El Niño non funziona come un interruttore, che accendi e la luce si vede subito. Somiglia piuttosto a una stufa accesa in una stanza all’altro capo della casa: scalda il Pacifico lungo l’equatore, e il calore arriva fin qui con settimane di ritardo, dopo aver attraversato corridoi, porte socchiuse e scale.
Gli americani del Climate Prediction Center lo misurano da mesi e i numeri sono importanti. Nella zona di riferimento del Pacifico centrale l’acqua è più calda del normale di quasi due gradi, con punte che nel Pacifico orientale superano i tre gradi sopra la media. Per l’Oceano è tantissimo. Avete idea di quanto sia enorme il Pacifico?
Di El Niño si parla ormai da settimane, un po’ ovunque. Ma chi vive tra le Alpi e la Sicilia ha in testa una domanda diversa, molto più concreta: quel calore accumulato a quindicimila chilometri di distanza, dove va a finire quando risale verso le nostre latitudini? E soprattutto, che cosa combina una volta arrivato sul Mediterraneo?
Proviamo a rispondere guardando avanti. Non all’inverno, che è ancora lontano e pieno di incognite, ma ai due mesi che abbiamo davanti: ottobre e novembre. Gli ultimi due dell’autunno meteorologico, i primi di quello astronomico. Quelli in cui, storicamente, l’Italia si gioca gran parte delle sue piogge.
Non conta solo l’intensità, conta dove piove sul Pacifico
Le mappe distinguono due versioni dello stesso fenomeno, e i conti cambiano parecchio. Nella prima versione i temporali tropicali si accendono nel Pacifico orientale, vicino alle coste del Sud America. Da lì parte una spinta d’aria in quota che attraversa i Caraibi e arriva sull’Atlantico, dove i venti alti finiscono per soffiare in direzione diversa rispetto a quelli bassi. Per un uragano è come cercare di costruire una torre mentre qualcuno tira via i mattoni di sopra: non si forma. Media per stagione con condizioni analogie: cinque tempeste con un nome, poco più di un uragano, quasi mai uno di quelli devastanti.
Nella seconda versione, chiamata Modoki, i temporali si spostano più a ovest, in mezzo al Pacifico. La spinta arriva più debole e l’Atlantico respira. Le tempeste salgono a 8,3, gli uragani a 4,3, e tre volte più spesso diventano uragani maggiori. Stesso fenomeno, effetti quasi doppi.
Vediamo che succederebbe in Europa. Il legame esiste, anche se indiretto, i resti degli uragani atlantici, una volta risaliti verso nord, rilanciano le perturbazioni che tra ottobre e novembre raggiungono il continente. Pochi uragani significa meno carburante per quelle perturbazioni. Meno pioggia in arrivo dall’oceano, quindi. Con tutto quello che comporta per l’autunno italiano.
Blocco a nord, saccatura sull’Atlantico orientale
Il secondo gruppo di mappe analizzato nasce da un lavoro di selezione. Si va a pescare nell’archivio degli ultimi quarant’anni e si tengono soltanto i periodi che assomigliano a quello attuale: Oceano Pacifico caldo, quindi El Niño in corso, e nello stesso tempo una circolazione d’aria che gira attorno al pianeta con una certa spinta e in una certa direzione. Poi si restringe ancora il campo, tenendo solo i giorni di ottobre e novembre. Alla fine restano dodici casi. Si mettono uno sopra l’altro e si guarda che cosa hanno in comune.
Immagina l’atmosfera come un fiume d’aria che scorre da ovest verso est, sopra le nostre teste. Quando tutto funziona come da manuale, quel fiume corre veloce e diritto verso il Nord Europa, portando le perturbazioni sulle Isole Britanniche e lasciando l’Italia ai margini.
Le mappe che abbiamo guardato raccontano una storia diversa. Sopra la Groenlandia e la Scandinavia si gonfia un enorme cuscino di alta pressione, una specie di masso piazzato in mezzo al fiume. L’aria non riesce più a passare di là e deve cercarsi un’altra strada.
La trova più a sud. Si scava un avvallamento sull’Oceano Atlantico all’altezza della Spagna, e le perturbazioni cominciano a scendere fin quasi al Marocco prima di risalire verso il Mediterraneo.
È questo il passaggio che ci riguarda da vicino: l’aria arriva sull’Italia da sud-ovest, dopo aver percorso centinaia di chilometri sopra un mare ancora tiepido, e si carica di umidità come una spugna. Poi incontra le montagne, sale, e in Italia sarebbero gran dolori per l’entità delle piogge.
