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20 gradi sotto zero a Mosca! Gelo siberiano verso l’Europa: l’Italia rischia davvero?

Antonio Romano di Antonio Romano
17 Gen 2026 - 09:00
in A Prima Pagina, A Scelta della Redazione, Meteo News, Zoom
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(TEMPOITALIA.IT) La parola che rimbalza con più insistenza in queste ore tra le mappe sinottiche è Russia. E, assieme a lei, quel tipo di freddo crudo che nell’immaginario collettivo sembra avere sempre la strada spianata verso ovest. Nella realtà atmosferica, però, il percorso non è quasi mai così lineare. Tuttavia, qualcosa a est dell’Europa sta meritando davvero grande attenzione: su Mosca si sta consolidando un’onda di gelo siberiano accompagnata da nevicate abbondanti, tanto che le cronache locali riportano accumuli eccezionali per gli standard recenti, mentre la temperatura ha raggiunto 20 gradi sotto zero e poco al di là degli Urali si registrano addirittura 40 gradi sotto zero. Il dato rilevante non è solo l’impatto sulla capitale russa, ma il contesto fisico che si viene a creare quando una massa d’aria così gelida si adagia su un suolo innevato: l’aria diventa più densa, pesante, estremamente stabile nei bassi strati e difficile da “scalfire”. È da qui che nasce il quesito ricorrente di ogni inverno, specie nella seconda parte della stagione: quell’immenso serbatoio gelido riuscirà a spingersi verso l’Europa centrale e occidentale? E, in seconda battuta, avrà la forza di entrare nel Mediterraneo fino a coinvolgere anche l’Italia? Le proiezioni dei modelli numerici lasciano intravedere scenari potenzialmente interessanti per la fine del mese, ma con un caveat fondamentale: la traiettoria dell’aria continentale è una delle variabili più sensibili alle minime sfumature bariche.

Mosca sotto la neve: un segnale da non ignorare

Quando si osserva una fase di neve intensa su Mosca, la tentazione è trasformarla immediatamente in un “preavviso” per l’Italia. In realtà il passaggio intermedio obbligato è l’Europa orientale, non noi. Eppure il quadro russo è cruciale perché mostra un’aria gelida ormai “matura”, non un raffreddamento effimero. La presenza di neve al suolo amplifica il raffreddamento notturno (effetto albedo) e riduce il riscaldamento diurno, aumentando le probabilità che si formi un vero e proprio cuscinetto freddo nei bassi strati, caratterizzato da inversioni termiche robuste e un’inerzia notevole. In termini divulgativi ma rigorosi, significa questo: se una massa d’aria gelida si struttura su una vasta area innevata, tende a mantenere molto più a lungo le proprie caratteristiche e può scorrere verso ovest con maggiore efficacia. Alcune analisi parlano di “gelo pellicolare”, un termine informale per indicare un freddo molto aderente al suolo, capace di propagarsi nei bassi livelli. Il concetto meteorologico è quello di aria continentale densa e poco rimescolata, pronta a infilarsi sotto strati più miti se trova la giusta configurazione di pressione.

 

Il nodo sinottico: l’Anticiclone Russo-Siberiano e la spinta a ovest

La prospettiva che i modelli stanno esplorando con interesse è l’espansione dell’Anticiclone Russo-Siberiano verso l’Europa orientale. Di per sé non è un evento raro nella seconda parte dell’inverno: statisticamente, quando il continente si raffredda e la Russia raggiunge il massimo potenziale termico stagionale, la massa d’aria tende “naturalmente” a cercare vie di fuga verso occidente. Ma questa tendenza non basta. Serve una spinta barica coerente e, soprattutto, serve che l’Atlantico conceda spazio. Qui emerge il punto che molti percepiscono come contraddittorio: si può avere molto freddo sull’Europa senza che l’Italia ne venga investita in modo significativo. Anzi, è uno degli esiti più comuni. In annate favorevoli, la collisione tra aria continentale e circolazione atlantica produce nevicate rilevanti sul Centro-Est Europa. In altre, la traiettoria si sposta più a nord-ovest e finisce per coinvolgere Danimarca, Regno Unito e Scandinavia. In entrambi i casi, il Mediterraneo può restare ai margini, magari in un contesto più fresco, ma non “russo” nel senso pieno del termine.

 

Perché i modelli cambiano

Un altro aspetto va messo sul tavolo senza creare false certezze: a distanze temporali come la fine dell’ultima decade di Gennaio, i run modellistici possono ricalcolare più volte posizione e intensità dei centri di pressione. Non è confusione, è la normale sensibilità del sistema atmosferico quando si ragiona su scambi meridiani e blocchi anticiclonici. Se l’aria gelida dovesse effettivamente avanzare verso ovest, lo farebbe all’interno di una battaglia dinamica tra la spinta continentale e l’invadenza delle correnti atlantiche. È un braccio di ferro in cui un piccolo cambiamento nella disposizione dei massimi e minimi barici può decidere se l’asse di penetrazione punterà verso la Germania e l’area danubiana, oppure se scivolerà più a nord o proverà a sfondare verso sud-ovest. In questa cornice, gli indici emisferici come AO e NAO descrivono lo stato medio della circolazione: quando tendono a valori coerenti con una circolazione più ondulata e meno zonale, aumenta la probabilità di discese fredde continentali verso le medie latitudini.

