(TEMPOITALIA.IT) Partiamo da un punto fondamentale, troppo spesso trascurato quando si parla di clima e previsioni stagionali: ciò di cui si discute non sono previsioni, bensì proiezioni. La differenza è sostanziale. Le prime indicano un tentativo di descrivere con precisione ciò che accadrà, mentre le seconde rappresentano uno scenario probabilistico, basato su modelli matematici e statistiche, ma sempre suscettibile di variazioni anche radicali.
È una distinzione che, specie nel contesto del continente europeo, assume un peso ancora maggiore. L’Europa, infatti, si trova in una posizione geografica estremamente complessa, dove entrano in gioco una moltitudine di variabili che rendono qualsiasi previsione a lungo termine un esercizio di equilibrio tra scienza e incertezza.
Negli Stati Uniti, la correlazione tra il fenomeno climatico La Niña e gli effetti meteorologici invernali è ormai ben codificata. Lì, le dinamiche atmosferiche influenzate dal raffreddamento delle acque del Pacifico equatoriale tendono a manifestarsi con una certa regolarità, generando configurazioni meteorologiche prevedibili. In Europa, invece, il discorso è completamente diverso.
Qui l’influenza diretta de La Niña risulta molto più attenuata e filtrata da altri elementi di grande importanza, primo fra tutti l’Oceano Atlantico, che svolge un ruolo di immenso termoregolatore naturale. È proprio l’Atlantico, con le sue correnti e le sue oscillazioni di temperatura superficiale, a determinare gran parte delle sorti del clima europeo, modulando la circolazione atmosferica e influenzando la traiettoria delle perturbazioni.
Questa complessità rende inevitabile una certa cautela nell’interpretazione dei dati provenienti dai modelli climatici. Le proiezioni modellistiche, infatti, rappresentano una sorta di fotografia in movimento, una sintesi di ciò che i supercomputer elaborano sulla base delle condizioni attuali, ma che può cambiare rapidamente con il mutare di anche una sola variabile chiave. Basta una deviazione delle correnti a getto, un improvviso riscaldamento stratosferico o una variazione inattesa nella temperatura dell’Atlantico settentrionale per riscrivere completamente lo scenario.
Eppure, anche con questa consapevolezza, ciò che emerge dalle ultime elaborazioni dei principali centri meteorologici internazionali sembra delineare un quadro abbastanza coerente: l’Inverno 2025 potrebbe essere ancora una volta caratterizzato da una scarsità di neve diffusa. Non si tratta soltanto di una tendenza leggera o di un episodio isolato, ma di un possibile proseguimento di quel trend climatico che da almeno tre anni contraddistingue i mesi freddi europei.
Secondo le elaborazioni più aggiornate del modello ECMWF, il Centro Europeo per le Previsioni a Medio Termine, i mesi di dicembre, gennaio e febbraio si profilano come periodi con precipitazioni nevose ben al di sotto della media. Le mappe mostrano un’Europa prevalentemente “marrone”, ovvero con anomalie negative di innevamento, fatta eccezione per le aree più settentrionali. Le regioni della Scandinavia, così come le Isole Britanniche, sembrano rappresentare le uniche zone in grado di beneficiare di un po’ più di neve, seppur in misura non eccezionale. Nel resto del continente, invece, le nevicate dovrebbero risultare modeste o addirittura quasi assenti, con una frequenza sempre minore di episodi freddi prolungati.
Nel caso dell’Italia, il modello europeo descrive una situazione analoga. Le nevicate sull’arco alpino potrebbero concentrarsi oltre una certa quota, verosimilmente sopra i 1500-1800 metri, e risultare anche abbondanti localmente, ma solo a quote medio-alte. Alle basse quote, invece, le temperature previste, costantemente superiori alle medie stagionali, renderebbero estremamente difficile la formazione e la persistenza della neve. In pianura, in particolare nel Nord Italia, la prospettiva di un bianco Natale sembra ancora una volta allontanarsi.
Un quadro quasi sovrapponibile è quello fornito dal modello UKMO, dell’Ufficio Meteorologico del Regno Unito. Anche qui si osserva una carenza di precipitazioni nevose sulla maggior parte dell’Europa centrale e meridionale, con l’unica eccezione delle regioni più settentrionali e delle zone alpine più elevate. In entrambi i casi, la lettura complessiva conferma la tendenza a un inverno mite, caratterizzato da una maggiore presenza di piogge rispetto alla neve, soprattutto nei settori più esposti all’influenza atlantica.
Tali proiezioni, se dovessero trovare conferma nei mesi a venire, non farebbero altro che consolidare il trend climatico che ormai si ripete da almeno tre stagioni invernali. Gli inverni 2022, 2023 e 2024 sono stati accomunati da temperature mediamente più alte, un numero ridotto di giornate gelide e nevicate che si sono fatte attendere spesso fino a marzo o addirittura aprile.