Tradotto in parole povere: piogge abbondanti e concentrate, soprattutto sul versante occidentale della penisola. Qui poi si gioca tutto sulla durata del fenomeno, perché un flusso piovoso che persiste per settimane può scaricare a terra molta più acqua di quanta il terreno riesca ad assorbirne.
Il Mediterraneo centrale finisce nella zona di attrito
Quando quell’avvallamento d’aria si ferma a ovest della Spagna, il Mediterraneo occidentale diventa la destinazione obbligata di tutta la corrente. E l’aria che arriva sull’Italia viene da sud-ovest: tiepida, umida, reduce da un lungo viaggio sopra un mare che a settembre è ancora caldo come una vasca da bagno riempita in estate. Più mare caldo attraversa, più acqua si porta dietro.
Poi incontra un ostacolo. L’Appennino e le Alpi Marittime la costringono a salire, e salendo l’aria si raffredda e lascia andare tutto quello che ha raccolto. È lo stesso meccanismo che ha prodotto le alluvioni più gravi degli ultimi decenni, dalla Liguria alla Toscana, fino alle Marche.
Il vero problema non è l’intensità della pioggia, è la fretta che manca. Se la perturbazione si blocca e resta ferma due o tre giorni sulla stessa zona, l’acqua continua a cadere sempre negli stessi bacini. I fiumi non fanno in tempo a smaltire. Il triangolo più esposto è quello tra Genova, Firenze e la costa apuana, cioè il Nord-Ovest dell’Italia e l’alto Tirreno.
Scendendo verso il Sud Italia e le Isole Maggiori il quadro cambia. Lì la pressione tende a restare un po’ più alta, e nelle fasi in cui il blocco nordico si allarga possono arrivare giornate soleggiate e temperature sopra la media. Ma è un equilibrio fragile.
Basta che la depressione scivoli più a sud, tra le Baleari e il Canale di Sicilia, e il bersaglio si sposta di colpo: a quel punto sono Palermo, la Calabria tirrenica e la Sardegna orientale a incassare le piogge più abbondanti. Per dare un’idea d’insieme. Il punto è tutto qui: la stessa configurazione può bagnare il Nord o il Sud, a seconda di poche centinaia di chilometri.
Cosa tenere d’occhio nelle prossime settimane
Va detto con onestà: dodici casi sono pochi, e il segnale che emerge dalle mappe è solido soltanto su una parte del territorio esaminato. Quello che abbiamo davanti non è una previsione, è una tendenza. Dice che cosa è probabile, non quando succederà. I modelli matematici stagionali ragionano per percentuali, e su distanze temporali del genere sbagliano ancora parecchio. Ci sono però tre spie da tenere d’occhio giorno per giorno.
La prima è la forza della circolazione d’aria attorno al pianeta: quando accelera, le nostre latitudini se ne accorgono con una decina di giorni di ritardo, ed è il segnale che le perturbazioni stanno per rimettersi in moto.
La seconda è l’ondata di temporali che viaggia lungo l’equatore, un’onda lenta che di solito compie un giro completo in un mese o poco più. In questa fase procede in modo confuso, e il rischio è che venga sovrastata dalla spinta di fondo del Pacifico caldo, molto più lenta ma molto più insistente.
La terza è il punto esatto in cui, nel Pacifico, si accendono i temporali più intensi. Sembra un dettaglio geografico da poco, ma non lo è affatto.
Chi si aspetta stravolgimenti immediati resterà deluso. Chi invece è abituato a leggere le configurazioni sa bene che un blocco di alta pressione alle latitudini polari, in autunno, con l’Atlantico orientale scavato, è la premessa più efficiente per piogge intense sul versante occidentale della penisola.
Nessuna apocalisse climatica, per usare una formula che gira parecchio in questi giorni, ve ne ho parlato ieri, ma nemmeno un autunno da liquidare con un’alzata di spalle. Le piogge di ottobre e novembre vanno seguite da vicino, esattamente come vanno seguiti i cambiamenti della circolazione mediterranea che da qualche anno accompagnano ogni stagione di passaggio.
Credit
- NOAA Climate Prediction Center, ENSO Diagnostic Discussion
- NOAA Climate Prediction Center, MJO Monitoring and Weekly Update
- NOAA AOML, How does El Niño impact Atlantic hurricane season
- ECMWF, Seasonal forecasts
- Copernicus Climate Change Service, Seasonal forecasts