
C’è un angolo di mare, tra la Costa Azzurra e le coste della Toscana, dove le depressioni non passano soltanto: nascono. Il Mar Ligure – e in particolare il Golfo di Genova – è una delle aree di ciclogenesi più attive del Mediterraneo. Non è un modo di dire. Le climatologie dei cicloni mediterranei, costruite in decenni di osservazioni, mostrano qui un massimo di frequenza che non ha eguali nel bacino: in media più di due minimi al mese prendono forma in questo fazzoletto di acque. Quando un fronte freddo atlantico punta le Alpi, l’occhio corre subito lì, a quel golfo stretto tra montagne e mare. Direte, perché proprio lì? La risposta stada una parte l’orografia, dall’altra un mare che d’autunno conserva il calore accumulato in estate. In mezzo, l’Italia, che di queste dinamiche paga spesso il conto più salato.
Il meccanismo: le Alpi che spezzano i fronti
Il fenomeno ha un nome preciso nella letteratura scientifica: ciclogenesi sottovento alpina, in inglese lee cyclogenesis. Funziona così. Un fronte freddo di origine atlantica avanza da nord-ovest verso l’Europa centrale. L’aria fredda, densa e pesante, incontra la barriera delle Alpi – un muro alto in media oltre duemilacinquecento metri – e non riesce a scavalcarla in blocco. Il fronte rallenta, si deforma, si spezza in due rami. Una parte dell’aria fredda aggira l’ostacolo da ovest, scivolando lungo la Valle del Rodano fino al Golfo del Leone; l’altra resta bloccata a nord della catena alpina.
Sottovento alle Alpi, cioè sul Mar Ligure, si crea un vuoto relativo. La pressione cala, l’aria comincia a ruotare in senso antiorario, e in poche ore – a volte in meno di dodici – nasce un vortice. Prima superficiale, poco più che un abbozzo. Poi, se dall’alto arriva il sostegno di una saccatura in quota, il minimo si approfondisce e diventa un ciclone extratropicale vero e proprio, capace di pilotare il tempo su mezza Italia. È lo stesso schema che i modelli matematici hanno faticato a digerire fino agli anni Ottanta, quando la campagna internazionale ALPEX venne organizzata proprio per studiare da vicino queste dinamiche.
Va detto: non tutti i minimi liguri diventano burrasche. Molti restano vortici modesti, che portano qualche pioggia e nulla più. Ma quando gli ingredienti si allineano, il Golfo di Genova sa essere spietato.
Il ruolo del mare: un serbatoio di energia
Il secondo ingrediente è l’acqua. Il Mar Ligure, come tutto il Mediterraneo, arriva all’autunno con temperature superficiali ancora elevate, spesso sopra i 25°C (beh, per essere pessimisti, visti i tempi di calura) a inizio ottobre. E negli ultimi anni, complice il Riscaldamento Globale, le anomalie positive sono diventate la norma più che l’eccezione. Un mare caldo significa evaporazione abbondante, quindi umidità e calore latente a disposizione dei sistemi che vi transitano sopra.
Quando l’aria fredda in discesa dal Rodano scorre su queste acque tiepide, il contrasto termico accende la convezione: i temporali si organizzano, il minimo si alimenta, la pressione crolla ancora. È un circolo che si autoalimenta, lo stesso che abbiamo descritto analizzando le dinamiche del maltempo autunnale sul Mediterraneo. In certi casi estremi il processo diventa esplosivo, con approfondimenti rapidissimi del minimo, come accaduto nelle configurazioni invernali che favoriscono ciclogenesi profonde tra Ligure e Tirreno.
Quando il minimo punta la costa
Ed eccoci al punto dolente. Un ciclone sul Mar Ligure dispone i venti in modo micidiale per la costa: scirocco e correnti umide meridionali vengono richiamati dal largo e convergono contro l’Appennino Ligure, che con i suoi rilievi a ridosso del mare – in certi tratti la montagna sale a mille metri in pochi chilometri – costringe l’aria a un brusco sollevamento. La convergenza nei bassi strati, sommata alla forzatura orografica, genera temporali autorigeneranti: sistemi che restano fermi per ore sullo stesso punto, scaricando quantità d’acqua fuori scala.
I precedenti parlano chiaro. L’alluvione di Genova del novembre 2011, quella dell’ottobre 2014, i nubifragi ripetuti tra Savona e il Levante: quasi sempre dietro c’era un minimo ligure lento a muoversi, con convergenza stazionaria tra aria umida da sud-est e aria più fresca in uscita dalla pianura. Uno schema che ritorna, puntuale, ogni autunno, e che abbiamo ritrovato anche nelle recenti fasi di piogge intense sul Nord-Ovest.
E non finisce alla costa. Un minimo che si approfondisce sul Ligure stringe le isobare su tutto il bacino occidentale: il gradiente barico si impenna e i venti rispondono di conseguenza, con maestrale a irrompere sul Golfo del Leone, libeccio in rotazione sulle coste tirreniche e mareggiate che si propagano fino alle Isole Maggiori, come visto negli episodi di burrasca e mari in tempesta legati ai cicloni mediterranei.
Come si riconosce l’innesco
Ci sono spie che chi legge le carte impara a cogliere al volo. Un fronte freddo in avvicinamento alle Alpi con getto teso sul Golfo del Leone. Il calo di pressione rapido segnalato dalle stazioni tra Imperia e la Corsica. La comparsa, nelle immagini satellitari, di quella caratteristica virgola nuvolosa che si arrotola a sud delle Alpi. Quando questi segnali compaiono insieme, la ciclogenesi è questione di ore, non di giorni. I modelli attuali – da ECMWF a GFS – la vedono ormai con buon anticipo, e le mappe più recenti mostrano quanto queste ciclogenesi secondarie tra area ligure e tirrenica restino protagoniste del tempo italiano anche in pieno inverno.
Resta una certezza, e vale la pena ribadirla: finché ci saranno le Alpi a spezzare i fronti e un mare tiepido a rifornirli di energia, il Mar Ligure continuerà ad essere protagonista di questi fenomeni meteo che è quello di fabbricare perturbazioni.
Credit:
- Lee Cyclogenesis, modulo di formazione EUMeTrain-EUMETSAT sulla ciclogenesi sottovento alpina
- Cyclogenesis in the lee of the Alps: a review of theories, Bulletin of Atmospheric Science and Technology, Springer
- Low-Level Potential Vorticity and Cyclogenesis to the Lee of the Alps, Journal of the Atmospheric Sciences, AMS
