(TEMPOITALIA.IT) 20 Dicembre come data simbolica, quasi una soglia più mentale che reale. La domanda, in fondo, resta semplice e ostinata: si riapre davvero la porta del gelo siberiano verso l’Europa e magari, perché no, anche verso l’Italia?
Prima ancora, però, conviene fare un passo indietro: da dove arrivava quel freddo estremo che ha segnato la Piccola Era Glaciale? Vale la pena chiederselo proprio ora, in questa epoca di cambiamento climatico, perché i conti – numeri alla mano – non tornano del tutto. Oggi il Pianeta è mediamente circa 2°C più caldo rispetto a quel periodo, quindi all’incirca 3°C oltre i livelli della PEG. Eppure allora i ghiacciai avanzavano sulle nostre Alpi, l’Appennino centrale custodiva neve e ghiaccio per mesi, il Po e l’Arno gelavano spesso, il Tevere formava ghiaccio ai bordi nel suo corso tra alto Lazio e Umbria. Scene che oggi sembrano quasi arrivate da un altro mondo, più che da un’altra epoca.
Sul fatto che il clima stia cambiando non ci sono dubbi: le temperature medie sono più elevate rispetto all’era pre-industriale. Quanto esattamente? Neppure così banale dirlo, perché ci sono fasi in cui superiamo stabilmente i 2°C sopra quel riferimento, altre in cui le anomalie si attenuano. Il punto un po’ scomodo è che il sistema climatico non sale di grado in maniera lineare e ordinata. Niente scaletta perfetta: ha le sue fluttuazioni, i suoi alti e bassi, che molti fanno fatica persino a nominare per paura di “aiutare” i negazionisti del Riscaldamento Globale.
Eppure le fluttuazioni esistono. Sono reali, misurabili, raccontate dai dati. E allora sì, una domanda nasce spontanea: è anche questo rimescolio naturale, insieme al riscaldamento, ad aver “bloccato” per alcuni anni la porta del gelo siberiano verso l’Europa? Perché, vale la pena ricordarlo, non è affatto necessario che ogni inverno si inneschi un grande evento per farci assaggiare quell’aria gelida. Basta un’incastratura giusta e, improvvisamente, lo scenario cambia.
Stratwarming, fraintendimenti e gelo siberiano
Qui, ammettiamolo, un po’ di confusione l’abbiamo creata anche noi meteorologi e divulgatori. Spesso raccontiamo che un forte Stratwarming – cioè un intenso riscaldamento stratosferico improvviso (SSW) – può deviare le correnti e favorire l’arrivo del gelo siberiano sull’Europa e sull’Italia. Ed è vero, funziona così in molti casi.
Quello che non sempre riusciamo a ripetere in ogni pezzo (concedeteci il limite editoriale, e anche quello dell’attenzione di chi legge) è che il gelo siberiano può arrivare anche senza un SSW. Non è una condizione obbligatoria. È una delle possibili strade, non l’unica.
E allora torniamo alla domanda chiave, quella che continua a bussare: perché durante la Piccola Era Glaciale faceva così freddo, così spesso, soprattutto in Europa?
Perché durante la Piccola Era Glaciale faceva così freddo
Gli studi non mancano, anzi, si accumulano da anni. Molti chiamano in causa l’attività solare, le fasi di bassa attività, le macchie solari ridotte. Ma non c’è un unico colpevole. Un ruolo pesante lo hanno avuto anche alcune grandi oscillazioni atmosferiche, gli indici che oggi seguiamo quasi quotidianamente: la North Atlantic Oscillation (NAO) e la Arctic Oscillation (AO), strettamente legate alla stabilità del Vortice Polare.
All’epoca, gli indizi puntano verso un Vortice Polare spesso debole, una NAO tendenzialmente negativa e una combinazione di fattori che favoriva discese di aria gelida verso l’Europa piuttosto che verso il Nord America. La Piccola Era Glaciale, insomma, non fu un unico inverno infinito e monotono, ma una lunga fase storica in cui gli episodi estremi di freddo erano più frequenti e più persistenti.
Quando l’Europa finisce sotto l’influenza dell’aria siberiana, diventa letteralmente un congelatore a cielo aperto. E non per pochi giorni: a volte per mesi interi. Diverse ricerche si sono chieste perché, negli ultimi decenni, questo schema sembri comparire meno spesso sul nostro continente.
