
(TEMPOITALIA.IT) Oggi vi racconto una storia che avete sentito parlare in TV, letto nei giornali, magari, anzi, sicuramente nel social network: il 3 novembre 2025 la Russia darebbe il via a un attacco verso i Paesi Baltici, quindi Lituania, Lettonia ed Estonia, preceduto da blackout e disordini. Già questa definizione mi sembra una fake news costruita per fare clickbaiting su un sito web o visualizzazioni social, ma attenzione, a sostenerla non è un’influencer, ma l’ex vicecomandante della NATO, Sir Richard Shirreff.
Leggevo che non è una novità per lui lanciare ipotesi drammatisce, scenari di guerra, attacchi degni di un film di Hollywoood. Ma in un momento di nervosismo generale, in considerazione di ciò che succede nel Mondo, ha colto sicuramente l’attimo giusto per così dire una “mettere in campo questa ipotesi”.
Ciò che mi stupisce è stata la diffusione della notizia, ma soprattutto che a sostenerla sia stato un alto ufficiale. Inoltre, che pochi l’abbiano commentata.
Vale chiarire subito due punti: parliamo di simulazioni, non di intelligence declassificata; e, soprattutto, l’Europa non è un bersaglio inerme, né la NATO un gigante addormentato vista la risposta che abbiamo dato all’avvistamento di droni che sorvolano i cieli.
Le pianificazioni operative dell’Alleanza Atlantica si sono fatte più robuste proprio sul fianco nord-orientale dell’Europa, con piani regionali dettagliati non casuali. Se il generale ha detto tali parole per aumentare il livello di attenzione, ben venga di questi tempi, considerato che ogni dialogo è apparso vano.
Ma perché ha detto queste cose. Insomma, sostiene “se è successo in Ucraina, può succedere nei baltici” che per altro temono seriamente un’invasione. Ma i fatti attuali, che per altro sono in rapida evoluzione, sul terreno raccontano altro.
In quasi tre anni e mezzo di guerra su larga scala, la Russia non ha conquistato l’intera Ucraina. che perà soprattutto ogni notte riceve una massiccia dose di bombardamenti e ogni giorno ci sono vittime.
L’aggressione russa è diventata una guerra di logoramento, con avanzate lente e costose, fronti che si muovono di chilometri e non di province intere, arretramenti.
Centri autorevoli come Brookings, CSIS e l’Institute for the Study of War parlano di modesti guadagni russi e di un quadro “posizionale”, non di crolli improvvisi. Questo non rende la guerra meno feroce, ma mostra i limiti di proiezioni che immaginano offensive lampo su teatri ben più complessi come le capitali baltiche. Figuriamoci la caduta dell’intera Europa ai piedi di Putin.
Il riferimento ricorrente è una nota serie di wargame della RAND Corporation del 2014-2016, che mostravano quanto, all’epoca, la NATO fosse esposta in Estonia e Lettonia. Quei giochi strategici non erano profezie, ma test di vulnerabilità usati proprio per correggere posture e capacità. È ciò che, negli anni successivi, l’Alleanza ha fatto: piani regionali dettagliati, forze ad alta prontezza e il passaggio da una presenza avanzata simbolica a una difesa avanzata concreta.
I numeri non sono irrilevanti: il nuovo NATO Force Model prevede oltre 300.000 militari ad alta prontezza, con finestre di dispiegamento molto più rapide rispetto al passato. Un dato che ho acquisito dalle varie fonti qui sotto.
Chi sostiene che “basterebbero 300.000 soldati russi” per travolgere tutto dimentica che una campagna contro tre Stati membri della NATO non è una copia incollata del fronte ucraino. Entrerebbero in gioco pattugliamenti aerei, difesa aerea NATO, forze terrestri pre-posizionate, marina nel Mar Baltico, Cyber Command alleati e, soprattutto, l’effetto politico-militare dell’Articolo 5.
L’Europa sta investendo proprio su questi tasselli: la Polonia ha testato il suo Patriot con rete IBCS; la Danimarca ha scelto il sistema franco-italiano SAMP/T; la Germania spinge lo European Sky Shield Initiative; sul Baltico la NATO ha avviato l’attività Baltic Sentry per proteggere le infrastrutture critiche, inclusi i cavi e i gasdotti sottomarini.
Serve anche guardare alla difesa cibernetica. È vero che un attacco hacker può colpire reti elettriche e servizi. Ma proprio questi episodi hanno avviato un salto di qualità nella resilienza: procedure manuali di ripristino, segmentazione delle reti, esercitazioni congiunte NATO-UE, centri come il CCDCOE di Tallinn. Blackout locali possono succedere; trasformarli in collasso sistemico è un’altra storia. E li abbiamo visti di recente, come anche il sabotaggio dei servizi per i collegamenti aerei civili in varie città europee di recente.
Quanto agli sconfinamenti e alle provocazioni russe, è vero che la tensione nel quadrante baltico è salita, con casi di violazioni aeree o di droni che testano i limiti di Polonia, Danimarca ed Estonia. Proprio per questo gli Alleati hanno intensificato sorveglianza, polizia aerea e protezione delle reti energetiche, con piani di bunkerizzazione delle sottostazioni, barriere anti-drone e scorte di componenti critici. Non sono slogan: sono contratti, cantieri e addestramenti in corso. Questo non è un videogioco, è difesa, e costa anche milioni di euro che sarebbero potuti essere investiti in ben altro-
Ma l’essere umano è autodistruttivo, e questa mia convinzione avanza sempre più nella mia mente.
