
L’irruzione siberiana che fermò l’Italia
(TEMPOITALIA.IT) Nei primi giorni di Marzo 1987, l’Italia si ritrovò ad affrontare uno degli episodi climatici più estremi e fuori stagione del secondo Novecento. Sebbene l’equinozio di primavera fosse ormai alle porte, il termometro subì un crollo verticale degno del mese di gennaio più rigido, portando con sé nevicate a quote bassissime, gelate tenaci e criticità pesanti su tutto il territorio nazionale. Questo fenomeno, rimasto nella memoria collettiva come il Burian del 1987, termine che descrive un’ondata di aria gelida siberiana sospinta da forti venti da nord est, si protrasse per oltre quattordici giorni, lasciando un segno indelebile in Puglia, in Toscana e in tutto il Centro Sud. La dinamica atmosferica di allora, ricostruita attraverso i dati storici, rivela una potenza d’urto difficilmente replicabile nel contesto climatico attuale.
La dinamica atmosferica e le radici del gelo russo
Tutto ebbe inizio da un imponente Anticiclone Russo Siberiano che, tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo, si allungò verso occidente creando un ponte di alta pressione dalle coste della Penisola Iberica fino alla Russia settentrionale. Lungo il suo bordo meridionale iniziarono a scorrere masse d’aria artica continentale dal freddo pungente, accumulate nelle steppe della Siberia durante un inverno particolarmente duro per l’Europa Orientale. A Mosca, poco prima che il gelo investisse l’Italia, si registravano tempeste di neve continue, con le temperature al suolo che crollarono a -23°C e a circa 1500 metri di quota che erano già precipitate sotto i -15°C o -18°C. Questa massa gelida attraversò rapidamente i Paesi Baltici, la Bielorussia, l’Ucraina e i Balcani, per poi tuffarsi sul Mediterraneo attraverso correnti retrograde. La combinazione tra l’alta pressione sul Nord Europa e una bassa pressione sul bacino occidentale del mare nostrum favorì un afflusso continuo di aria russa, con valori straordinari registrati sull’Adriatico e sul territorio pugliese tra il 6 e l’8 marzo.
L’influenza della stratosfera sulla persistenza del freddo
Nonostante non ci siano prove di un riscaldamento stratosferico improvviso avvenuto esattamente a febbraio, diversi studi documentano un evento di tipo displacement avvenuto il 23 gennaio di quell’anno. Ulteriori ricerche scientifiche descrivono impulsi di riscaldamento che tra gennaio e i primi di febbraio causarono l’inversione dei venti zonali. Queste alterazioni del Vortice Polare contribuirono con un certo ritardo a stabilizzare la configurazione di blocco anticiclonico siberiano che rese così persistente il rigore del Marzo 1987. Sebbene l’evento sia stato principalmente troposferico, il contesto stratosferico di inizio anno giocò un ruolo fondamentale nel mantenere attiva quella feritoia gelida verso l’Europa Meridionale.
Clima siberiano con valori termici da record
Il freddo si insediò stabilmente dal 4 marzo e non abbandonò lo Stivale fino al 20 marzo, portando anomalie termiche fino a 10°C sotto le medie stagionali. Nella Pianura Padana, i termometri scesero fino a -10°C tra il Piemonte, la Lombardia e l’Emilia Romagna, con Milano che toccò i -6°C e Bologna i -7°C. Al Centro, la città di Firenze raggiunse minimi storici per il mese tra i -5°C e i -7°C, mentre anche a Roma la temperatura scese a -5°C in periferia a -3°C in centro, con fiocchi di neve segnalati nei quartieri della zona nord. Il tracollo più violento interessò però il tacco d’Italia, dove l’8 marzo si registrarono punte di -12°C alla quota di 850 hPa. Località come Bari e Santa Maria di Leuca vissero il marzo più gelido degli ultimi sessant’anni, superando in persistenza persino il mitico febbraio 1956.
Le nevicate storiche tra il Sud e la Toscana
La dama bianca fu la vera protagonista assoluta, ricoprendo regioni dove a marzo simili accumuli sono considerati miracolosi. La Puglia fu il settore più flagellato dalle bufere, con dati che sembrano provenire da latitudini scandinave. A Castellana Grotte, situata a soli 300 metri di altitudine, caddero 80 centimetri di coltre candida, mentre a Turi se ne misurarono 76 e a Gioia del Colle, sulle Murge, l’accumulo raggiunse i 72 centimetri, con il suolo bianco per nove giorni consecutivi. Anche il Salento fu travolto, con Lecce che vide 30 centimetri di precipitazioni nevose e Brindisi che ne registrò altrettanti. Il 16 marzo la neve colpì con forza anche la Toscana, imbiancando Firenze, Prato, Pistoia e Arezzo con spessori tra i 10 e i 20 centimetri che ricoprirono persino i Lungarni. Altre apparizioni bianche si verificarono a Napoli, Crotone, Palermo e Potenza, mentre la regione pugliese conservò cumuli di ghiaccio ai bordi delle strade fino alla metà di aprile.
Effetti sull’agricoltura e paralisi della viabilità
Le conseguenze sulla vita quotidiana e sull’economia furono pesanti. L’agricoltura subì danni incalcolabili, con la perdita di gran parte delle fioriture di mandorli, peschi e ulivi nel Mezzogiorno. In Puglia e in Basilicata si parlò apertamente di catastrofe per il comparto dell’olivicoltura. Anche il sistema dei trasporti andò in tilt, con gravissimi disagi sulla linea ferroviaria tra Genova e Milano e strade completamente bloccate nel Sud, dove molti comuni rimasero isolati per giorni. Gli aeroporti subirono cancellazioni a catena a causa della neve e del forte vento da nord est. Quell’evento tardivo rimane ancora oggi un pilastro della climatologia storica italiana, un termine di paragone per ogni colpo di coda invernale, testimone di un’epoca in cui il gelo siberiano poteva ancora sequestrare l’intera Nazione nel cuore della stagione primaverile.
Credit e fonti autorevoli: (TEMPOITALIA.IT)






