di Roma ha oscillato profondamente: l’Optimum caldo-umido dell’Impero Romano, la crisi fredda della LALIA, la Piccola Era Glaciale con nevicate frequenti e, infine, l’epoca contemporanea con eventi sempre più rari.

I proxy paleoclimatici e le fonti storiche dimostrano che il clima non è mai stato neutro: ha interagito con agricoltura, salute, economia e potere politico.

Oggi, in un contesto di Riscaldamento Globale, le nevicate romane diventeranno probabilmente ancora più sporadiche. Studiare questi 2500 anni di storia climatica significa comprendere meglio la relazione tra ambiente e società. Roma, con i suoi 28 secoli di testimonianze, resta un laboratorio vivente di storia del clima.

 

Fonti e crediti scientifici

Zonneveld et al., 2024 – Science Advances: https://www.science.org/journal/sciadv
Büntgen et al., 2016 – Nature Geoscience: https://www.nature.com/ngeo/
McCormick et al., 2012 – Journal of Interdisciplinary History: https://direct.mit.edu/jinh
Enzi et al., 2014 – Studi su nevicate italiane storiche
Scientific Reports – https://www.nature.com/srep/ (TEMPOITALIA.IT)

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Antonio Lombardi

Antonio Lombardi

Dopo aver conseguito la laurea in Geologia presso l’Università degli Studi di Milano nel 2000, ha proseguito il suo percorso accademico con una seconda laurea in Astronomia presso l’Università "La Sapienza" di Roma, ottenuta nel 2006. L'interesse per l'astronomia lo ha portato successivamente a intraprendere un Master di specializzazione in Astronomia presso l’University of Arizona (Tucson, USA), uno dei principali centri internazionali per la ricerca astrofisica. In ambito professionale, si occupa anche di insegnamento, sia in contesti scolastici che in corsi e laboratori rivolti al pubblico generale, con un forte focus sull’approccio interdisciplinare tra geologia, astronomia e scienze ambientali.

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