Seguici su Google

Non solo estate

Quando si parla di clima che cambia, il pensiero corre alle ondate di calore di luglio e agosto, ai bollini rossi, all’asfalto che scotta. È una semplificazione comoda ma parziale. Il riscaldamento non si concentra in una sola stagione: agisce su tutte e quattro, con intensità diverse e con effetti che spesso passano inosservati proprio perché meno spettacolari. Un inverno senza gelate serie non fa notizia come un’ondata di calore, eppure racconta la stessa storia. Chi lavora sui dati da anni lo vede bene: le anomalie termiche positive si distribuiscono lungo tutto l’arco dell’anno, e in Italia i mesi di transizione sono quelli che hanno subito le trasformazioni più profonde. L’autunno arriva più tardi, la primavera anticipa e poi si contraddice, l’inverno concede pochi episodi davvero rigidi. Il quadro complessivo, insomma, è quello di un calendario meteorologico che non corrisponde più a quello che avevamo in testa fino a trent’anni fa.

 

Le stagioni riscritte

La stagione fredda è quella che ha perso di più, in appparenza, perché poi vediamo l’estate e viene mal di testa. Meno giorni di gelo, quota neve mediamente più alta sulle Alpi e sull’Appennino, prevalenza dell’anticiclone nei mesi centrali. In pianura, tra Milano e la bassa Val Padana, capita sempre più spesso di attraversare dicembre e gennaio con inversioni termiche, nebbia e nessun episodio di freddo continentale degno di questo nome. All’estremo opposto, l’autunno si comporta come un prolungamento dell’estate: settembre ormai è caldo quasi ovunque, e i primi veri episodi perturbati tendono a slittare verso ottobre inoltrato. Quando poi arrivano, arrivano male. Il mar Mediterraneo più caldo restituisce all’atmosfera un carico di vapore acqueo che alimenta sistemi temporaleschi violenti, con accumuli concentrati in poche ore. Questa è la parte che riguarda tutti, dal Nord Italia alle Isole Maggiori: non piove necessariamente di più, ma piove in modo diverso, con lunghe fasi asciutte interrotte da eventi estremi. La siccità che affligge il Nord in modo ormai sistemico nasce esattamente da questa redistribuzione.

 

Un clima che cambia gradualmente

Nessuna rottura improvvisa dell’estate. Il Mediterraneo si è trasformato per gradi, con scarti annuali anche modesti che però, sommati, hanno spostato in modo netto la posizione della media climatica. È il motivo per cui la percezione pubblica arriva sempre in ritardo rispetto ai numeri: un singolo inverno freddo o una primavera piovosa bastano a rimettere in discussione il quadro, agli occhi di chi guarda dalla finestra invece della serie storica dei numeri. Ma le medie trentennali non si smontano con una stagione. L’Europa meridionale, e in particolare il bacino centrale del Mediterraneo, si riscalda più rapidamente della media planetario. A Palermo, come lungo tutta la fascia costiera del Sud Italia, l’estensione della stagione calda ha già conseguenze concrete su agricoltura, consumi idrici e turismo.

 

Temperature sempre in aumento

Il trend di fondo è quello, e nessuna fluttuazione naturale è finora riuscita a invertirlo. Le oscillazioni esistono, ci mancherebbe: un anno più fresco capita, un mese sotto media anche. Ma si tratta di rumore sovrapposto a un segnale che punta stabilmente verso l’alto. Le rianalisi di Copernicus hanno collocato luglio 2026 tra i mesi di luglio più caldi mai registrati a scala globale, con l’Europa occidentale che ha vissuto il periodo giugno-luglio più caldo della propria serie storica. Sul fronte oceanico il quadro è ancora più esplicito, con temperature superficiali del mare ai massimi assoluti al di fuori delle regioni polari. Sono i numeri che spiegano perché il concetto di “estate normale” abbia perso significato: quella che vent’anni fa sarebbe stata considerata un’annata eccezionale oggi rientra nella normale variabilità.

 

El Niño e le fluttuazioni del clima

Sopra questo trend agiscono le grandi oscillazioni naturali del sistema climatico, e El Niño è la più influente di tutte. Il meccanismo è noto: in condizioni ordinarie gli alisei spingono l’acqua calda verso il Pacifico occidentale, mentre nella fase calda dell’ENSO gli alisei si indeboliscono e il calore accumulato in profondità risale verso la superficie nel settore centro-orientale del bacino. Da lì l’anomalia si propaga all’intera circolazione atmosferica, ridistribuendo piogge, calore e traiettorie delle perturbazioni su scala planetaria. Gli effetti sull’Europa sono indiretti e mediati dagli inidici climatici (teleconnessioni), con implicazioni sul Vortice Polare e sulla NAO che ogni anno tengono impegnati i centri di calcolo in vaie ipotesi.

 

El Niño è tornato

La NOAA ha dichiarato l’evento l’11 giugno 2026, dopo mesi di temperature superficiali stabilmente sopra la norma nel Pacifico equatoriale. Da allora il rafforzamento è stato costante e ha superato le attese iniziali dei modelli matematici che ne avevano anticipato la formazione già in primavera. Il Climate Prediction Center assegna oggi una probabilità superiore al 90% a un evento di categoria very strong per l’autunno e l’inverno boreale 2026-27, con anomalie che nel settore orientale hanno già oltrepassato i 2°C. Non è un dettaglio tecnico riservato agli addetti ai lavori: significa che il termine di paragone diventano gli episodi del 1997-1998 e del 2015-2016, quelli rimasti negli annali. Dell’influenza per il nostro autunno ne abbiamo parlato nel dettaglio nei giorni scorsi, così come il possibile quadro invernale.

 

El Niño più cambiamento climatico

El Niño non crea il riscaldamento, lo amplifica: è una fluttuazione che si sovrappone a una linea di tendenza già ascendente, e il risultato è una somma, non una sostituzione. Negli anni Novanta un evento intenso portava il pianeta a superare temporaneamente le medie del periodo; oggi lo stesso evento agisce su una base di partenza già più alta di diversi decimi di grado, e spinge il sistema in territori mai osservati prima. Per l’Italia questo si traduce in un rischio duplice. Da un lato una probabilità elevata di anomalie termiche positive nei mesi autunnali e invernali, con un mar Mediterraneo che resta caldissimo e continua a fornire energia all’atmosfera. Dall’altro un aumento dei contrasti termici a partire da ottobre, quando l’aria più fresca in quota incontrerà una superficie marina ancora anomala. La combinazione è quella che negli ultimi anni ha prodotto gli eventi alluvionali più severi, e non c’è ragione di attendersi che questo autunno faccia eccezione. Il segnale è robusto, la scadenza è vicina, le probabilità di un evento record sono già state quantificate.

 

Credit

Seguici su Google