- Oggi, Martedì 11 agosto, il rischio di temporali violenti
- Dove possono colpire i nubifragi
- Il refrigerio sarà solo illusorio
- Da mercoledì 12 fino a Ferragosto, il dominio del caldo
- La svolta attesa dopo la metà del mese
- Il serbatoio invisibile
- Quando l’aria si sblocca
- Il ruolo del vento in quota
- Grandine, raffiche e piogge lampo
- Un clima più caldo, temporali più carichi
- Come si legge un pomeriggio a rischio
Oggi, Martedì 11 agosto, il rischio di temporali violenti
Nel corso di oggi martedì 11 agosto diversi territori dell’Italia possono imbattersi in improvvisi temporali anche piuttosto violenti, e proprio per questo motivo conviene tenere d’occhio gli aggiornamenti ufficiali della Protezione Civile e magari i Radar Meteo prima di programmare spostamenti o escursioni. Si tratta di fenomeni pomeridiani e serali di natura estiva, ma legati a piccole infiltrazioni fresche in alta quota che riescono a farsi largo all’interno di questo immenso campo di alta pressione subtropicale.
Quando aria più fredda scorre sopra un serbatoio di calore e umidità accumulato per settimane, il salto termico verticale diventa esplosivo e i fenomeni si organizzano in fretta. Bisogna quindi prestare parecchia attenzione a manifestazioni estreme come grandine di grosse dimensioni, pioggia a carattere di nubifragio e violente raffiche di vento improvvise legate al downburst dei temporali.
La cornice generale resta quella della quarta ondata di caldo subtropicale, cominciata l’ultima settimana di luglio e tuttora inesorabile su tutta la Penisola, con temperature sempre più alte e tassi di umidità clamorosamente elevati per il Mediterraneo. Da non sottovalutare nemmeno le temperature superficiali raggiunte dal Mare Nostrum, che farebbero ingelosire i valori registrati nelle acque caraibiche e, più in generale, in tutti i mari tropicali: un’anomalia che ha radici strutturali e che oggi si traduce in vapore acqueo disponibile per le celle temporalesche.
Dove possono colpire i nubifragi
Il maggior rischio riguarda il Nord Italia e le zone interne del Centro-Sud. Oltre alle montagne, questa volta entrano in gioco anche le aree pianeggianti settentrionali: attenzione quindi a improvvisi rovesci tra pomeriggio e sera sulla Val Padana, in particolare tra Piemonte, Lombardia, Emilia e Veneto.
Non si escludono scrosci di pioggia accompagnati da chicchi di grandine sulle pianure comprese tra il territorio di Torino, quello di Novara e quello di Vercelli, e poi anche sulla Lombardia centrale, proprio nel cuore dell’area di Milano. Nel pomeriggio il rischio si estende alle zone interne appenniniche, soprattutto tra Abruzzo, Lazio, Molise, Campania, Basilicata e Calabria, dove la convezione trova nei rilievi l’innesco più efficace. Una distribuzione a macchia di leopardo che ricalca da vicino quella già osservata nei giorni scorsi.
Il refrigerio sarà solo illusorio
Questi temporali portano qualche ora di sollievo unicamente dove piove con sufficiente intensità. Dove invece cade poco o nulla, il caldo resta molto presente e l’umidità aumenta ancora, perché l’acqua evaporata dal suolo bagnato torna immediatamente in circolo. È il paradosso delle giornate afose: il temporale che sfiora la città senza colpirla peggiora la situazione anziché migliorarla.
Per un cambiamento vero e proprio serve una perturbazione di grossa portata proveniente dal nord Atlantico o dal Nord Europa, pronta a spazzare via il caldo e l’umidità in eccesso. I temporali di calore, per quanto spettacolari, non hanno alcuna influenza sull’ondata di caldo in azione: la scalfiscono per un’ora, poi tutto torna come prima.
