(TEMPOITALIA.IT) Erano stati preannunciati, più volte avevamo sottolineato il violento maltempo in arrivo. Che puntualmente è arrivato. Tre giorni ininterrotti sotto una spirale di nubi cariche di pioggia, grandine e vento. È il bilancio che il ciclone Erminio ha lasciato sul versante adriatico e sul Sud dell’Italia, un evento che nei prossimi mesi troverà sicuramente spazio negli annali meteorologici della Penisola. Non una perturbazione di passaggio, insomma, ma un vortice quasi immobile, intrappolato tra il basso Tirreno e il Mar Ionio, capace di scaricare quantità d’acqua straordinarie sulle stesse aree giorno dopo giorno, senza tregua.
Un ciclone stazionario: la peggiore delle combinazioni
La dinamica che ha reso il ciclone Erminio così devastante è ben nota ai meteorologi: non è tanto l’intensità istantanea dei fenomeni a fare i danni peggiori, quanto la loro durata. Il vortice si è posizionato sullo Ionio rimanendo quasi fermo per quasi settantadue ore, alimentato senza sosta dal contrasto tra l’aria fredda in quota e le acque del Mediterraneo ancora relativamente miti. Un motore quasi inesauribile, capace di rigenerare le precipitazioni ogni volta che sembravano volersi attenuare.
L’incastro tra gli umidi venti di scirocco e le fredde correnti nord-orientali ha fatto il resto, innescando un meccanismo di effetto stau formidabile lungo il versante adriatico dell’Appennino. Le correnti umide provenienti da est, costrette a risalire bruscamente lungo i rilievi, hanno scaricato quantità di pioggia eccezionali sui versanti orientali, dall’Abruzzo al Salento, senza soluzione di continuità.
Gli accumuli e i numeri del disastro
A pagarne maggiormente le conseguenze sono stati Abruzzo, Molise e Puglia. Su questi territori immensi gli accumuli di pioggia hanno abbondantemente superato i 150 millimetri nell’arco di tre giorni, un valore che in condizioni normali rappresenterebbe già un mese abbondante di precipitazioni. Discorso parzialmente diverso, ma comunque pesante, per Basilicata, Calabria e Sicilia, dove le piogge frequenti degli ultimi giorni hanno portato accumuli complessivi mediamente sopra i 50 ma sotto i 100 mm.
Alluvioni, frane e un ponte che non c’è più
Le conseguenze sul territorio non si sono fatte attendere. Oltre quattordici fiumi sono esondati tra Abruzzo, Molise, Basilicata e Puglia, con campagne, strade e centri abitati allagati su vaste porzioni di tre regioni. Numerose frane hanno interessato sia la rete stradale che i centri abitati. I Vigili del Fuoco hanno portato a termine oltre 800 interventi tra Abruzzo, Molise e Puglia dalla mezzanotte del 31 Marzo.
Il caso più eclatante riguarda il crollo del ponte sul fiume Trigno, lungo la Strada Statale 16 Adriatica, tra Montenero di Bisaccia e il confine con l’Abruzzo. La violenza della corrente ha eroso le fondamenta della struttura fino a provocarne il collasso parziale nella mattinata del 2 Aprile, con una porzione dell’impalcato finita direttamente nel letto del fiume. Il collegamento tra Molise e Abruzzo resta però interrotto, costringendo a deviazioni lunghe e complesse su una viabilità già messa a dura prova dagli allagamenti.
L’Appennino sepolto dalla neve
A quote più elevate, tutta quella pioggia si è trasformata in neve. Una nevicata a dir poco eccezionale per inizio Aprile ha paralizzato i centri montani dell’Appennino abruzzese e molisano, con accumuli che hanno raggiunto e superato i 2 metri a Capracotta e Pescocostanzo, dove il vento forte ha formato accumuli eolici che in alcuni punti hanno raggiunto i primi piani delle abitazioni. Una parte rilevante di tutta l’acqua caduta si è dunque depositata in forma solida sulle cime appenniniche, costituendo una riserva idrica preziosa per i mesi più caldi a venire.
Le dighe del Sud finalmente piene
C’è però una notizia che ha un risvolto positivo, per quanto paradossale dopo tanto disastro. Tutte le dighe del Sud risultano ora pienamente rifornite. I livelli degli invasi erano già cresciuti negli ultimi mesi grazie alle frequenti perturbazioni invernali, ma il ciclone Erminio ha dato il colpo finale, portando al riempimento totale delle riserve idriche meridionali. Una boccata d’ossigeno per un territorio storicamente tormentato dalla siccità estiva, anche se il prezzo pagato in termini di danni e disagi è stato altissimo.
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