Un poì tutto stiamo indicando un giorno preciso sul calendario, quel giorno che rimbalza ovunque, e ventiquattro ore dopo si è già spostato in avanti. Parte allora l’accusa di rito: avete sbagliato di nuovo. Diciamolo con franchezza, non è così che funziona. La data del cambiamento del tempo, alcune specifiche meteo locali non sono così semplici da definire in certi periodi dell’anno.
In questi giorni il numero che gira di più è il 17 agosto. Il modello europeo ECMWF insiste, emissione dopo emissione, su una saccatura nordatlantica capace di incrinare l’Anticiclone Africano che tiene in ostaggio l’Italia da settimane, con effetti attesi tra il 17-18 e il 20-21 agosto. Ne abbiamo parlato analizzando la crepa che si apre dopo Ferragosto. Ma quella data non è incisa nel marmo. È il baricentro di un ventaglio di possibilità, e vale la pena capire da dove nasce.
Un’atmosfera che non perdona gli errori di partenza
Il punto di partenza è sempre lo stesso: sapere com’è fatta l’atmosfera adesso. Milioni di osservazioni meteo – satelliti, radiosondaggi, boe, sensori a bordo degli aerei – vengono digerite per costruire lo stato iniziale da cui il calcolatore parte. Solo che quello stato iniziale non sarà mai perfetto. Non può esserlo. Nessuna rete di misura riesce a fotografare ogni singola porzione di aria sopra l’Atlantico.
L’atmosfera è un sistema caotico, il che significa che una differenza minuscola oggi diventa una differenza enorme fra otto giorni. Non è un difetto del software, è una proprietà della fisica. Una depressione collocata cinquanta chilometri più a nord sposta il fronte, cambia la distribuzione delle piogge, modifica il riscaldamento del suolo. Il tema lo abbiamo affrontato a fondo spiegando perché i modelli divergono dopo una settimana.
Cinquantuno futuri invece di uno solo
La soluzione, trovata decenni fa e oggi routine in tutti i grandi centri di calcolo, si chiama ensemble. Anziché far girare il modello matematico una volta sola, lo si fa girare molte volte, ogni volta cambiando appena le condizioni di partenza e qualche dettaglio della fisica interna. Il sistema ECMWF produce cinquantuno simulazioni: una di controllo e altre cinquanta leggermente perturbate, tutte alla stessa risoluzione, spinte fino a quindici giorni. Il modello statunitense GEFS lavora in modo analogo, con trentuno membri.
Il risultato non è una previsione. Sono cinquantuno previsioni, tutte in linea di principio ugualmente plausibili.
Quando la maggioranza dei membri converge sullo stesso scenario, la fiducia sale e il previsore può permettersi di essere assertivo. Quando invece il ventaglio si apre, con un gruppo che porta la perturbazione il lunedì e un altro che la rimanda a giovedì, quella è l’incertezza fatta numero. Lo scarto fra i membri – lo spread, in gergo – misura esattamente quanto poco sappiamo.
La probabilità di pioggia non è un’opinione
Vale la pena chiarire un equivoco che resiste da anni. Quando l’applicazione sul telefono segnala il 40% di probabilità di pioggia, non sta esprimendo un dubbio del meteorologo. Sta contando: quaranta membri su cento vedono precipitazione in quel punto e in quell’ora. È aritmetica applicata al caos, e resta lo strumento più onesto che abbiamo.
Ne consegue una cosa che sfugge quasi a tutti. Una data indicata a otto giorni di distanza non è mai una data secca, è una finestra temporale della probabilità che si verifichi un certo fenomeno meteo. Se domani metà dei membri anticipa l’affondo al 16 agosto e l’altra metà lo rinvia al 19, il previsore non sta cambiando idea: sta leggendo dati nuovi. La discussione su quanto sia solida la rottura dell’estate nasce proprio da qui.
Quando i due grandi centri raccontano storie diverse
C’è poi il capitolo delle divergenze fra modelli, che in questa fase è tutt’altro che accademico. ECMWF vede la saccatura scendere lungo i meridiani centrali europei. Il GFS americano, invece, non fa transitare alcuna perturbazione organizzata sulla Penisola: prevede piuttosto temporali isolati e violenti dentro una bolla di aria calda che continua a insistere. Due letture, due date implicite, due conseguenze molto diverse per chi deve organizzare qualcosa.
Il confronto fra i due centri di calcolo è, in questo momento, il vero nodo, come emerso nell’analisi su quanto si stia complicando lo scenario. Non è la prima volta, sia chiaro. Chi segue le mappe da anni ricorda parecchie occasioni in cui il modello europeo ha tenuto duro per giorni contro tutti, e alla fine aveva ragione lui. E altrettante in cui è andata al contrario, aveva ragione nella previsione GFS. O meglio, aveva un maggior successo previsionale.
Come si legge lo slittamento, giorno dopo giorno
Un consiglio pratico, da chi la materia la mastica ogni mattina: non guardare la singola emissione, guarda la successione. Se tre o quattro corse consecutive continuano a proporre lo stesso affondo nello stesso intervallo, la probabilità cresce davvero. Se ogni run sposta l’evento un po’ più in là – il classico effetto elastico – allora la svolta è ancora lontana dall’essere acquisita.
Nel frattempo la calura non arretra di un metro, e chi vuole il dato locale farà bene a consultare le previsioni per Milano, Bologna, Roma, Napoli e Palermo, perché il picco della calura africana resta appuntato sui giorni intorno a Ferragosto.
Un’ultima avvertenza, che conta più della data stessa. Un peggioramento anticipato con qualche giorno di margine non equivale a un inizio dell’autunno: aria instabile che entra su masse d’aria tropicali produce fenomeni cattivi, non frescura. Il meccanismo è quello che genera i crolli termici improvvisi, e va preso sul serio. Sul cosa succede dopo, verso l’ultima decade, il ventaglio si allarga ancora, come raccontato guardando a cosa cambia dopo il 24 agosto.
Quindi sì, la data può ancora slittare. Anzi, quasi certamente si muoverà di ventiquattro o quarantotto ore, in un senso o nell’altro. Non è un fallimento della meteorologia: è la meteorologia che dice la verità sul limite di ciò che sa.
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