Venticinque anni luce. Su scala cosmica, praticamente dietro l’angolo. È lì che orbita GJ 3378b, una super Terra scoperta nel 2024 attorno a una nana rossa, e che oggi torna prepotentemente sotto i riflettori. Un nuovo studio, pubblicato il 30 giugno su The Astrophysical Journal, ha infatti ricalcolato la massa di questo mondo lontano. Il risultato? È molto più leggero del previsto. E questo, diciamolo subito, è un’ottima notizia per chi cerca tracce di vita extraterrestre oltre i confini del nostro Sistema Solare.
Un mondo nella zona giusta
Il pianeta compie un giro completo attorno alla sua stella in appena 21,5 giorni, a una distanza circa dieci volte inferiore rispetto a quella che separa la Terra dal Sole. Da noi, una posizione simile significherebbe un forno inabitabile. Ma qui la storia è diversa. La stella madre è una nana rossa che emette circa il 90% di radiazione in meno rispetto al Sole, e così GJ 3378b si ritrova esattamente al centro della zona abitabile, quella fascia orbitale dove l’acqua liquida potrebbe scorrere in superficie.
In effetti, non è la prima volta che un esopianeta di taglia terrestre attorno a una piccola stella fredda accende le speranze degli astronomi. Ma stavolta c’è qualcosa in più.
La massa ricalcolata cambia tutto
Le prime stime attribuivano a GJ 3378b una massa pari a circa cinque volte quella terrestre. Troppo, per stare tranquilli. Con quei numeri restava il dubbio che si trattasse di un mini gigante gassoso, privo di superficie solida. E anche nell’ipotesi di un mondo roccioso, una mole simile avrebbe comportato una pressione atmosferica schiacciante, tutt’altro che favorevole alla vita.
Le nuove misurazioni raccontano un’altra storia. Grazie all’Habitable Zone Planet Finder, uno spettrografo montato sul telescopio Hobby Eberly dell’osservatorio McDonald, in Texas, i ricercatori hanno analizzato le minuscole oscillazioni della stella provocate dall’attrazione gravitazionale del pianeta. Il verdetto: GJ 3378b ha una massa di appena 2,3 volte quella della Terra. Un valore che rende quasi certa la sua natura rocciosa e che apre alla possibilità di un’atmosfera con pressione paragonabile alla nostra.
Insomma, da candidato improbabile a sorvegliato speciale. Il salto è notevole.
Il vicino di casa della Via Lattea
“Questo pianeta è entusiasmante”, ha commentato Paul Robertson, astronomo dell’Università della California a Irvine e primo autore dello studio. “Venticinque anni luce sembrano una distanza enorme, ma la Via Lattea è larga circa 100.000 anni luce, quindi in questo senso è il nostro vicino di casa.”
Ed è proprio la vicinanza a fare la differenza. Perché di mondi potenzialmente abitabili gli astronomi ne hanno già catalogati parecchi, ma pochi si prestano così bene a osservazioni di verifica. Confermare la presenza di un’atmosfera su un pianeta a centinaia di anni luce è un’impresa titanica. A 25? Decisamente più abbordabile.
C’è poi un altro dettaglio che rende il sistema interessante. Circa il 70% delle stelle della nostra galassia è costituito da nane rosse. “Rappresentano lo standard”, ha osservato Michael Endl, astronomo dell’osservatorio McDonald e dell’Università del Texas ad Austin. “È davvero importante capire la popolazione di pianeti attorno a queste stelle.” Capire come nascono ed evolvono i pianeti attorno alle stelle nane significa, in fondo, capire la regola e non l’eccezione.
Prudenza, ma con ottimismo
Prima di sognare oceani alieni, un bagno di realtà. Al momento non esiste alcuna prova che GJ 3378b possieda un’atmosfera o acqua liquida. La sua orbita ravvicinata potrebbe averlo esposto a violenti venti stellari, capaci di strappare via l’involucro gassoso nel corso dei millenni. È lo stesso destino toccato, secondo molti studi, a Marte, spogliato della sua atmosfera e dei suoi antichi oceani dalla radiazione solare.
Serviranno quindi nuove osservazioni. Ma se un’atmosfera dovesse saltare fuori, il pianeta balzerebbe in cima alla lista degli obiettivi da studiare. “Se un pianeta nella zona abitabile ha un’atmosfera adeguata, possiamo giustificare ulteriori ricerche di biofirme, acqua liquida o altri segni di vita”, ha spiegato Gogod James, coautore dello studio.
La caccia, insomma, è appena cominciata. E stavolta il bersaglio è davvero a portata di telescopio.