Scorrendo questi lavori – e sì, infilando il naso dentro dati e grafici – emerge un punto scomodo: siamo diventati quasi “negazionisti del rischio freddo estremo”. Ci concentriamo giustamente sulle mappe del caldo e sull’aumento delle temperature, soprattutto in Europa, ma a volte sottovalutiamo quanto le fluttuazioni del clima possano esaltare anche il lato opposto, quello del gelo. Non c’è alcuna prova che ogni anomalia sia esclusivamente e direttamente imputabile alle emissioni di gas serra, anche se il Riscaldamento Globale influenza tutto il sistema e tende ad amplificare le variazioni, anche quando parliamo di soli 0,5°C di scarto medio. Sembra poco, ma sugli impatti fa la differenza.
Il ruolo dell’Anticiclone Siberiano
Uno dei protagonisti assoluti del freddo estremo è l’Anticiclone Siberiano (Siberian High). Una gigantesca “cupola” di aria fredda e secca che si sviluppa tra Settembre e Aprile sulla parte nord-orientale dell’Eurasia, in genere centrata nei dintorni del lago Baikal.
Nel cuore dell’Inverno, in quell’area la temperatura dell’aria può spesso scendere sotto i -40°C, con pressione atmosferica che supera facilmente i 1040 hPa. Nei casi più estremi, il termometro precipita verso i -70°C e la pressione resta altissima. È una macchina del freddo impressionante, quasi ostinata.
Gli studi più recenti hanno però evidenziato un indebolimento significativo dell’Anticiclone Siberiano: l’indice SHI mostra un trend negativo di circa -2,5 hPa per decennio tra il 1978 e il 2001, con valori insolitamente bassi rispetto alla serie storica che parte dal 1871. Un dato tutt’altro che marginale.
Un Anticiclone Siberiano più debole significa meno freddo che tracima verso ovest. Ed è uno dei fattori che contribuiscono agli inverni più miti su gran parte dell’Asia continentale extra-tropicale e, di riflesso, anche sulla maggior parte dell’Europa. Con effetti che, quando le configurazioni lo permettono, arrivano fino all’Italia.
AO, NAO e ondate di freddo sull’Europa
Le grandi oscillazioni atmosferiche, Arctic Oscillation (AO) e North Atlantic Oscillation (NAO), sono legate a doppio filo con le irruzioni di aria siberiana in Europa. Quando AO e NAO entrano in fase negativa, il disegno cambia in modo netto:
- la pressione aumenta sull’Artico e diminuisce alle medie latitudini
- il jet stream si abbassa verso l’equatore
- le regioni di media latitudine hanno molte più probabilità di sperimentare ondate di freddo polare durante l’Inverno
Un esempio concreto? L’Inverno 2009-2010, con ben 63 giorni su 90 in condizioni di NAO negativa: la fase più estrema dal 1949. Risultato, molto poco teorico: Europa martellata da ondate di freddo severe e persistenti.
Sono situazioni che nascono dalle normali oscillazioni del sistema atmosferico. Se durano giorni o settimane, le chiamiamo tempo estremo. Se si ripresentano con frequenza per decenni, iniziamo a parlare di cambiamento climatico. Ma, anche qui, il passaggio non è automatico: non tutto è solo ed esclusivamente “colpa” delle emissioni, benché queste ormai influenzino l’intero assetto del clima terrestre.
Blocking atmosferici: quando il freddo resta bloccato su di noi
Un altro tassello fondamentale per capire il grande freddo europeo sono i blocking atmosferici. Con questo termine si indicano configurazioni di alta pressione che bloccano per giorni o settimane il normale scorrimento delle perturbazioni.
Gli inverni freddi in Europa sono spesso associati a blocking sul Nord Atlantico settentrionale, sull’Europa continentale o sulla regione degli Urali. Quando un blocco si forma:
- sul suo fianco orientale affluisce aria molto fredda, in genere dall’Artico o dalle vaste aree continentali della Russia
- queste masse d’aria possono estendersi per migliaia di chilometri, raggiungendo il cuore dell’Europa e a volte anche l’Italia
E, dettaglio importante, questi blocchi non si formano necessariamente perché c’è stato uno Stratwarming. Il SSW può favorire certe configurazioni, ma non è l’unico regista della scena. A volte il copione si scrive “da solo”, dentro la troposfera, per semplice dinamica del flusso.
Altre chiavi del puzzle: ghiaccio artico, neve in Siberia, Vortice Polare
Il quadro si complica ancora un po’ (ma è inevitabile) quando entrano in gioco altri fattori.
