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Subdole, poco considerate. Aree a rischio vulcanico catastrofico

Non sono i colossali supervulcani da film a spaventare gli scienziati, ma le eruzioni di magnitudo moderata che colpiscono i nodi vitali di commercio, comunicazioni e trasporti: ecco le sette aree più esposte del pianeta.

Antonio Lombardi di Antonio Lombardi
13 Lug 2026 - 15:19
in A La notizia del Giorno, A Scelta della Redazione, Magazine
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Eruzioni vulcaniche poco considerate possono causare una catastrofe, persino globale

Film e mezzi di informazione amano rappresentare l’eruzione dei cosiddetti supervulcani – come Yellowstone, di cui si è parlato in questo approfondimento – alla stregua di una catastrofe capace di sconvolgere il pianeta. Un supervulcano viene definito come un vulcano che ha prodotto almeno un’esplosione di magnitudo 8, il valore più alto dell’Indice di Esplosività Vulcanica (VEI), il che significa che durante una singola eruzione ha rilasciato più di 1.000 chilometri cubi di materiale. L’eruzione più potente dell’Era Moderna è stata quella di grado VEI 7 del Tambora, solo circa 210 anni fa. Ma anche eventi più contenuti, compresi tra VEI 3 e 6, come quello del Monte Sant’Elena nel 1980, possono rappresentare un rischio significativo per le comuni attività umane, oltre che un rischio per le popolazioni coinvolte nell’area.

Sulla superficie terrestre esistono oggi circa 500 vulcani attivi, dei quali una cinquantina entra in eruzione ogni anno. Oltre 800 milioni di persone vivono entro 100 chilometri da un vulcano attivo.

 

Non servono i supervulcani per una catastrofe globale

Un gruppo di ricercatori guidato dal Centre for the Study of Existential Risk (CSER) dell’Università di Cambridge ha individuato sette “aree critiche” in cui gruppi di vulcani relativamente piccoli ma attivi si trovano accanto a infrastrutture vitali che, se paralizzate, potrebbero avere conseguenze catastrofiche su scala mondiale.

Queste regioni comprendono gruppi vulcanici a Taiwan, nel Nordafrica, nell’Atlantico settentrionale e nel nord-ovest degli Stati Uniti. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista Nature Communications.

“Anche un’eruzione minore in una delle aree che abbiamo individuato potrebbe emettere una quantità di cenere sufficiente, o generare scosse abbastanza forti, da mettere fuori uso le reti che sono al centro delle catene di approvvigionamento e dei sistemi finanziari globali”, ha spiegato la dottoressa Lara Mani del CSER, prima autrice dello studio.

“Al momento i calcoli pendono troppo verso le esplosioni giganti o gli scenari da incubo, mentre i rischi più probabili derivano da eventi moderati capaci di paralizzare le principali reti internazionali di comunicazione, gli scambi commerciali o gli snodi dei trasporti. Questo vale per i terremoti e per gli eventi meteo estremi, così come per le eruzioni vulcaniche”.

La dottoressa Mani e colleghi sostengono che eruzioni più piccole, fino al grado 6 dell’Indice di esplosività vulcanica – e non i gradi 7 e 8 che tendono a occupare l’immaginario catastrofista – potrebbero facilmente produrre nubi di cenere, colate di fango e frane in grado di tranciare i cavi sottomarini, provocando il blocco dei mercati finanziari, oppure di devastare i raccolti, causando carenze alimentari che sfociano in tensioni politiche.

 

Islanda 2010, la lezione di un’eruzione minore

Come esempio tratto dalla storia recente, il gruppo di ricerca cita gli eventi del 2010 in Islanda, quando un’eruzione di magnitudo 4 dal vulcano Eyjafjallajökull, vicino all’Europa continentale, spinse enormi pennacchi di cenere trasportati dai venti di nord-ovest a chiudere lo spazio aereo europeo, con un costo di 5 miliardi di dollari per l’economia globale.

Eppure, quando nel 1991 esplose il Pinatubo, nelle Filippine, con un’eruzione di magnitudo 6 circa 100 volte più imponente di quella islandese, la sua distanza dalle infrastrutture vitali fece sì che il danno economico complessivo, stimato in 740 milioni di dollari, risultasse inferiore a un quinto di quello provocato dall’Eyjafjallajökull.

