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Europa senza aiuto USA: saprebbe difendersi da un’eventuale aggressione russa?

Europa potenza militare o gigante incompiuto

Roberto Giordano di Roberto Giordano
23 Nov 2025 - 12:50
in A Scelta della Redazione, Magazine
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(TEMPOITALIA.IT) Discutere se l’Europa sia oggi una superpotenza militare significa separare percezioni, ambizioni e dati. Il continente possiede un peso economico notevole, una base industriale estesa e forze armate tecnologicamente avanzate in diversi Stati Membri. Ma trasformare questo potenziale in potenza unificata richiede comando politico, capacità abilitanti condivise e prontezza logistica, cose che non si improvvisano. Il confronto con la Russia, in piena mobilitazione bellica, ha reso la questione urgente e meno teorica.

La formula più onesta è semplice: l’Unione Europea non è una superpotenza militare unificata. È un mosaico di eserciti nazionali che cooperano soprattutto attraverso la NATO, dove gli Stati Uniti forniscono tuttora molte delle funzioni senza le quali la deterrenza perde credibilità. Gli investimenti europei stanno crescendo come non accadeva da decenni e alcune riforme sono in corso, ma le lacune restano evidenti proprio negli ambiti che permettono a forze moderne di combattere a lungo, lontano e in modo coordinato.

 

Cos’è una superpotenza militare e perché l’UE non lo è

Nel linguaggio della sicurezza internazionale, “superpotenza” non è solo numero di soldati o di carri. È la capacità di condurre e sostenere operazioni su più teatri, integrare forze con catene di comando rapide, garantire comando e controllo sicuri, logistica strategica, intelligence e sorveglianza persistenti, difesa aerea e missilistica stratificata, munizionamento abbondante e industria capace di rimpiazzare le perdite. In Europa, molte di queste funzioni, dette “capabilities enablers”, sono frammentate o sottodimensionate rispetto al bisogno di un conflitto ad alta intensità prolungato. Analisi indipendenti convergono: i maggiori gap europei sono nel rifornimento in volo, nel trasporto aereo strategico, nell’ISR multistrato e nella guerra elettronica avanzata, tutti ambiti in cui l’apporto statunitense è ancora determinante.

Sul piano politico manca un comando unificato con mandato operativo per la difesa collettiva dell’UE. Esistono strutture di pianificazione e missioni, ma non un quartier generale europeo con autorità paragonabile allo SHAPE della NATO. Questo limita la velocità decisionale e la capacità di concentrare forze su vasta scala. La conseguenza pratica è che, in uno scenario ad alta intensità, l’Europa continuerebbe ad appoggiarsi alla NATO e quindi agli Stati Uniti per la cornice strategica e molte funzioni abilitatrici.

 

Spesa, truppe e industria: dove l’Europa sta accelerando

Dopo il 2022 la spesa per la difesa in UE è cresciuta con un’accelerazione storica. I dati più aggiornati indicano per il 2025 un livello intorno a 381 miliardi di euro per gli Stati membri dell’Unione, pari a circa il 2,1 percento del PIL del blocco, il valore più alto mai registrato nelle serie dell’Agenzia europea per la difesa. Nel 2023 la spesa era stata 279 miliardi; l’aumento è dunque concreto, non solo annunciato. Anche nella NATO, la quota di Paesi europei che raggiungono o superano il 2 percento del PIL è salita rapidamente. Il salto quantitativo c’è, e comincia a riflettersi in ordini industriali su munizioni, artiglierie, difese aeree e ricostituzione delle scorte.

Questa dinamica, però, non rende l’UE autosufficiente dall’oggi al domani. Le scorte di munizioni, in particolare quelle per l’artiglieria e i sistemi a lungo raggio, restano il collo di bottiglia in un conflitto convenzionale esteso. L’industria sta aumentando capacità e turni, ma i tempi per nuovi impianti, personale qualificato e catene di fornitura resilienti non sono immediati. Valutazioni autorevoli segnalano miglioramenti, ma anche vincoli in prontezza, manutenzione e sostituzione rapida dei sistemi complessi, temi centrali della nuova agenda europea sulla prontezza 2030.

 

Russia: minaccia reale, ma con limiti

La Russia ha convertito l’economia alla guerra, spingendo il bilancio della “Difesa nazionale” a livelli record in rapporto al PIL nel 2025. Le cifre di bilancio disponibili collocano la voce difesa sopra i 13 trilioni di rubli annui, oltre il 6 percento del PIL, con ulteriore spesa su capitoli di sicurezza paralleli. Questo ha alimentato mobilitazione, produzione di munizioni e ricostituzione di mezzi corazzati. Tuttavia, in termini assoluti, la somma delle spese militari degli alleati europei della NATO rimane superiore a quella russa; il problema non è tanto la quantità lorda, quanto la capacità di trasformarla in prontezza, massa di fuoco sostenuta e comando integrato nel breve periodo. Le perdite di mezzi subite da Mosca e la pressione macroeconomica indicano che anche l’avversario ha limiti, pur mantenendo oggi un vantaggio di massa terrestre e di disponibilità immediata lungo il fronte orientale.

