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È tutta un’altra storia! Quando il meteo ha cambiato il destino dell’umanità

Antonio Romano di Antonio Romano
02 Lug 2025 - 16:30
in A La notizia del Giorno, A Prima Pagina, A Scelta della Redazione, Meteo News
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Il meteo, spesso trattato come un fastidio quotidiano o come una curiosità da fine telegiornale, ha in realtà giocato ruoli decisivi nei grandi snodi della storia umana. Dietro alcune delle più note battaglie, delle spedizioni leggendarie o dei disastri collettivi, si nascondono fenomeni atmosferici che hanno alterato il corso degli eventi. Più di una volta, è stata una tempesta improvvisa, una nebbia fuori stagione o un gelo inatteso a decidere le sorti di interi imperi.

 

L’uragano che salvò l’Inghilterra

Nel 1588, la Spagna mandò verso l’Inghilterra la sua potente Armada, una flotta formidabile che avrebbe dovuto schiacciare le difese britanniche e mettere fine al regno di Elisabetta I. Ma prima ancora di arrivare allo scontro diretto, la natura intervenne: violente tempeste atlantiche scomposero la flotta spagnola, costringendola a una ritirata disastrosa lungo le coste di Irlanda e Scozia. Molti storici concordano: fu il vento del nord a salvare l’Inghilterra, e non solo le manovre navali di Sir Francis Drake.

 

Il gelo che trasformò in disfatta la ritirata di Napoleone

Nel 1812, Napoleone Bonaparte partì alla conquista della Russia con una delle più imponenti armate mai viste. Ma se le battaglie non riuscirono a sconfiggerlo, lo fece l’inverno russo. Napoleone entrò a Mosca a fine agosto dopo la sanguinosissima battaglia di Borodino, dove conseguì la classica vittoria di Pirro. Pochi giorni dopo, con le truppe napoleoniche stanche e debilitate dalla lunga campagna, una Mosca quasi del tutto abbandonata dai suoi abitanti, venne distrutta quasi interamente da un immenso incendio, appiccato – al contrario di quanto sostiene Tolstoj nel suo monumentale romanzo “Guerra e Pace” in cui viene data la colpa ai francesi – per ordine del governatore, dagli abitanti rimasti in città. Napoleone comprese che prendere Mosca non aveva significato aver sconfitto e conquistato l’Impero russo. Fu allora che decise la ritirata.

Il cammino a ritroso del convoglio militare, lungo decine e decine di chilometri, fu subito messo alla prova da condizioni meteo particolarmente avverse. Il grande gelo, giunto in grande anticipo, unitamente agli attacchi alla retroguardia napoleonica della cavalleria cosacca, cominciarono a mietere migliaia di vittime. Per colmo di sfortuna, il disgelo arrivò proprio quando l’esercito di Napoleone si sarebbe potuto mettere in salvo attarversando la Beresina. Un improvviso aumento della temperatura sciolse il ghiaccio che copriva il fiume e la Grande Armée si trovò intrappolata tra la difficoltà di attraversare le acque comunque gelide del fiume, e un massiccio attacco dell’esercito imperiale russo al comando del generale Kutuzov. I napoleonici riuscirono a forzare il blocco e a continuare la ritirata, ma di oltre 600.000 uomini partiti, ne tornarono in Francia poco più di 100.000. Un’intera epoca cambiò sotto la pressione del gelo continentale.

 

Il diluvio che cambiò la guerra

Pochi ricordano che durante il D-Day, lo sbarco in Normandia del 6 GIUGNO 1944, il meteo fu un elemento determinante. Il generale Eisenhower decise di posticipare di un giorno l’attacco proprio perché un fronte perturbato atlantico stava attraversando il Canale della Manica. Una pausa temporanea nel maltempo consentì lo sbarco, mentre i comandi nazisti, convinti che le condizioni proibitive avrebbero impedito l’assalto, furono colti impreparati. Bastarono dodici ore di tempo clemente per cambiare il volto dell’Europa.

 

L’operazione Barbarossa e l’inverno più inclemente del secolo

Rimaniamo nel periodo della Seconda Guerra Mondiale. Quando nel 1941 Hitler decise di rompere il patto Molotov-Ribbentrop, dando il via all’operazione Barbarossa attaccando l’Unione Sovietica e aprendo il fronte orientale della guerra, non poteva immaginare di andare incontro al mese di Gennaio più freddo del secolo. Sebbene la sconfitta dell’esercito tedesco (e dei suoi alleati, tra cui gli italiani) non sia spiegabile solo dalle avverse condizioni meteo, essendo noti, ad esempio, alcuni clamorosi errori strategici e i contrasti tra Hitler e i suoi generali sul campo, nonché l’incredibile resistenza e la disponibilità al sacrificio della popolazione sovietica, è fatto storicamente accertato che il meteo a dir poco inclemente di quell’inverno e del successivo – con Mosca che nel gennaio 1942 ebbe una temperatura media di -20,2°C – decretò difficoltà aggiuntive che sfiancarono le truppe occupanti. Sulla ritirata della Campagna di Russia dell’esercito italiano e sulle proibitive condizioni climatiche in cui avvenne durante l’inverno successivo 1942-43, rimandiamo alla nota fonte letteraria del libro “Il sergente nella neve” di Mario Rigoni Stern; mentre, per un approccio storiografico sull’impatto del meteo sull’operazione Barbarossa, al testo di Russel H. S. Stolfi “CHANCE IN HISTORY: THE RUSSIAN WINTER OF 1941–1942” e per un’analisi più strettamente meteorologica a “Great Historical Events That Were Significantly Affected by the Weather: Part 8, Germany’s War on the Soviet Union, 1941–45“. La sconfitta tedesca in Russia fu decisiva per l’esito finale della guerra, ben prima dello sbarco in Normandia delle truppe alleate.

