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BURIAN: il vento che gela l’Europa tornerà in Inverno?

Antonio Romano di Antonio Romano
08 Ott 2025 - 18:15
in A La notizia del Giorno, A Scelta della Redazione, Ad Premiere, Meteo News
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(TEMPOITALIA.IT) Il nome Burian evoca immediatamente l’immagine di un gelo improvviso e penetrante, di quel vento implacabile che arriva da lontano e piega l’Europa sotto il suo respiro gelido. Si tratta di un flusso d’aria continentale che, partendo dalle immense distese della Siberia, attraversa migliaia di chilometri fino a raggiungere il cuore del Mediterraneo, portando con sé temperature ben al di sotto dello zero, neve leggera e un freddo “tagliente” che sembra incidere la pelle. Capire da dove nasce e come agisce questo fenomeno significa leggere con maggiore consapevolezza le cronache meteo che, ciclicamente, tornano a nominarlo.

 

Nel linguaggio comune italiano, Burian (o Buran) indica un vento gelido di origine siberiana che soffia da est o nord-est. Non è un semplice vento locale, ma la manifestazione al suolo dell’espansione dell’anticiclone termico eurasiatico, conosciuto come Alta Siberiana, da cui scende una massa d’aria estremamente fredda e secca. In quota, questa massa possiede temperature bassissime e, una volta in pianura, si traduce in raffiche che amplificano la dispersione di calore corporeo e rendono il freddo percepito ancora più intenso. Diversamente dalla Bora, tipica del Nord Adriatico e confinata a zone più ristrette, il Burian agisce su scala continentale e può durare giorni o addirittura settimane, se supportato da una configurazione atmosferica stabile.

 

Quando questo flusso gelido raggiunge il Mar Mediterraneo, si scontra con acque più miti e umide. L’attrito e il contrasto termico generano nuvolosità e precipitazioni che si trasformano facilmente in nevicate estese, spesso fino in pianura, specialmente lungo il versante adriatico della Penisola italiana e sulle pianure dell’Europa centrale. Il freddo “che taglia” deriva dalla secchezza dell’aria e dal vento costante, che secca la pelle e riduce drasticamente la temperatura percepita.

 

Il cuore del Burian nasce sulle vaste steppe della Siberia e dell’Asia centrale, dove durante i lunghi inverni il suolo perde rapidamente calore per irraggiamento notturno. L’aria, raffreddandosi, diventa più pesante e aumenta di pressione, creando un vasto anticiclone termico che può estendersi dalla Mongolia alla Pianura Siberiana Occidentale. Quando il disegno barico europeo offre una via di fuga — ad esempio una depressione sul Mar Nero, sui Balcani o sul Tirreno — questa massa d’aria viene richiamata verso ovest, scorrendo tra gli Urali e il Caucaso e dilagando poi su Ucraina, Europa orientale, fino a lambire Italia e Spagna.

 

In alcune stagioni, l’attivazione del Burian è collegata a un forte riscaldamento stratosferico improvviso (Stratwarming), fenomeno che indebolisce il Vortice Polare e altera i venti occidentali. Quando il blocco anticiclonico si posiziona tra Groenlandia e Scandinavia, l’aria gelida trova un corridoio naturale per scivolare dalla Russia verso l’Europa centro-meridionale. Non tutti gli Stratwarming producono episodi di Burian, ma i grandi inverni gelidi del passato europeo mostrano spesso questa stessa dinamica.

 

Tre fattori determinano la forza di un Burian. Innanzitutto la temperatura di partenza della massa d’aria siberiana: quanto più l’inverno è rigido, tanto più gelido e secco sarà il flusso. Poi la configurazione barica, cioè l’assenza di ostacoli miti provenienti dall’Atlantico. Infine, l’interazione con il Mar Mediterraneo: se durante l’irruzione fredda si sviluppa una depressione sul Tirreno o sull’Adriatico, l’umidità marina trasforma il gelo in nevicate intense anche in pianura. Le Alpi e l’Appennino modulano questi effetti: le regioni adriatiche e la Val Padana orientale risultano le più esposte, mentre le zone tirreniche restano più asciutte o ricevono neve di ritorno.

 

Gli effetti del Burian non si limitano al clima. Il freddo intenso e il vento accentuano il wind chill, aumentando il rischio di ipotermia, assideramento e disturbi respiratori. In città, il gelo mette in crisi reti idriche, trasporti e infrastrutture: tubature ghiacciate, binari coperti di brina, strade scivolose, blackout dovuti a neve secca spinta dal vento. Gli aeroporti dell’Europa centrale e dell’Italia orientale conoscono bene i disagi causati da queste condizioni estreme.