Da mercoledì 12 fino a Ferragosto, il dominio del caldo
L‘ondata di calore prosegue almeno fino al 16-17 agosto, lasciando spazio soltanto a qualche improvviso temporale pomeridiano o serale. Nel periodo centrale del mese non si attendono novità importanti, se non un’accentuazione del dominio anticiclonico e della calura, con punte che sulle aree interne possono avvicinarsi ai 42°C.
Una minore compattezza della struttura in quota può favorire giusto qualche cella in più, senza però riflessi apprezzabili sulle temperature. Le perturbazioni restano alla larga, relegate verso nord, e la circolazione non presenta scossoni degni di nota. Fino a quel momento occorre fare i conti con caldo estremo e umidità eccessiva sia di giorno sia di sera, soprattutto nelle città di mare, che sono quelle che maggiormente stanno patendo la calura esagerata di questi ultimi quindici giorni.
La svolta attesa dopo la metà del mese
La possibilità di un ricambio d’aria autentico è fissata al post Ferragosto. È lì che i modelli matmatici individuano l’ingresso di una perturbazione nord-atlantica capace di far indietreggiare l’alta pressione subtropicale, con un calo termico che difficilmente passerebbe inosservato.
Attenzione, però, perché una rottura di questo tipo non è mai indolore. Nel momento in cui correnti più fresche impattano contro una bolla di caldo accumulata per settimane, i moti ascensionali possono generare temporali violenti e localmente distruttivi. Non è allarmismo, è aritmetica atmosferica: più a lungo si accumula energia, più il conto finale rischia di essere salato. È esattamente lo schema che accompagna le grandi rotture stagionali, quando la fine del caldo non arriva in punta di piedi ma sbattendo la porta.
Il serbatoio invisibile
Chi vive in Pianura Padana lo sa bene. Tre, quattro giorni di caldo appiccicoso, cielo lattiginoso, camicia che si incolla alla schiena già alle nove del mattino. Poi, verso il tardo pomeriggio, quella torre bianca che cresce a vista d’occhio sopra le prime colline e nel giro di mezz’ora scarica sulla città un diluvio con chicchi grossi come noci. Non è casualità, è fisica, e ha una logica piuttosto precisa.
L’aria calda e umida è un magazzino di energia. Ogni grammo di vapore acqueo che evapora dal suolo, dai campi irrigati, dal Mar Mediterraneo sempre più caldo, porta con sé il cosiddetto calore latente: energia immagazzinata che resta lì, silenziosa, finché quel vapore non torna a condensare in gocce. E quando condensa, la restituisce tutta.
I meteorologi hanno un indice per misurarla, il CAPE, ovvero Convective Available Potential Energy, misurata in joule per chilogrammo. Valori sotto i 500 sono tipici di un pomeriggio tranquillo. Sopra i 2.000, e in certe giornate di luglio e agosto in Italia si arriva anche a 3.500, la faccenda cambia radicalmente: sono le condizioni che mettono intere regioni sotto osservazione per la grandine grossa. Vuol dire che una bolla d’aria, una volta innescata, può salire fino a 12.000 o 13.000 metri di quota accelerando come un ascensore impazzito. Il punto è che l’afa non è solo fastidio. È carburante.
Quando l’aria si sblocca
Qui arriva la parte controintuitiva. Nelle giornate più roventi, spesso, non succede niente per ore. Il cielo resta muto, qualche cumulo timido che si dissolve subito. Perché?
Perché in quota c’è quasi sempre uno strato di aria più calda e secca, l’inversione, quello che in gergo anglosassone chiamano CAP, il tappo, che schiaccia verso il basso ogni tentativo di risalita. Le nubi termiche partono, salgono per un migliaio di metri, sbattono contro quel soffitto e si arrendono. Nel frattempo, però, il sole continua a scaldare. L’energia si accumula. Il serbatoio si riempie.
Poi basta poco. Una brezza marina che risale la valle, la linea di convergenza tra due venti opposti, il fianco di una montagna che costringe l’aria a salire, l’arrivo di una saccatura che raffredda i 500 hPa di qualche grado. Il tappo salta, e tutto quello che era rimasto compresso viene liberato in un colpo solo. Sono i temporali violenti e improvvisi che si formano in venti minuti e sembrano usciti dal nulla, quelli che colgono impreparati gli escursionisti sulle Alpi e i bagnanti sulle spiagge dell’Adriatico.
