(TEMPOITALIA.IT) Chernobyl, 26 aprile 1986
La notte che cambiò la storia del nucleare
Era il 26 Aprile 1986 quando, all’una e ventitre minuti (ora di Mosca), il reattore numero 4 della Centrale Nucleare Lenin di Chernobyl, in Ucraina, esplose. In Italia mancavano pochi minuti alla mezzanotte del 25 Aprile. Quella mattina, i principali quotidiani aprirono le prime pagine con un titolo destinato a restare nella memoria collettiva: «Sciagura nucleare in URSS». Il luogo era citato come “Chernobil”, e solo nei giorni successivi la «i» sarebbe diventata «y». Appena sotto, un box rassicurava i lettori: nel nostro Paese non si era registrata alcuna variazione della radioattività. Nelle settimane seguenti sarebbe diventata chiara, dolorosamente, la vera portata dell’avvenimento.
La dinamica dell’incidente partì da un test di sicurezza condotto in modo approssimativo. Una serie di errori tecnici e procedurali portò a un improvviso aumento di potenza incontrollato, con due esplosioni in rapida successione. La prima distrusse il coperchio del reattore – oltre mille tonnellate di cemento e acciaio scagliate verso l’alto. La seconda, ancor più violenta, scardinò il nocciolo e innescò un incendio di grafite che bruciò per giorni. Nell’atmosfera si liberò una quantità di materiale radioattivo stimata in circa duecento volte superiore a quella delle bombe di Hiroshima e Nagasaki messe insieme.
Le prime notizie arrivarono in Occidente solo nel tardo pomeriggio del 28 Aprile, dopo che i contatori Geiger in Svezia e Finlandia avevano iniziato a ticchettare con un’intensità mai registrata. Ricostruendo la traiettoria delle particelle radioattive, si risalì alla Centrale di Chernobyl. Solo allora l’URSS fu costretta ad ammettere l’accaduto. Domenica 4 Maggio, citando le autorità sovietiche, la stampa internazionale riportava: «È stato un errore umano». Ad ammetterlo era Boris Eltsin, allora capo del Partito Comunista di Mosca, che si trovava ad Amburgo per partecipare al congresso del Partito Comunista della Germania ovest.
La nube arriva in Italia: correnti, piogge e contaminazione
La nube radioattiva si disperse rapidamente nell’atmosfera. Trasportata dai venti occidentali e dall’instabilità meteorologica dell’Europa centrale, attraversò Germania e Svizzera prima di raggiungere il nord Italia tra il 29 Aprile e i primi giorni di Maggio 1986. Le regioni più colpite furono il Trentino-Alto Adige, il Veneto, la Lombardia e il Friuli Venezia Giulia, dove vennero rilevati i livelli più alti di cesio-137 e stronzio-90. Il meccanismo non è poi così diverso da quello che oggi permette a particelle prodotte da incendi in Canada di raggiungere l’Europa in pochi giorni, trasportate dalle correnti d’alta quota – un fenomeno spiegato in dettaglio in questo articolo sui trasporti atmosferici transcontinentali.
Il primo allarme in Italia scattò la mattina del 30 Aprile 1986 dal Centro Comunitario di Ricerca di Ispra, in provincia di Varese, che segnalò un incremento della radioattività in aria a partire dalle ore 6. La nube passò rapidamente su Italia ed Europa, ma scatenò uno psicodramma: nel nostro Paese, e in altri, i governi ordinarono di non bere latte e di non consumare verdure «a foglia larga», per il timore che le particelle radioattive si fossero depositate al suolo – come in effetti avvenne. La comunicazione frammentaria, unita a questi divieti improvvisi, amplificò la paura collettiva.
Come documentato in questo approfondimento sull’impatto del disastro di Chernobyl in Italia, la contaminazione si concentrò principalmente nel nord-est, con tracce ancora misurabili nel sottosuolo a quarant’anni di distanza. In alcune vallate a nord delle Alpi, ancora oggi si trovano funghi con radioattività anomala – ora entro i limiti consentiti – a decenni da quella notte di Aprile 1986. Un fenomeno che riguarda anche la fauna selvatica: come approfondito in questo studio sui cinghiali radioattivi di Chernobyl, certi animali mantengono concentrazioni di radioattività inaspettatamente elevate ancora oggi, a causa di funghi sotterranei che continuano ad assorbire il cesio. Del resto, la Radioattività interagisce con l’atmosfera in modi complessi che la scienza continua a studiare.
Il referendum del 1987 e l’addio al nucleare
Un anno dopo, tra l’8 e il 9 Novembre 1987, in Italia si tennero cinque referendum abrogativi: tre riguardavano temi nucleari. Anche se non implicavano in modo diretto la chiusura delle quattro centrali nucleari italiane – più il cantiere di una quinta in costruzione -, il successo dei Sì tra il 72 e l’80%, con un’affluenza del 65%, convinse la politica che i cittadini non volevano più centrali atomiche sul territorio nazionale. Sull’onda emotiva di Chernobyl, l’Italia imboccò una strada che l’avrebbe differenziata dalla maggior parte dei partner europei per quasi quarant’anni. Come illustrato in questo articolo sulla ripresa del nucleare in Europa, la corsa alla costruzione di nuovi reattori è tornata prepotentemente d’attualità.
Il ritorno del nucleare: tecnologia diversa, dibattito aperto
Il ritorno al nucleare in Italia è ormai prossimo, ma la generazione delle centrali è profondamente cambiata rispetto agli anni Ottanta. I reattori di terza e quarta generazione offrono sistemi di sicurezza passivi e una gestione dei rifiuti radioattivi più efficiente. C’è poi un dato geografico difficile da ignorare: l’Italia è tra i pochi Paesi in Europa a non avere centrali nucleari sul proprio territorio, mentre Svizzera, Francia e numerosi altri Paesi confinanti le utilizzano da decenni, acquistando da loro la stessa energia che rifiutiamo di produrre in casa. Chernobyl resta uno spartiacque: non solo nella storia dell’energia atomica, ma nella percezione collettiva del rischio tecnologico e nella consapevolezza che certi errori non conoscono confini.
Credit: (TEMPOITALIA.IT)
- IAEA – The 1986 Chornobyl Nuclear Power Plant Accident
- WHO – Mitigating health consequences of Chernobyl
- UNSCEAR – Assessments of the Chernobyl Accident
- United Nations – International Chernobyl Disaster Remembrance Day
- Frontiers in Public Health (2025) – Chernobyl nuclear catastrophe: lessons for sustainability