Resta la domanda chiave: perché un ex generale NATO fa una dichiarazione così drastica, con una data precisa? Nella comunicazione strategica, scenari “a orologio” hanno una metodologia didattica. Il dettaglio del giorno esatto cattura l’attenzione, costringe governi e opinioni pubbliche a discutere di deterrenza, scorte, logistica e tempi di mobilitazione. È lo stesso approccio usato nei wargame: non previsioni di oracoli, ma “e se…?” fatti per scoprire falle e discutere rimedi.
C’è però un elemento nuovo recentissimo nel contesto politico: negli Stati Uniti, il presidente Donald Trump e il segretario alla difesa Pete Hegseth hanno convocato a Quantico centinaia di alti ufficiali con un discorso che ha spostato l’enfasi dalla “difesa” alla “guerra”, arrivando perfino a ribattezzare il Dipartimento della Difesa in “War Department”.
È una scelta simbolica potente, che manda un messaggio muscolare ma apre anche polemiche interne sulla politicizzazione delle forze armate. I principali quotidiani americani hanno descritto la platea militare come fredda e silenziosa. In parallelo, la stessa amministrazione è finita al centro di un caso clamoroso di chat governativa con piani di guerra finiti per errore a un giornalista, episodio che ha alimentato l’idea di una leadership più orientata alla logica di guerra che a quella di contenimento.
Questa scena spiega perché parole iperboliche risuonino oggi più di ieri. Ma iperbole non significa realtà operativa. L’Europa, pur con ritardi e contraddizioni, ha aumentato spesa e capacità di difesa.
La Germania ha centrato e superato il 2% del PIL e discute un ulteriore salto; la Polonia punta quasi al 5%, costruendo una difesa aerea multilivello e una artiglieria a lungo raggio; la Danimarca si è assicurata sistemi a lungo raggio europei; i piani NATO assegnano responsabilità chiare per il corridoio di Suwałki, per la marittima nel Mar Baltico, per l’IAMD (integrated air and missile defence). Siamo lontani dall’immagine di un continente nudo di scudi.
C’è poi un dato che dovrebbe raffreddare i toni allarmistici: la Russia, malgrado il vantaggio numerico e l’adattamento tecnologico, ha pagato costi altissimi e, a oggi, non dimostra la capacità di condurre e sostenere una campagna lampo su vasta scala contro un’Alleanza Atlantica di 32 Stati. Lo dicono gli andamenti operativi in Ucraina nella terza annualità di guerra e lo ricordano gli stessi analisti che seguono il fronte giorno per giorno. La differenza tra colpire Sumy o Dnipro e penetrare fino a Tallinn o Riga sotto ombrelli Patriot, SAMP/T, NASAMS e con aviazione alleata in decollo entro minuti è enorme.
Resta la preoccupazione per la dimensione nucleare della Russia, questo eccome. Evocare un attacco atomico significa chiamare in causa non solo la distruzione di città e vite umane, ma anche la contaminazione di suolo, acque e atmosfera, con rilascio di particolato e gas serra a livelli che devastano territori e catene alimentari. Chi minimizza questo aspetto rimuove la logica fondamentale della deterrenza nucleare: il suo uso reale segnerebbe un punto di non ritorno per la Russia, per l’Europa e per il mondo.
Infine, la distinzione tra attacchi cyber e invasione va ribadita. I primi possono creare disagi e paure, anche seri, ma tendono a essere contenuti e mitigati. Un’invasione convenzionale, invece, richiede logistica, catene di rifornimento, superiorità locale e soprattutto la capacità di reggere una controffensiva multinazionale.
In Ucraina, dove la NATO non combatte direttamente, la Russia ha impiegato mesi per guadagni limitati; replicare quello sforzo contro Stati membri che darebbe una risposta massiccia con difese integrate e molto più moderne è di un altro ordine di grandezza. A me sembra un film di Hollywood, lo ripeto ancora.
Allora, cosa c’è di vero? Che esistono rischi reali, che la NATO li prende sul serio, che la Russia usa anche strumenti ibridi, dai droni alla disinformazione, per mettere alla prova i confini.
E’ doveroso rafforzare munizionamento, difesa aerea, mobilità militare, resilienza energetica e cyber. Ma trasformare una profezia in realtà è uno scenario folle. L’Europa non è inerme e nemmeno gli USA che si potrebbero farsi fuori da un simile evento, ma a loro conviene farlo? Cosa direbbe l’opinione pubblica americana nel vedere i carri armati russi nelle strade di Roma, Berlino, Parigi?
Vi ho raccontato una storiella in un contesto dove però la fine del Mondo è scritta se l’uomo accende la miccia della guerra tra superpotenze.
Fonti e credit:
RAND Corporation, NATO, Reuters, The Washington Post, The Wall Street Journal, AP News, Le Monde, Atlantic Council, Institute for the Study of War, AGI, Wikipedia






