
Il Golfo del Messico si surriscalda: gli uragani saranno sempre più violenti
(TEMPOITALIA.IT) Qualcosa di anomalo sta accadendo nelle acque del Golfo del Messico, e non da oggi. Dal 2012, le temperature superficiali marine in quella regione hanno imboccato una traiettoria di riscaldamento che, a guardare i numeri, lascia a bocca aperta. Non è soltanto il cambiamento climatico nel senso più generale, quello che scalda gli oceani di tutto il pianeta a ritmi preoccupanti. Nel Golfo, in estate, la superficie del mare si sta scaldando a circa il doppio della velocità rispetto alla media globale, con record battuti sia nel 2024 che nel 2025. E il 2026 non sembra voler fare eccezione.
Le implicazioni, diciamolo chiaramente, sono enormi. Non solo per chi abita lungo le coste della Florida, del Texas, della Louisiana o nelle isole caraibiche che puntellano il Golfo, ma per la comprensione stessa di come si comporteranno le grandi tempeste tropicali nelle prossime stagioni.
Gli uragani, motori a vapore
Un uragano funziona, in sostanza, come un motore termico: prende energia dall’oceano, la converte in venti che possono superare i 250 km/h, e lascia dietro di sé distruzione su scala difficilmente immaginabile. L’intensità massima che una tempesta tropicale può raggiungere cresce di circa il 5-7% per ogni grado Celsius di aumento delle temperature superficiali marine. Il Golfo del Messico si è riscaldato di circa 0,5°C per decennio dal 2012 in poi. Tradotto: un potenziale aumento del 3% per decennio nei venti degli uragani più forti, con conseguente impennata dei danni che, per le tempeste più violente, potrebbe toccare il 30% in più ogni dieci anni.
C’è poi un aspetto tecnico che gli esperti definiscono “contenuto di calore oceanico”, ovvero quanto calore si accumula non solo in superficie ma anche negli strati profondi. Quando un uragano attraversa acque poco profonde e fredde in profondità, i propri venti rimescolano l’acqua, raffreddano la superficie e frenano la tempesta. Ma se l’acqua calda si estende per cento o più metri di profondità, quella mescolanza porta su altra acqua calda, alimentando ulteriormente la bestia. È esattamente questo meccanismo che aveva permesso all’uragano Helene di irrobustirsi furiosamente mentre puntava sulla Florida nel 2024.
La Corrente Loop: il vero motore nascosto
Ora, chi o cosa ha acceso questo braciere? La risposta è doppia, e una parte è meno nota di quanto si creda. Oltre al cambiamento climatico di fondo, c’è il comportamento di una corrente oceanica con un nome che evoca qualcosa di misterioso: la Loop Current, la Corrente Loop, ovvero un nastro d’acqua che trasporta le acque calde dei Caraibi attraverso il Canale dello Yucatán tra Cuba e il Messico, risale verso nord nel Golfo del Messico, poi scende verso est passando appena a sud delle Florida Keys e, una volta uscita dal Golfo, costeggia la costa est degli Stati Uniti trasformandosi nella famosa Gulf Stream.
Con velocità di circa 1,4 km/h, è una delle correnti più veloci dell’Oceano Atlantico. In estate e autunno, le sue acque profonde e calde diventano un serbatoio energetico che può alimentare uragani in rapidissima intensificazione, quella che gli esperti chiamano “rapid intensification”, fenomeno particolarmente insidioso perché lascia pochissimo tempo alle popolazioni costiere per prepararsi o evacuare.
La corrente ha la tendenza a rigonfiarsi nel Golfo settentrionale, staccando periodicamente anelli di rotazione oraria pieni di acqua calda. Questi vortici, chiamati “eddies” o anelli della Corrente Loop, derivano verso ovest-sudovest in direzione del Texas e del Messico a una velocità di tre-cinque chilometri al giorno, e quando si trovano sul percorso di un uragano durante l’estate rappresentano, insomma, benzina sul fuoco.
Una ricerca del 2024, pubblicata sull’AGU (American Geophysical Union), ha documentato che negli ultimi anni questi anelli sono diventati più grandi del 50% rispetto ai decenni precedenti, trasportando quantità superiori di acqua calda nel Golfo e alzando sia le temperature superficiali sia il livello del mare. Ma perché si sono ingranditi? Uno studio del 2023 pubblicato su Nature ha ipotizzato che il grande sistema di circolazione subtropicale dell’Atlantico settentrionale si sia espanso, spingendo più acqua calda verso il Golfo. Circa il 40% di questo cambiamento sarebbe attribuibile al Riscaldamento Globale, il restante 60% a variabilità naturale. Gli stessi autori prevedono però che questo effetto si attenuerà nell’arco del prossimo decennio.
