Per secoli, le aurore boreali sono state avvolte da un’aura di mistero non solo per la loro spettacolarità visiva, ma anche per un elemento più sottile e controverso: il suono. Secondo molte testimonianze raccolte nel corso dei secoli tra le popolazioni del Circolo Polare Artico, queste luci danzanti nel cielo sarebbero accompagnate da crepitii, fruscii o persino sussurri metallici. Ma è possibile che un fenomeno che si manifesta a decine di chilometri di altezza nell’atmosfera produca realmente un suono udibile a terra? E che legame c’è tra il meteo spaziale e questa esperienza sensoriale così difficile da documentare?
Il fascino ancestrale dei suoni aurorali
I popoli indigeni dell’Alaska, della Groenlandia e della Lapponia tramandano da secoli storie secondo cui le aurore erano voci degli spiriti, antenati che comunicavano con i vivi attraverso i suoni del cielo. Simili credenze si ritrovano anche tra gli Inuit, che descrivevano le aurore come un gigantesco gioco tra anime che facevano risuonare le luci nel cielo.
Fino a poco tempo fa, la scienza ha guardato a queste narrazioni con scetticismo, considerandole più suggestioni culturali che dati osservabili. Ma la questione si è riaperta con l’arrivo di tecnologie in grado di registrare suoni ambientali ad alta sensibilità, e con un nuovo interesse per il meteo spaziale, un ambito della meteorologia che studia l’interazione tra il vento solare e la magnetosfera terrestre.
Un fenomeno a bassa quota?
Nel 2016, un gruppo di ricercatori finlandesi dell’Università di Aalto è riuscito a registrare suoni associati alle aurore grazie a microfoni speciali posizionati in aree remote, lontane da fonti antropiche. Le registrazioni hanno rivelato clic, crepitii e scatti improvvisi, sincroni con l’apparizione delle aurore, ma prodotti non a 100 chilometri di quota, dove avviene l’effetto visivo, bensì a meno di 70 metri dal suolo.
La teoria proposta è affascinante: durante le notti fredde e serene, si forma uno strato di aria più fredda e conduttiva vicino al suolo. Quando le aurore si verificano, il flusso di particelle cariche e le variazioni del campo magnetico terrestre potrebbero innescare scariche elettriche minime, simili a quelle di una miniatura di temporale secco, udibili proprio in quel sottilissimo strato atmosferico.
Un meteo spaziale che si fa udibile
Anche se non si tratta di un suono generato direttamente nell’alta atmosfera, il legame tra ciò che avviene nella magnetosfera e ciò che percepiamo a terra si fa sempre più evidente. Il fenomeno è raro, perché richiede condizioni molto particolari: cielo terso, aria molto secca e uno stato elettrico dell’atmosfera adatto a concentrare cariche in prossimità del suolo.
E non è tutto. Alcuni ricercatori stanno esplorando l’ipotesi che questi suoni possano derivare anche da effetti psicofisici legati alle onde elettromagnetiche a bassissima frequenza prodotte durante le aurore, che interferirebbero con il sistema nervoso umano, producendo sensazioni sonore senza che esista un suono reale fisico. Un po’ come accade con alcune allucinazioni acustiche indotte da onde ELF (extremely low frequency), già studiate in ambito militare.
Suggestione o verità scientifica?
Oggi siamo in una fase di passaggio: le leggende millenarie non sono più derise, ma studiate. Le testimonianze sono numerose, coerenti e, soprattutto, ripetibili. La scienza non ha ancora una risposta definitiva, ma il suono delle aurore non è più relegato alla sfera dell’immaginario. È diventato un campo di studio multidisciplinare, dove fisica dell’atmosfera, elettromagnetismo, psicologia sensoriale e persino etnografia dialogano per cercare una verità nascosta tra luce e silenzio.