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Immagine solo rappresentativa di un TLC creata con la AI.

Nel gergo dei meteorologi si chiama TLC, sigla inglese per ciclone simil tropicale, e da qualche anno in Italia lo conoscono tutti come medicane. È una tempesta che nasce sul Mar Mediterraneo ma si comporta come un piccolo uragano: spirale di nubi perfetta, occhio al centro, venti che girano attorno a un cuore caldo sino alla “troposfera”. Non è una novità assoluta, e nemmeno una cosa frequente. Se ne contano in media uno o due all’anno, quasi sempre fra settembre e gennaio, ma sono stati censiti anche a febbraio.

 

Il mare è il serbatoio

Il primo ingrediente è l’acqua calda del Mediterraneo. Durante l’estate il Mediterraneo accumula calore come una pentola lasciata sul fuoco, e a fine stagione la superficie supera spesso i 26°C, in certi bacini anche i 28°C, dopo aver raggiunto picchi ormai sempre più frequenti di 30°C, e assai peggio nel 2026. Quel calore non è inerme, ne abbiamo parlato numerose volte. Evapora, sale, si trasforma in vapore acqueo, e il vapore è il carburante vero che serve per i sistemi di bassa pressione, i temporali, i TLC. Più il mare è caldo, più energia c’è a disposizione: le ragioni le abbiamo raccontate qui. Ecco perché questi vortici non si formano quasi mai in primavera, quando l’acqua è fredda e il serbatoio è meno produttivo, il mare è meno caldo. Ma con i cambiamenti del clima, vedremo che succederà.

 

L’aria fredda accende la miccia

Il carburante da solo non basta, lo abbiamo osservato di recente con quella struttura che sembrava annunciare un TLC nel Mare Ionio, servono altri ingredienti, eppure questi c’erano, ma come abbiamo scritto, il TLC non è sorto perché spinto da correnti, disturbato insomma. Il TLC ha origine da una goccia d’aria fredda in quota, una massa che si stacca dalle correnti polari e scivola isolata verso latitudini più basse, quelle del Mediterraneo. Mari candidati sono quelli tra le Baleari e ‘Italia, i nostri mari e lo Ionio. Il contrasto tra differenti masse d’aria lo innesca: l’aria calda sale di slancio, si formano temporali a catena, e quei temporali cominciano a organizzarsi attorno a un punto: il cuore della bassa pressione. È il momento in cui una normale depressione autunnale smette di comportarsi da depressione autunnale e cambia dinamica.

 

Il vento che può rovinare tutto

C’è però una condizione che molti trascurano, e che spiega perché di TLC ne nascano così pochi. Il vortice in formazione deve restare tranquillo, praticamente indisturbato dai venti in alta quota, e infatti quello che si stava formando di recente è stato disturbato. Se ai piani alti dell’atmosfera soffia forte in una direzione diversa da quella del vento al suolo, la spirale viene sbilanciata e la struttura si sfalda prima ancora di nascere. Serve inoltre tempo: il sistema di bassa pressione deve girare per uno o due giorni lontano dalle coste, senza incontrare montagne e senza attrito.

Quando tutto combacia, il sistema cambia natura. Non vive più del contrasto fra aria fredda e aria calda, come le perturbazioni di sempre, ma si autoalimenta con il calore che estrae dal mare. Si scalda al centro, si compatta, la pressione crolla e nel mezzo dell’area nuvolosa si apre l’occhio. Da quel momento parliamo a tutti gli effetti di un ciclone dal cuore caldo. Il TLC.

 

Piccoli, cattivi, di breve vita

Le dimensioni ingannano: un medicane misura in genere fra 100 e 300 chilometri di diametro, una frazione rispetto agli uragani atlantici, quelli che colpiscono i Caraibi e Golfo del Messico. La sua vita è breve, in media due o tre giorni. Ma i venti possono superare i 120 chilometri orari e le piogge diventano torrenziali nel giro di poche ore.

 

Perché restano difficili da prevedere

Qui sta il punto dolente: i modelli matematici gestiscono bene le grandi perturbazioni, faticano parecchio con i vortici piccoli e rapidi. Bastano cento chilometri di errore sulla traiettoria per spostare il maltempo da una regione all’altra, e l’intensità viene spesso sottostimata. Per questo i meteorologi seguono questi sistemi con prudenza, aggiornando le previsioni più volte al giorno. Con un mare che d’estate si scalda sempre di più, va detto, il serbatoio si riempie prima e si svuota di calore più tardi: il rischio si allunga nel calendario, ed è il vero motivo per cui se ne parla molto più di una volta.

 

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