 

I misteri dell’anno senza estate

Nel 1816, qualcosa di inspiegabile accadde: nevicò in pieno giugno negli Stati Uniti nordorientali, i raccolti fallirono in tutta Europa, e il cielo rimase cupo per mesi. La causa? L’esplosione del vulcano Tambora, nell’attuale Indonesia, che proiettò nell’atmosfera una quantità colossale di ceneri, modificando il clima globale. L’effetto fu un raffreddamento anomalo che cambiò il ciclo agricolo di un intero pianeta. È anche grazie a quelle giornate di pioggia incessante che Mary Shelley, isolata in una villa sul lago di Ginevra, scrisse Frankenstein, il capolavoro della letteratura gotica.

 

La tempesta del secolo che affondò un impero

Nel 1281, la flotta mongola di Kublai Khan era pronta a invadere il Giappone. Ma un tifone, che i giapponesi chiamarono kamikaze – “vento divino” – distrusse quasi tutta l’armata navale. Quel ciclone non solo fermò l’invasione, ma alimentò una leggenda che attraversa i secoli. Ancora oggi, quel termine evoca potenza, destino e una forma ancestrale di protezione celeste. Per un approfondimento: the Mongol invasions of Japan.

 

E in Italia? Il meteo e la disfatta della ritirata di Caporetto

Anche il nostro Paese ha i suoi episodi in cui il meteo ha inciso sulla sorte della nazione. Durante la ritirata di Caporetto nel 1917, la nebbia e le piogge incessanti complicarono l’organizzazione della difesa italiana, mentre l’offensiva austro-tedesca avanzava. Le condizioni del fronte alpino – fangoso, inzuppato, visivamente compromesso – contribuirono al disastro logistico e strategico che spinse il fronte italiano indietro di centinaia di chilometri.

 

E infine: quell’anno in cui l’esercito austriaco fu travolto dal… Polcevera

Restiamo in Italia, ma quando l’Italia, almeno politicamente, ancora non esisteva. Siamo nell’epoca della Guerra di successione austriaca, che si combattè tra il 1740 e il 1748 dopo la morte di Carlo VI d’Asburgo e con la salita al trono di Maria Teresa d’Austria. Una guerra che vide coinvolte le principali potenze europee e che trascinò nel conflitto anche la Repubblica di Genova alleata con Francia e Spagna e contro Austria e Savoia. Nel settembre del 1746 l’esercito austriaco varca l’Appennino e assedia Genova. In attesa della resa della città, l’esercito si accampa nel letto del Polcevera. Ma ecco che una notte una pioggia torrenziale e improvvisa, di quelle che i genovesi conoscono bene (basti pensare alle numerose alluvioni dell’ultimo mezzo secolo), gonfia di acqua il torrente che travolge l’accampamento austriaco. Si conteranno un migliaio di vittime, ma nonostante il rovescio, l’esercito austriaco riuscirà a conquistare la città.

Ma la storia non è ancora finita. L’occupazione austriaca è mal sopportata, l’autunno è piovoso, c’è fango ovunque e alcuni militari austriaci chiedono aiuto alla popolazione per spostare un pezzo di artigliera pesante che si è impantanato. Scoppiano proteste e piccoli tafferugli, finché un ragazzo, Giovanni Battista Perasso, scaglia una pietra al grido di “Che l’inse” (“che cominci la rissa” in genovese). Ed è così che ha inizio la rivolta che dopo una furiosa battaglia di cinque giorni porterà gli austriaci a ritirarsi dalla città.

Il meteo, quindi, non è solo un contorno agli eventi, ma spesso ne è il motore nascosto. In un mondo sempre più instabile dal punto di vista climatico, la storia insegna che sottovalutare il fattore meteo-climatico è un errore che l’umanità ha già commesso più volte.

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Antonio Romano

Antonio Romano

Fisico dell’atmosfera e dei sistemi climatici. Laurea in Fisica (Università di Bologna, 1993); PhD in Physics (Imperial College London, Space & Atmospheric Physics Group, 1995–1998, borsa NERC). Dal 1999 lavoro su meteorologia e climatologia applicata, con esperienza in: Assimilazione dati e verifica d’ensemble Analisi di serie storiche e downscaling Previsioni meteo a supporto della ricerca e dei servizi al territorio Nel 2005 ho co-firmato uno studio sui cambiamenti climatici presentato alla European Geosciences Union (EGU) e pubblicato negli atti della conferenza. Oggi sono Research Scientist alla Rutgers University – Institute of Earth, Ocean, and Atmospheric Sciences (EOAS), dove mi occupo di previsioni e analisi del clima per progetti scientifici e applicazioni operative.

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