In molte località alpine, la stagione sciistica ha dovuto fare i conti con la scarsità di neve, e i comprensori hanno sopperito al deficit naturale ricorrendo in misura crescente all’innevamento artificiale. Tuttavia, anche i sistemi di innevamento non sono più una garanzia assoluta: quando le temperature restano stabilmente sopra i 0 °C, anche la produzione di neve artificiale diventa impossibile.
A complicare ulteriormente la situazione, c’è la presenza di una serie di fattori climatici ancora difficilmente prevedibili. Tra questi, uno dei più discussi dagli esperti è la QBO negativa (Quasi-Biennial Oscillation), un pattern atmosferico che si manifesta nella stratosfera equatoriale e che influisce direttamente sulla stabilità del Vortice Polare. Quando la QBO assume valori negativi, tende a favorire l’instabilità del vortice, permettendo l’intrusione di masse d’aria gelida verso le medie latitudini, cioè proprio sull’Europa.
È un meccanismo complesso, ma in passato ha contribuito a inverni particolarmente rigidi, anche in presenza di una Niña. Ecco perché, nonostante le proiezioni attuali suggeriscano un inverno mite, non si può escludere del tutto l’eventualità di episodi freddi intensi ma brevi, dovuti a improvvisi riscaldamenti stratosferici o a un crollo temporaneo del vortice.
Ciò che si delinea, quindi, è un mosaico meteorologico in cui coesistono forze contrastanti. Da un lato, La Niña, che tende a favorire una maggiore zonalità del flusso atlantico, ossia correnti più tese da ovest verso est che portano aria mite e umida; dall’altro, la QBO negativa, capace di rompere questa linearità e introdurre momenti di turbolenza nel quadro atmosferico generale.
A questo si aggiunge la temperatura superficiale dell’Atlantico settentrionale, che negli ultimi mesi ha mostrato anomalie termiche positive significative. L’oceano più caldo del normale tende a rafforzare i cicloni extratropicali, i quali a loro volta trasportano masse d’aria più miti verso l’Europa. Il risultato? Un clima più umido ma meno freddo, dove la pioggia prevale sulla neve, specie nei settori di pianura e di bassa collina.
Se guardiamo più nel dettaglio all’Italia, la situazione presenta alcune sfumature regionali interessanti. Il Nord-Ovest, storicamente più esposto alle correnti umide atlantiche, potrebbe registrare precipitazioni frequenti ma prevalentemente piovose fino ad alta quota. Le Alpi occidentali e centrali, invece, riceverebbero nevicate più consistenti solo oltre i 1800 metri, mentre le Dolomiti potrebbero sperimentare un’alternanza tra fasi asciutte e brevi episodi nevosi intensi.
Il Centro Italia, specialmente lungo l’Appennino tosco-emiliano e abruzzese, si troverebbe a dover fare i conti con temperature sopra media, tali da limitare sensibilmente la durata del manto nevoso. Al Sud, infine, la tendenza a un inverno più mite si accompagnerebbe a una maggiore piovosità, con eventi localmente intensi ma raramente di tipo nevoso, salvo rare eccezioni sui rilievi più alti della Calabria e della Sicilia.
Un altro elemento che i meteorologi tengono sotto osservazione è il comportamento del Vortice Polare, quella gigantesca circolazione d’aria fredda che ruota attorno al Polo Nord. Negli ultimi anni, il vortice ha mostrato una tendenza a rimanere particolarmente compatto, impedendo alle ondate di freddo di scendere verso le medie latitudini. Tuttavia, quando si verifica un riscaldamento stratosferico improvviso (SSW), il vortice può indebolirsi o frammentarsi, liberando aria gelida che si riversa sull’Europa. Al momento, però, i modelli non indicano segnali concreti di un simile evento nei prossimi mesi, anche se la situazione potrebbe evolvere rapidamente nel cuore dell’inverno.
È importante sottolineare che, anche in presenza di un inverno complessivamente mite, non si può escludere la comparsa di brevi fasi fredde, anche intense, come avvenuto lo scorso gennaio quando una massa d’aria artica raggiunse temporaneamente il Mediterraneo, portando nevicate fino a bassa quota in alcune regioni. Tuttavia, la durata di tali episodi tende a ridursi sempre più, confermando una tendenza verso un clima meno estremo ma anche meno invernale nel senso tradizionale del termine.
In definitiva, le proiezioni di ECMWF e UKMO convergono verso uno scenario in cui l’Europa, e in particolare l’Italia, dovranno abituarsi a convivere con inverni sempre più miti e secchi, dove la neve diventa un fenomeno raro e confinato alle altitudini più elevate. Nonostante questo, la prudenza rimane d’obbligo: la natura, e in particolare l’atmosfera, hanno spesso dimostrato di saper sorprendere anche i modelli più sofisticati.
Credit: l’articolo è stato redatto su analisi scientifica principalmente dei dati di ECMWF, e Global Forecast System del NOAA. (TEMPOITALIA.IT)






