Un temporale che non se ne va
Di solito un temporale è un evento rapido. Arriva, scarica pioggia per venti o trenta minuti, poi si sposta altrove o si esaurisce. Ogni cella temporalesca ha infatti un ciclo di vita breve: cresce, matura e muore nel giro di un’ora circa.
Ci sono però situazioni in cui il cielo resta nero per tre, cinque, anche otto ore sulla stessa valle. Non si tratta di un temporale più potente degli altri, ma di tanti temporali che nascono uno dopo l’altro sempre nello stesso posto. In gergo si chiamano temporali autorigeneranti (in inglese back-building), e sono la causa principale delle alluvioni lampo che colpiscono l’Italia tra settembre e novembre. E nella giornata di mercoledì 30 settembre, il sud della Francia con accumuli vicino 500 mm in un giorno.
Il nastro trasportatore di nuvole
L’immagine più efficace è quella del nastro trasportatore di un aeroporto. Immaginate un operatore fermo all’inizio del nastro che appoggia una valigia ogni pochi minuti. Il nastro scorre, le valigie avanzano e si allontanano, ma l’operatore non si muove: continua a caricarne di nuove sempre nello stesso punto.
Con i temporali succede qualcosa di molto simile. L’operatore è un punto preciso del territorio, spesso il primo rilievo affacciato sul mare o una linea dove si scontrano due masse d’aria diverse (area di convergenza). Lì l’aria umida viene spinta verso l’alto e forma una nuova nube temporalesca. I venti in quota la trascinano poi a valle, come la valigia sul nastro, ma intanto alle sue spalle se ne è già formata un’altra, e poi un’altra ancora.
Chi sta sotto quella sequenza vede passare sopra la testa una cella dopo l’altra, senza pause. Sul radar meteorologico il fenomeno ha una forma riconoscibile, a “V” o a carota, con la punta ferma nel punto in cui i temporali si rigenerano.
Perché proprio in autunno
Per far funzionare il nastro servono tre ingredienti. Il primo è il carburante, cioè aria calda e carica di vapore. In autunno il Mar Mediterraneo è ancora caldo dopo l’estate, spesso tra 24°C e 27°C, e cede enormi quantità di umidità all’aria che lo sovrasta.
Il secondo è un flusso costante di questa aria umida verso la costa, tipico delle correnti di scirocco o di libeccio che precedono una saccatura atlantica. Il terzo è un “ostacolo” che costringe l’aria a salire: le montagne a ridosso del mare, come l’Appennino Ligure o i rilievi di Calabria e Sicilia, oppure l’aria più fresca che ristagna nelle pianure.
Quando questi tre elementi restano allineati per ore, il sistema si autoalimenta. Una sola cella può scaricare 30 o 40 millimetri di pioggia; dieci celle in fila sullo stesso bacino possono superare i 300 millimetri in mezza giornata, quanto cade normalmente in tre o quattro mesi.
Perché è difficile prevederli
I modelli matematici individuano bene le condizioni favorevoli, ma faticano a stabilire il punto esatto in cui il nastro si fermerà, spesso un’area di pochi chilometri. Per questo le allerte coprono zone ampie, e quando il rischio è concreto, è il radar in tempo reale a dire dove il fenomeno si sta organizzando.
Come comportarsi in caso di allerta
La Protezione Civile indica comportamenti semplici, che fanno la differenza. Durante l’allerta conviene informarsi sui canali ufficiali del proprio Comune e limitare gli spostamenti. Non si deve mai scendere in cantine, garage o seminterrati e nemmeno sostare in sottopassi o vicino ai corsi d’acqua: sono i luoghi dove l’acqua sale più in fretta. Meglio non attraversare a piedi o in auto strade allagate, perché bastano pochi centimetri d’acqua in movimento per far perdere l’equilibrio o trascinare un’auto. Se ci si trova in casa, ci si sposta ai piani alti, evitando l’ascensore. Infine, si tiene il telefono carico e si usa solo per le comunicazioni necessarie, lasciando libere le linee per i soccorsi.
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