 

Il Mediterraneo, il Vesuvio e Santorini

Le sette aree critiche individuate dagli esperti – all’interno delle quali eruzioni relativamente piccole potrebbero provocare il massimo caos su scala globale – comprendono il gruppo vulcanico all’estremità settentrionale di Taiwan. Sede di uno dei maggiori produttori di chip elettronici, se quest’area, insieme al Porto di Taipei, venisse messa fuori uso a tempo indeterminato, l’intera industria tecnologica mondiale potrebbe fermarsi.

Un’altra zona economicamente rilevante è il Mediterraneo, dove un’esplosione o una frana provocata dal Vesuvio o da Santorini potrebbe generare tsunami capaci di distruggere le reti di cavi sommersi e di bloccare il Canale di Suez. “Abbiamo visto cosa ha comportato la chiusura per sei giorni del Canale di Suez nel 2021, quando una singola portacontainer incagliata è arrivata a costare fino a dieci miliardi di dollari a settimana al commercio mondiale”, ha ricordato Mani.

 

Dal Pacifico allo Stretto di Malacca

Eruzioni nello Stato di Washington, nel nord-ovest del Pacifico, potrebbero innescare colate di fango e nubi di cenere in grado di ricoprire Seattle, con la chiusura di aeroporti e porti. Le simulazioni per un’eruzione di magnitudo 6 dal Monte Rainier stimano perdite economiche potenziali per oltre 7.000 miliardi di dollari nei cinque anni successivi.

I centri vulcanici estremamente attivi lungo l’arcipelago indonesiano – da Sumatra fino a Giava centrale – costeggiano anche lo Stretto di Malacca, uno dei passaggi marittimi più trafficati del mondo, attraversato ogni anno dal 40% del commercio globale.

Lo Stretto di Luzon, nel Mar Cinese Meridionale, altra rotta commerciale cruciale, è il fulcro di tutti i principali cavi sommersi che collegano Cina, Hong Kong, Taiwan, Giappone e Corea del Sud. Ed è a sua volta circondato dall’Arco Vulcanico di Luzon.

I ricercatori individuano inoltre la regione vulcanica a cavallo del confine tra Cina e Corea del Nord, dai cui pennacchi di cenere finirebbero per intasarsi le rotte aeree più affollate dell’est, e osservano che un risveglio dei vulcani islandesi provocherebbe lo stesso effetto a ovest.

 

Ripensare il rischio vulcanico

“È il momento di cambiare il modo in cui consideriamo il rischio vulcanico estremo”, ha aggiunto Mani. “Dobbiamo abbandonare l’idea di colossali eruzioni che distruggono il mondo, così come vengono rappresentate nei film di Hollywood. Gli scenari più probabili riguardano eruzioni di magnitudo inferiore che interagiscono con le nostre vulnerabilità sociali, trascinandoci verso la catastrofe”.

 

Credit

  • Nature Communications – Global catastrophic risk from lower magnitude volcanic eruptions
  • Centre for the Study of Existential Risk (CSER), University of Cambridge
  • Smithsonian Institution – Global Volcanism Program
  • USGS Volcano Hazards Program
  • ScienceDaily – Minor volcanic eruptions could ‘cascade’ into global catastrophe
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Antonio Lombardi

Antonio Lombardi

Dopo aver conseguito la laurea in Geologia presso l’Università degli Studi di Milano nel 2000, ha proseguito il suo percorso accademico con una seconda laurea in Astronomia presso l’Università "La Sapienza" di Roma, ottenuta nel 2006. L'interesse per l'astronomia lo ha portato successivamente a intraprendere un Master di specializzazione in Astronomia presso l’University of Arizona (Tucson, USA), uno dei principali centri internazionali per la ricerca astrofisica. In ambito professionale, si occupa anche di insegnamento, sia in contesti scolastici che in corsi e laboratori rivolti al pubblico generale, con un forte focus sull’approccio interdisciplinare tra geologia, astronomia e scienze ambientali.

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