 

Senza Stati Uniti l’Europa reggerebbe un attacco russo su vasta scala

Alla domanda se l’Europa saprebbe difendersi da sola oggi, la risposta più onesta resta negativa. Non per mancanza di valore o di tecnologia, ma perché mancano ancora quantità e abilitatori su scala. Gli esperti convergono su tre punti. Primo, servirebbero molte più forze pronte, con riserve mobilitabili e logistica di teatro credibile, fattori che richiedono anni di addestramento e investimenti costanti. Secondo, l’assenza di enablers statunitensi ridurrebbe drasticamente il ritmo operativo di aeronautica e difesa aerea europee, dal rifornimento in volo ai sensori ISR, fino alla guerra elettronica e al comando satellitare. Terzo, servirebbe un’accelerazione nella difesa aerea e missilistica stratificata e nella produzione di munizioni d’artiglieria e missili, per sostenere il fuoco per mesi. È il cuore della diagnosi di centri indipendenti e dei principali rapporti strategici europei.

La buona notizia è che diverse roadmap europee indicano come colmare questi vuoti nell’arco di pochi anni se gli investimenti e le riforme verranno mantenuti. L’agenda “Readiness 2030” della Commissione europea elenca aree critiche da finanziare in modo coordinato: difesa aerea e missilistica, artiglierie, munizionamento, droni e antidroni, mobilità militare, tecnologie AI e cyber, oltre ai grandi abilitatori strategici come trasporto aereo, rifornimento in volo e consapevolezza situazionale marittima e spaziale. L’obiettivo è ridurre frammentazione e duplicazioni, aggregare domanda e garantire economie di scala all’industria.

 

Il nodo nucleare: Francia, Regno Unito e condivisione NATO

La deterrenza nucleare pesa sul giudizio di qualsiasi superpotenza. In Europa, l’ombrello resta in larga parte legato agli Stati Uniti, attraverso disposizioni di nuclear sharing in ambito NATO e alla presenza dei due deterrenti nazionali europei, Francia e Regno Unito. Parigi mantiene una forza autonoma, marina e aerea, il cui ruolo nel quadro europeo è oggetto di discussione strategica; Londra garantisce il pattugliamento continuativo in mare con la deterrenza sottomarina, mentre prosegue il programma di sostituzione della classe Dreadnought. Tutto ciò contribuisce alla credibilità dell’insieme, ma non sostituisce l’effetto politico e militare dell’ombrello statunitense nella percezione di Mosca.

 

Cosa serve per diventare davvero una potenza militare europea

L’Europa non parte da zero. Sta aumentando la spesa, avvia programmi comuni e rafforza la base industriale. Per compiere il salto servono però scelte di struttura più che annunci. Occorre stabilizzare nel tempo i bilanci per la ricostituzione delle scorte e per le munizioni a lungo raggio, investire in enablers che moltiplicano le forze, consolidare comandi e procedure per la prontezza multinazionale, e soprattutto ridurre la frammentazione nei programmi d’armamento, passando da molte varianti nazionali a pochi sistemi interoperabili. È questo il percorso indicato dai principali think tank e dagli stessi rapporti europei, che richiamano una verità spesso scomoda: la deterrenza non si misura a conferenze stampa, ma in unità pronte, catene di manutenzione, navi rifornitrici, tanker, radar e batterie SAM schierate nel posto giusto al momento giusto.

 

Riassumendo

L’UE non è oggi una superpotenza militare unificata. Dispone di forze valide e spesa in forte aumento, ma resta dipendente dagli Stati Uniti per abilitatori critici e cornice di comando della NATO. La Russia mobilita più della sua economia e conserva vantaggi di massa terrestre, ma in termini assoluti la somma delle spese degli alleati europei è superiore: il nodo è trasformare risorse in prontezza e capacità sostenute. Le iniziative europee sulla Readiness 2030 e la crescita degli investimenti segnano la strada, a condizione di ridurre frammentazione, colmare i gap negli enablers e consolidare una cultura operativa comune.

 

Credit: European Defence Agency – Defence Data 2024 2025, NATO – Defence Expenditure of NATO Countries, CSIS – Europe’s Missing Piece: Air Domain Enablers, RAND – The Russian Federal Budget 2025 2027, IISS – The Military Balance 2024, Munich Security Report 2025 (TEMPOITALIA.IT)

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Tags: autonomia strategica europeacapacità abilitantideterrenza nuclearedipendenza dagli stati unitispesa difesa ue
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