(TEMPOITALIA.IT) Il bel tempo di Pasqua è una buona notizia per chi aveva pianificato gite fuori porta. Per i fiumi e i torrenti dell’entroterra di Abruzzo e Molise, invece, è tutt’altro: oltre due metri e mezzo di neve fresca, accumulatisi in pochi giorni durante il ciclone Erminio, stanno per incontrare un riscaldamento improvviso e violento. Il risultato sarà uno scioglimento rapidissimo, con milioni di metri cubi d’acqua che scenderanno a valle in un territorio già saturo e già provato.
Due metri e mezzo di neve, poi 10°C in quota: una combinazione a rischio
Per capire la portata del problema bisogna tornare indietro di qualche giorno. Il ciclone Erminio ha scaricato sull’Appennino centrale accumuli nevosi di portata storica per il periodo: tra Abruzzo e Molise, al di sopra dei 1500 metri di quota, la neve fresca ha superato i 250 centimetri. A Capracotta e Pescocostanzo si sono toccati accumuli eolici che in alcuni punti hanno raggiunto i primi piani delle abitazioni. Sulle cime del Gran Sasso e della Maiella si parla di uno degli eventi nevosi più rilevanti di inizio Aprile degli ultimi decenni.
Tutta quella neve, depositata in pochi giorni, è per definizione non consolidata: un manto instabile, acquoso, che non ha avuto il tempo di compattarsi. E ora, tra Pasquetta e il 9 Aprile, le isoterme a 1500 metri saliranno bruscamente intorno ai 7-8°C sopra lo zero. Dopo giorni di temperature sotto zero in quota, un balzo termico così repentino non lascia scampo: la fusione sarà rapidissima, quasi simultanea su tutto il manto. Non si tratta dello scioglimento lento e progressivo di una normale primavera, ma di un rilascio idrico concentrato in poche ore.
I fiumi già in piena, i suoli già saturi
Il problema è che questo enorme apporto d’acqua arriva su un territorio che non ha più la capacità di assorbirne. Durante il ciclone Erminio, tra Abruzzo, Molise e Puglia settentrionale, gli accumuli di pioggia hanno abbondantemente superato i 150 millimetri in tre giorni, con punte locali ancora più elevate sui versanti appenninici adriatici. Oltre quattordici fiumi sono esondati, i terreni sono completamente saturi, le falde sono già piene. In queste condizioni, l’acqua di fusione non trova dove andare se non direttamente nei corsi d’acqua.
Il meccanismo è noto: lo scioglimento rapido della neve in quota si somma alla portata già elevata dei fiumi, innalzando i livelli in modo improvviso e senza la gradualità che permetterebbe una gestione ordinata delle piene. Il Pescara, il Sangro, il Trigno, il Biferno: sono i fiumi che drenano l’Appennino centrale verso l’Adriatico, e sono tutti già in stato di allerta o di piena. Senza ulteriori piogge, il solo contributo della fusione nevosa potrebbe generare nuove esondazioni nelle aree rivierasche e nelle pianure alluvionali che questi corsi d’acqua attraversano nel loro tratto finale.
Il rischio valanghe: la neve fresca non perdona
C’è un secondo rischio, quello più immediato e più difficile da prevedere. La neve non consolidata accumulata in pochi giorni, appesantita dall’acqua di fusione, diventa meccanicamente instabile. Sui versanti più ripidi dell’Appennino abruzzese e molisano il rischio valanghe è in deciso aumento nelle ore più calde della giornata, quando il sole e l’aria tiepida accelerano la trasformazione del manto. Non si tratta necessariamente di valanghe di grande portata, ma di distacchi diffusi, spesso improvvisi, su terreni già in condizioni critiche. Le strade di montagna, i sentieri e le aree aperte in quota vanno monitorate con la massima attenzione nei prossimi giorni.
Gli invasi: l’unica buona notizia
C’è però un risvolto positivo in tutto questo. La neve in quota accumulata dal ciclone Erminio, prima di sciogliersi, ha funzionato come un ammortizzatore naturale durante le fasi più critiche delle piogge: ha trattenuto in montagna una parte dell’acqua caduta, riducendo la velocità di deflusso verso le pianure. E quella stessa neve, che ora si scioglie, alimenterà nelle prossime settimane i bacini idrici di Abruzzo, Molise e Puglia, contribuendo al riempimento delle dighe del sistema del Fortore e dell’Ofanto, già significativamente recuperate dopo anni di siccità. La diga di Occhito in Molise, tra le più critiche degli ultimi anni, ha finalmente raggiunto livelli soddisfacenti. Una riserva preziosa per l’estate che si avvicina.
Dopo il caldo, un nuovo freddo: l’Aprile che non si ferma
La tregua calda non durerà a lungo. Già attorno al 12-15 Aprile i modelli previsionali intravedono un nuovo affondo freddo dai Balcani, che potrebbe riportare temperature su valori quasi invernali al Centro-Sud, con acquazzoni, temporali e ancora neve sulle cime appenniniche. Sarebbe la terza ondata di freddo fuori stagione di questa primavera. Un Aprile che si sta rivelando più capriccioso persino di Marzo, con un’alternanza di estremi che non ha precedenti recenti e che non ha ancora esaurito le proprie sorprese.




