Tutto comincia in mezzo all’Oceano. Non davanti alle coste della Norvegia né sopra le Alpi, ma in una fascia d’acqua lunga migliaia di chilometri che corre lungo l’equatore, tra l’Indonesia e le coste del Perù. Lì, in condizioni normali, gli alisei soffiano da est verso ovest e ammassano acqua calda nella parte occidentale del bacino. Sul lato opposto, davanti al Sudamerica, l’oceano risponde risalendo dal fondo: acqua fredda, ricca di nutrienti, che tiene basse le temperature superficiali e alimenta una delle zone di pesca più generose del pianeta.
Poi, ogni due-sette anni, il meccanismo si inceppa.
Gli alisei si indeboliscono. A volte cambiano addirittura direzione per qualche settimana. L’acqua calda accumulata a ovest scivola verso est come una lenta onda sotterranea – i tecnici la chiamano Onda di Kelvin – e riemerge al largo del Perù e dell’Ecuador, spegnendo la risalita fredda. Il risultato è quel riscaldamento anomalo che i pescatori peruviani notarono secoli fa, di solito attorno a Natale, e che battezzarono El Niño, il Bambino. Un nome quasi affettuoso per un fenomeno che di affettuoso ha ben poco: la cronologia di questo ritorno racconta bene quanto in fretta sia cambiato lo scenario.
Un Oceano che riscrive il tempo atmosferico
Perché conta così tanto? Perché l’atmosfera segue l’acqua calda. Dove il mare si scalda, l’aria sale, si formano nubi e temporali; dove si raffredda, l’aria scende e il cielo resta sereno. Spostando di qualche migliaio di chilometri il “motore” convettivo del Pacifico, El Niño ridisegna la circolazione tropicale e, di rimbalzo, le correnti a getto delle medie latitudini. Insomma, sposta le rotte lungo le quali viaggiano le perturbazioni.
Gli effetti classici si conoscono ormai bene. Siccità e incendi in Indonesia, Australia orientale e Papua Nuova Guinea. Piogge torrenziali e alluvioni sulle coste desertiche di Perù ed Ecuador. Inverni più miti nel Canada occidentale, stagioni più piovose nel sud degli Stati Uniti. Nell’Africa australe la stagione delle piogge tende ad accorciarsi, mentre il Corno d’Africa riceve spesso più acqua del normale. E l’Atlantico, curiosamente, ne esce più tranquillo: il cambio nei venti in quota decapita gli uragani sul nascere.
Poi c’è il conto globale. Un El Niño maturo trasferisce all’atmosfera una quantità enorme di calore accumulato nell’oceano, e il termometro planetario sale. Non di poco: gli anni successivi a un evento intenso figurano quasi sempre tra i più caldi mai misurati. Sommato al Riscaldamento Globale di fondo, il risultato è che si riparte ogni volta da un gradino più alto, come sottolinea anche l’ultimo allarme lanciato dalle Nazioni Unite.
El Niño in Europa: sgnale debole, ma non zero. Lo sconquasso dell’Artico
Qui bisogna essere onesti. L’Europa è lontana dal Pacifico, e il legame con El Niño non è quel rapporto diretto che qualcuno vorrebbe. Non esiste, per intenderci, l’inverno “da Niño” con la ricetta pronta. Esistono però tendenze statistiche che diversi centri di ricerca hanno individuato con una certa costanza: tardo autunno spesso più mite e occidentale sull’Europa centro-settentrionale, e una tendenza al cambio di marcia nella seconda parte dell’inverno, con un indebolimento del Vortice Polare stratosferico e maggiori probabilità di Stratwarming. È la catena di teleconnessioni fra Pacifico ed Europa che i climatologi studiano da decenni, e i cui effetti reali sul clima italiano restano meno scontati di quanto si racconti.
Tradotto: più imprevedibilità. Il punto di partenza è un pianeta già più caldo del normale, quindi le ondate di calore estive rischiano di essere più intense e l’atmosfera, carica di vapore acqueo, restituisce quell’energia sotto forma di eventi meteo estremi. Ma – ed è il paradosso che confonde molti – proprio l’aumento della variabilità può aprire la porta a irruzioni fredde di rara violenza. Rare, sì. Impossibili, no.
Il paradosso del freddo
Il meccanismo ha un nome tecnico: Amplificazione Artica. Il Polo Nord si scalda a velocità doppia o tripla rispetto al resto del pianeta, il contrasto termico fra polo e medie latitudini si riduce, la corrente a getto perde forza e comincia a ondeggiare come un fiume in pianura. Quando l’onda si allunga verso sud, l’aria gelida cola giù dove normalmente non arriverebbe mai. Nell’emisfero australe il processo speculare si chiama Amplificazione Antartica, e in questi giorni ne abbiamo avuto un esempio da manuale.
Nuova Zelanda sepolta dalla neve
Martedì 4 Agosto un’irruzione di aria polare (non Artica come ho letto, ma Antartica, nel caso) partita direttamente dalla calotta antartica ha investito la Nuova Zelanda. Non il solito flusso da sudovest ammorbidito dall’Oceano Meridionale: aria arrivata di filato dal ghiaccio, come ha spiegato il servizio meteorologico nazionale MetService. La neve è caduta fino al livello del mare su Dunedin, seconda città dell’Isola del Sud, bloccando strade, autobus e scuole. Sulla sabbia di New Brighton Beach, a Christchurch, la si è vista sfiorare la battigia: un’immagine che ha fatto il giro dei social, e si capisce perché.
Nemmeno l’Isola del Nord è rimasta a guardare. Rovesci di neve e grandine sono scesi fino a quota 500 metri fra Gisborne e il Wairarapa, i traghetti fra le due isole sono rimasti fermi per mare grosso, e la mattina di Giovedì 6 Agosto ha portato le minime più basse dell’anno: Hamilton attorno a -5°C, valore che eguaglia il record di Agosto, con temperature vicine o sotto lo zero perfino nell’entroterra di Auckland. Sui rilievi le nevicate sono state abbondanti, in alcuni casi al punto da isolare piccoli insediamenti. Freddo e neve a bassa quota anche in Tasmania, dall’altra parte del Mar di Tasman.
Occasionali, questi episodi, ci mancherebbe. Ma questo aveva un’intensità che da quelle parti non si ricordava da parecchio.
Che inverno ci aspetta
La NOAA ha ufficializzato la presenza di El Niño l’11 Giugno 2026, e i modelli matematici lo vedono rafforzarsi fino all’inizio del 2027, con scenari che in alcuni casi arrivano a un evento di forte intensità. Cosa significa per noi? Che il prossimo inverno potrebbe risultare più variabile della media, con alternanze rapide fra fasi miti e atlantiche e irruzioni fredde improvvise. Molto dipenderà dallo stato di salute del Vortice Polare, che negli ultimi anni ha già mostrato quanto un riscaldamento stratosferico improvviso possa capovolgere una stagione in poche settimane. E restano sul tavolo anche i blocchi atmosferici, quelle configurazioni testarde che si piantano sul continente per settimane e non si schiodano.
L’estremizzazione, del resto, funziona a macchia di leopardo. Colpisce un’area e ne risparmia un’altra a poche centinaia di chilometri. Prevederla con settimane di anticipo, oggi, resta un mestiere per profeti.
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