 

In campo agricolo, un’irruzione di Burian nel cuore dell’inverno può essere gestita, ma se arriva tardi — tra fine febbraio e marzo — può colpire colture già in fase di fioritura, danneggiando frutteti e vigneti. La neve secca e sottile non isola le radici come quella umida, lasciando i tessuti vegetali esposti al gelo. Lungo le coste dell’Adriatico, la combinazione di gelate e spruzzi marini può danneggiare piante e strutture.

 

La neve da Burian è particolare: fiocchi minuscoli e asciutti, spinti dal vento in veri e propri dune di neve che riducono la visibilità e ostacolano la circolazione. Sulle coste adriatiche, i rovesci da “effetto mare” possono risultare intensi quando la temperatura del mare è più mite dell’aria in arrivo. Nell’interno, lo stau sull’Appennino favorisce la neve sui versanti orientali, mentre la rotazione di minimi secondari può spingerla verso il lato tirrenico.

 

La storia meteorologica europea è segnata da celebri episodi di Burian. L’inverno del 1929 fece gelare fiumi e lagune fino alla Pianura Padana. Nel 1956, un’ondata gelida persistente colpì gran parte dell’Italia, mentre nel gennaio 1985 l’ingresso di aria siberiana da nord-est e una depressione tirrenica imbiancarono città come Firenze, Bologna e Roma. Nel febbraio 2012, nuove irruzioni orientali portarono neve record sull’Appennino e nel febbraio-marzo 2018 il cosiddetto “Beast from the East” diffuse il gelo su Regno Unito, Germania, Francia e Italia, con nevicate e venti tempestosi che paralizzarono il traffico.

 

Gli episodi più intensi si verificano solitamente tra gennaio e febbraio, ma non è raro che il Burian si manifesti più tardi, quando le prime fioriture rendono il gelo ancora più dannoso. Nel linguaggio comune esiste spesso confusione tra i nomi. Burian o Buran derivano dal termine russo “бура́н”, la bufera invernale delle steppe, e non hanno nulla a che vedere con Burano, l’isola della Laguna di Venezia.

 

La Bora, invece, è un vento di nord-est che soffia dalle Dinariche verso l’Adriatico, protagonista delle giornate più rigide a Trieste. Può accompagnare un episodio di Burian, ma resta un fenomeno locale. E poi c’è il gelicidio, la pioggia che gela al suolo quando uno strato caldo scorre sopra un cuscinetto d’aria fredda: tipico ai margini della massa siberiana, dove la stratificazione termica è complessa.

 

I segnali del suo arrivo si leggono nelle mappe e nei venti. Una NAO negativa, blocchi di alta pressione tra Groenlandia e Scandinavia, e l’espansione dell’alta siberiana verso ovest indicano che i venti occidentali stanno cedendo. Le isoterme a 850 hPa che scendono sotto i −10 °C sull’Europa centrale o sull’Italia annunciano l’ingresso di aria continentale severa. Quando le depressioni si formano sul Tirreno o sull’Adriatico, la probabilità di nevicate diffuse fino in pianura cresce sensibilmente, soprattutto sulla Val Padana orientale e lungo il litorale adriatico.

 

Credit: l’articolo è stato redatto su analisi scientifica principalmente dei dati di ECMWF e del Global Forecast System del NOAA. (TEMPOITALIA.IT)

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Tags: alta siberianaaria continentaleBora Triesteburianclima europeofreddo Europagelo siberianoinverno mediterraneonevicate Italiaondata di geloStratwarmingvento da est
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Antonio Romano

Antonio Romano

Fisico dell’atmosfera e dei sistemi climatici. Laurea in Fisica (Università di Bologna, 1993); PhD in Physics (Imperial College London, Space & Atmospheric Physics Group, 1995–1998, borsa NERC). Dal 1999 lavoro su meteorologia e climatologia applicata, con esperienza in: Assimilazione dati e verifica d’ensemble Analisi di serie storiche e downscaling Previsioni meteo a supporto della ricerca e dei servizi al territorio Nel 2005 ho co-firmato uno studio sui cambiamenti climatici presentato alla European Geosciences Union (EGU) e pubblicato negli atti della conferenza. Oggi sono Research Scientist alla Rutgers University – Institute of Earth, Ocean, and Atmospheric Sciences (EOAS), dove mi occupo di previsioni e analisi del clima per progetti scientifici e applicazioni operative.

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