 

Il ruolo del Vortice Polare: debolezza o compattezza

Il vero termometro dinamico del periodo resta il Vortice Polare. Se confermerà una fase di debolezza, i meccanismi di scambio tra latitudini potranno diventare più efficaci: le onde planetarie riusciranno a deformare la circolazione, le correnti zonali rallenteranno e i blocchi anticiclonici potranno consolidarsi in posizioni favorevoli alle irruzioni continentali. Se invece il vortice rimarrà compatto, o se si ricostituirà rapidamente un flusso occidentale sostenuto, lo scenario cambierà: il freddo resterà “alto” e “a est”, oppure verrà deviato lungo rotte che non entrano nel Mediterraneo. A quel punto, per l’Italia, il risultato potrebbe essere un semplice calo termico moderato, magari accompagnato da instabilità, ma senza un’impronta pienamente continentale.

 

La visione di ECMWF: uno spiraglio per il Nord Italia

Dentro questa incertezza strutturale, la visione attribuita al modello ECMWF introduce un elemento che vale la pena seguire: la possibilità che un impulso freddo riesca a raggiungere almeno il Nord Italia, con nevicate anche a quote basse. È un’indicazione da inquadrare con cautela. Proprio il Nord Italia è la zona dove, in certe configurazioni, il freddo continentale può arrivare “di striscio” attraverso i varchi orientali e poi interagire con l’umidità del Mediterraneo. Ma serve una disposizione di pressione perfetta che consenta l’ingresso nei bassi strati e, contemporaneamente, una struttura depressionaria che trasformi l’aria fredda in neve. Senza umidità, si ha solo freddo secco; con troppa mitezza in quota, si rischia pioggia.

 

Tra martedì 20 e fine mese: il freddo “da est” non è sempre gelo

Nel racconto complessivo emerge un passaggio intermedio: a partire da Martedì 20 Gennaio è atteso un richiamo di aria più fredda da est. È un passaggio plausibile, ma va chiarito che non si tratterebbe, almeno inizialmente, di una vera ondata di gelo storico. Più realisticamente, un ingresso capace di portare le temperature un po’ sotto la media. Il linguaggio comune tende a chiamare “gelo” qualunque fase più fredda, ma in meteorologia il salto è enorme. Un raffreddamento moderato porta brinate, vento teso da est, mare mosso sull’Adriatico e neve a bassa quota solo in contesti specifici. Un’irruzione continentale piena, invece, modifica in modo netto le termiche su gran parte del Paese.

 

Perché spesso l’Italia resta fuori: geografia e dinamica

Esiste una ragione fisica e una dinamica. La ragione fisica è il Mediterraneo, che in inverno non è un lago ghiacciato: rilascia calore e umidità, rendendo complessa la conservazione di masse d’aria gelida nei bassi strati. La ragione dinamica è la frequente mancanza di un corridoio diretto, perché l’aria continentale può scorrere lungo rotte più settentrionali se la spinta dell’Atlantico è forte. In molte stagioni, l’esito più probabile è gelo e neve “Oltralpe”, con l’Italia al limite. Questo non significa assenza di inverno, ma un inverno diverso. Il gelo c’è, è reale e ben visibile sul terreno della Russia. Il suo trasferimento verso l’ovest europeo è plausibile. Il coinvolgimento pieno dell’Italia resta, al momento, la parte più delicata della previsione.

 

Fonti e approfondimenti internazionali: (TEMPOITALIA.IT)

  • NOAA – National Oceanic and Atmospheric Administration
  • ECMWF – European Centre for Medium-Range Weather Forecasts
  • DWD – Deutscher Wetterdienst
  • Met Office – UK National Weather Service
  • Météo-France – Service météorologique et climatologique national
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Tags: anticiclone russo siberianocorrenti atlantichefreddo russogelo siberianoirruzione continentaleneve moscavortice polare
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Antonio Romano

Antonio Romano

Fisico dell’atmosfera e dei sistemi climatici. Laurea in Fisica (Università di Bologna, 1993); PhD in Physics (Imperial College London, Space & Atmospheric Physics Group, 1995–1998, borsa NERC). Dal 1999 lavoro su meteorologia e climatologia applicata, con esperienza in: Assimilazione dati e verifica d’ensemble Analisi di serie storiche e downscaling Previsioni meteo a supporto della ricerca e dei servizi al territorio Nel 2005 ho co-firmato uno studio sui cambiamenti climatici presentato alla European Geosciences Union (EGU) e pubblicato negli atti della conferenza. Oggi sono Research Scientist alla Rutgers University – Institute of Earth, Ocean, and Atmospheric Sciences (EOAS), dove mi occupo di previsioni e analisi del clima per progetti scientifici e applicazioni operative.

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