C’è il ghiaccio marino artico, ad esempio. La perdita di ghiaccio nel Mare di Barents-Kara ha effetti apparentemente paradossali: la fase di maggiore riduzione avviene tra tardo Autunno e inizio Inverno, ma gli effetti sulle oscillazioni come l’AO e sugli estremi alle medie latitudini si trascinano per tutto l’Inverno, anche a causa dei processi che coinvolgono la stratosfera.
Poi c’è la copertura nevosa in Siberia, un vero precursore del clima invernale europeo. Quando in Ottobre la neve si espande rapidamente, aumenta l’albedo (cioè la capacità del suolo di riflettere la radiazione solare), il terreno si raffredda e l’Anticiclone Siberiano tende a rafforzarsi.
Lo so bene: ogni volta che si accenna a questo tema, molti appassionati meteo sorridono o storcono il naso. Ma il motivo, spesso, è semplice: in Italia la cultura meteorologica è ancora piuttosto limitata rispetto ad altri Paesi europei o al Nord America, dove studi di questo tipo vengono presi molto più sul serio. Non dobbiamo essere tutti scienziati o meteorologi, ma è utile sapere che esistono gruppi di ricerca che, da anni, monitorano proprio la neve in Siberia da Settembre in poi per stimare le potenzialità di un Inverno freddo in Europa.
Infine, il Vortice Polare in stratosfera. Se il Vortice Polare rimane forte e compatto, il flusso occidentale domina, mantenendo l’Europa tendenzialmente mite e umida. Se invece il vortice si indebolisce – o addirittura collassa in seguito a un riscaldamento stratosferico improvviso (SSW) – il risultato può essere una serie di irruzioni fredde importanti sul continente.
Detto ciò, non serve sempre un SSW per vedere arrivare correnti siberiane: a fine Settembre abbiamo già avuto venti in discesa dalla Siberia verso l’Italia, con neve fino a 200 metri nei Balcani. Un assaggio precoce di ciò che quel serbatoio di freddo è ancora perfettamente in grado di fare.
Inverno 2025/2026: cosa ci dicono gli indici
Arriviamo alla domanda che tutti hanno in testa: e quest’Inverno 2025/2026, che succede?
Per l’Inverno 2025/2026 le proiezioni dei modelli climatici indicano una NAO positiva nella prima parte di Dicembre, con possibile transizione verso episodi di NAO negativa tra Gennaio e Febbraio. In mezzo, si intravede la possibilità di un episodio acuto di Stratwarming dopo il 10 Dicembre, con potenziali ripercussioni sul Vortice Polare.
Già solo una NAO e una AO tendenti al negativo, nei mesi centrali dell’Inverno, potrebbero favorire un meteo più tempestoso in Europa, con fasi nevose e gelide nel cuore del continente. E, di riflesso, aumenterebbe il rischio che anche l’Italia venga coinvolta da una o più irruzioni fredde di un certo peso.
Attenzione però alla parola chiave: rischio. Non significa che avremo per forza il gelo siberiano, né che vedremo nevicate diffuse dalla Valle d’Aosta alla Sicilia. Si parla di probabilità, di condizioni favorevoli, non di certezze.
La ricerca continua a mostrare come piccole variazioni nell’intensità dell’Anticiclone Siberiano e nelle grandi oscillazioni atmosferiche possano trasformarsi in impatti molto marcati su scala regionale. Per questo il monitoraggio continuo di indici come AO, NAO, SHI e dello stato del Vortice Polare è oggi cruciale per stimare le ondate di freddo in Europa e, di conseguenza, anche in Italia.
Insomma, gli ingredienti giusti per qualche fase invernale “vera”, magari simile – per impostazione generale, non per copia-incolla – a quella del 2012, non mancano. Non vuol dire che rivedremo la stessa sinottica, gli stessi effetti, le stesse nevicate. Parliamo di un quadro potenziale, non di un copione già scritto.
Chi leggerà solo il titolo, probabilmente dirà che abbiamo annunciato la nuova Era Glaciale. Ma quella, lasciamola pure alla fantasia e alla lettura frettolosa. Il punto reale è un altro: la porta del gelo siberiano non è chiusa per sempre e tra Dicembre e Febbraio potrebbe anche socchiudersi. Quanto, dove e per quanto tempo, ce lo dirà – come sempre – l’atmosfera, passo dopo passo.
Fonti indicative di dati e analisi climatiche: ECMWF, NOAA, WMO (TEMPOITALIA.IT)