Il Super El Niño del 2015-16 e il cambio di regime climatico
C’è un altro pezzo del puzzle che merita attenzione. Parte del riscaldamento osservato dal 2016 in poi potrebbe essere legata a quello che gli scienziati chiamano un “regime shift”, un cambio di stato del sistema climatico innescato da un evento eccezionale. Gli eventi di “super El Niño” di pari intensità si sono verificati nel 1982-83, nel 1997-98 e nel 2015-16. Secondo una ricerca del 2026 pubblicata su Nature, ciascuno di questi episodi ha determinato transizioni abrupte e persistenti in diverse regioni climatiche del pianeta.
Nel caso del Golfo del Messico, il super El Niño del 2015-16 potrebbe aver innescato un brusco riscaldamento delle temperature invernali a partire dall’inverno 2016-17. Nei dieci anni successivi, le temperature marine in inverno nel Golfo si sono attestate mediamente a 0,8°C sopra la norma, contro i soli 0,2°C dei dieci anni precedenti. E questa accelerazione termica potrebbe aver contribuito al numero insolito di uragani a rapida intensificazione osservati nel Golfo a partire dal 2017.
Resta da vedere se l’El Niño attualmente in sviluppo, che potrebbe raggiungere un’intensità paragonabile ai tre eventi citati, sarà capace di innescarne un altro.
La situazione oggi e le previsioni per la prossima stagione
Al 13 Maggio 2026, le temperature superficiali e il contenuto di calore oceanico nel Golfo del Messico sono vicini ai livelli record, pari ai valori del 13 Maggio 2024, i più alti mai registrati per questa data, con anomalie di oltre 1°C sopra la media climatologica del periodo 1991-2020. La Corrente Loop ha staccato un anello a Febbraio e si trova ora in una fase di ricrescita, estendendosi di nuovo verso nord. Questa configurazione favorisce il distacco di un nuovo eddy durante il picco della stagione degli uragani, aumentando le probabilità di rapid intensification di eventuali tempeste nel Golfo.
I modelli previsionali stagionali della NOAA indicano che le temperature superficiali durante il picco della stagione degli uragani rimarranno probabilmente un po’ al di sotto dei record stabiliti tra il 2023 e il 2025, ma il margine è sottile.
Dal 1950, soltanto dieci uragani si sono intensificati rapidamente di almeno 64 km/h nelle 24 ore precedenti al landfall sul continente nordamericano. Cinque di questi si sono verificati negli ultimi nove anni. Un dato che fa riflettere, anche se, a essere onesti, non esiste ancora una relazione causale netta e definitiva tra il picco termico del Golfo post-2012 e il numero complessivo di uragani a rapida intensificazione: tra il 2012 e il 2025, 11 dei 29 uragani nel Golfo si sono intensificati rapidamente, contro 14 su 27 nel periodo precedente. La statistica, insomma, non è ancora conclusiva.
Cosa ci aspetta nel lungo periodo
Sul lungo termine, il quadro si fa più pesante. I modelli dell’IPCC per uno scenario di riscaldamento moderato prevedono un aumento di 0,5-1,5°C delle temperature del Golfo durante il periodo agosto-novembre della stagione degli uragani per il trentennio 2036-2065, rispetto al periodo storico 1982-2011. In uno scenario estremo, l’aumento sale a 1,5-3°C.
Eppure, i dati NOAA degli ultimi dieci anni mostrano che il Golfo si è già scaldato di 0,8°C, ovvero decenni in anticipo rispetto alle proiezioni moderate. Come se il sistema stesse seguendo il copione dello scenario peggiore.
Uno studio NOAA del 2015 aveva avvertito che il riscaldamento accelerato del Golfo nord-orientale avrebbe aumentato significativamente il rischio di rapida intensificazione degli uragani che si avvicinano alla costa nord-orientale del Golfo nel corso del XXI secolo. Un avvertimento che, a guardare gli eventi recenti, suona tutt’altro che accademico.
I modelli più sofisticati, quelli che tengono conto in dettaglio della circolazione del Golfo, aggiungono un altro tassello inquietante. In uno scenario di riscaldamento moderato, il rallentamento dell’AMOC (la circolazione meridionale atlantica) di circa il 20-25% ridurrebbe l’attività degli anelli della Corrente Loop, diminuendo il trasporto di acqua calda dai Caraibi verso il Golfo. Meno calore in entrata, ma anche meno calore in uscita: il risultato sarebbe comunque un riscaldamento delle acque costiere dalla Louisiana alla Florida occidentale di oltre 2°C rispetto ad oggi. Un tale aumento del calore marino potrebbe tradursi in un incremento del 10-14% nei venti degli uragani più estremi, con potenziale raddoppio dei danni.
Il Golfo del Messico è, in fondo, un laboratorio a cielo aperto dove il Riscaldamento Globale scrive il futuro della ciclogenesi tropicale con una chiarezza quasi brutale. E ciò che gli oceani trattengono oggi, prima o poi lo restituiscono. Sotto forma di vento.