Insomma: più lungo è il periodo di caldo, più il tappo trattiene, più il conto finale può essere foriero di tempeste. Saperlo è importante, perché tutto questo caldo sarà responsabile degli eccessi di maltempo che prima o poi arriveranno.
Il ruolo del vento in quota
L’energia da sola, però, non basta a spiegare i danni. Serve organizzazione, e quella la fornisce il wind shear, la variazione di intensità e direzione del vento tra il suolo e la media troposfera.
Se il vento è uniforme, la nube si autodistrugge: la pioggia cade dentro la corrente ascendente e la soffoca. Mezz’ora di vita, poi si spegne. Ma se tra i primi metri e i 6.000 metri di altezza c’è una differenza di 15 o 20 metri al secondo, la corrente ascendente si inclina, la pioggia cade fuori dal motore e la struttura si regge in piedi. Può durare ore. Può ruotare su sé stessa, diventando supercella. Può allinearsi in una linea temporalesca lunga cento chilometri.
È esattamente ciò che accade nei giorni di transizione, quando una perturbazione atlantica scorre ai margini dell’anticiclone: sotto c’è l’aria tropicale rimasta a stagionare per una settimana, sopra corre un getto vigoroso. Il matrimonio peggiore possibile, come dimostrano le fasi di rottura più recenti.
Grandine, raffiche e piogge lampo
Da lì in avanti, i guai arrivano in tre forme. La grandine, prima di tutto. Correnti ascensionali oltre i 30 metri al secondo riescono a tenere sospeso un chicco abbastanza a lungo da farlo crescere strato su strato, come una cipolla. Diametri di 5 centimetri non sono più un’eccezione, e chiunque abbia visto una vigna del Piemonte, della Lombardia, del Veneto o del Friuli dopo dieci minuti di grandinata sa cosa significa.
Poi il downburst. Nella parte medio-alta del temporale entra aria secca, che evapora parte delle gocce; l’evaporazione raffredda, l’aria fredda pesa e precipita verso il suolo a velocità impressionanti, poi si spande orizzontalmente. Raffiche di vento oltre i 120 chilometri orari, alberi sradicati, tetti scoperchiati. Nessun tornado, eppure i danni sembrano quelli.
Infine le piogge lampo. Un’atmosfera satura può rilasciare 80 o 100 millimetri in un’ora, cifre che nessuna rete fognaria urbana è progettata per smaltire. Ed è qui che il temporale estivo smette di essere folklore e diventa un problema di sicurezza pubblica.
Un clima più caldo, temporali più carichi
C’è una relazione fisica, la Clausius-Clapeyron, che dice una cosa semplice: per ogni grado di riscaldamento, l’atmosfera può contenere circa il 7% di vapore in più. Con un Mediterraneo che d’estate viaggia stabilmente sopra i 28-30°C, il Riscaldamento Globale non moltiplica necessariamente il numero dei temporali, ma ne alza il potenziale massimo. Meno eventi, forse. Più cattivi, quasi certamente.
Le statistiche continentali sulla grandine di grandi dimensioni, in effetti, vanno in quella direzione da almeno vent’anni. E un bacino che accumula calore anche in profondità restituisce quel calore lentamente, il che sposta il problema ben oltre agosto, verso l’autunno.
Come si legge un pomeriggio a rischio
Nessuno pretende che il lettore consulti i radiosondaggi. Ma qualche segnale è alla portata di tutti. Un caldo che diventa opprimente e umido, senza vento. Cumuli che al mattino appaiono già netti e verticali, con contorni duri anziché sfilacciati. E quando arriva quel refolo improvviso, fresco, che precede il muro di pioggia? Non è sollievo. È il segnale che il temporale ha già iniziato a scaricare a terra tutto quello che ha in canna.
Credit
- European Severe Storms Laboratory
- NOAA National Severe Storms Laboratory
- European Centre for Medium-Range Weather Forecasts