(TEMPOITALIA.IT) L’idea che “non ci siano più gli inverni di una volta” è diffusa e comprensibile, ma non descrive fino in fondo ciò che accade nell’atmosfera. Il freddo esiste ancora, anche quello più intenso, ma segue traiettorie differenti rispetto al passato. È da qui che bisogna partire per capire se e come il Burian possa interessare l’Italia nell’Inverno 2025-2026.
Il serbatoio del freddo: Siberia ancora pienamente attiva
La materia prima non manca. La Siberia continua a rappresentare il principale serbatoio di aria gelida dell’Emisfero nord. In questa stagione la copertura nevosa risulta estesa, in alcuni settori anche superiore alla media. La presenza di neve amplifica l’effetto albedo, riducendo l’assorbimento della radiazione solare e favorendo un raffreddamento intenso del suolo. In aree come la Jacuzia, le temperature possono ancora scendere fino sotto i -50°C, attualmente i valori più bassi raggiungono i -55°C. L’Anticiclone Siberiano è quindi attivo e ben strutturato, pronto a fornire aria gelida.
Il vero ostacolo: la circolazione atmosferica
Avere il freddo a est non è sufficiente. Perché il Burian possa raggiungere l’Europa e l’Italia serve un preciso incastro sinottico. È necessario prima di tutto frenare il flusso zonale atlantico, cioè i venti occidentali miti che scorrono dall’oceano verso il continente. Serve poi un’alta pressione di blocco capace di risalire verso la Scandinavia o il Nord Europa. Solo in questo modo l’aria gelida può muoversi in retromarcia da est verso ovest, incanalandosi verso il Mediterraneo. In assenza di questo schema, il freddo resta confinato tra Russia e Europa orientale.
Amplificazione Artica: il meccanismo chiave dei nuovi inverni
Negli ultimi anni è emerso un fattore determinante. L’Amplificazione Artica. Il Polo Nord si sta riscaldando più rapidamente rispetto alle basse latitudini. Questo riduce il gradiente termico tra Artico ed Equatore e ha un effetto diretto sulla Corrente a Getto, che tende a rallentare e a diventare più ondulata. Una corrente a getto meno tesa favorisce blocchi atmosferici persistenti, con strutture bariche che restano ferme per giorni o settimane. Il paradosso è evidente solo in apparenza. Il Riscaldamento Globale non elimina il freddo, ma può rendere più probabili ondate di gelo intense, perché le masse d’aria, una volta posizionate, si muovono con maggiore difficoltà.
Perché non è più come nel 1929, 1956 o 1985
Anche replicando una dinamica simile ai grandi inverni storici, il risultato oggi sarebbe diverso. Il motivo è semplice. Il fondale climatico è più caldo. L’aria gelida attraversa continenti e mari con temperature superiori rispetto a settant’anni fa e arriva quindi parzialmente addolcita. Spesso basta uno o due gradi in più per trasformare una nevicata storica in pioggia o neve mista. A questo si aggiungono urbanizzazione e isole di calore, che rendono sempre più rari valori estremi come -20°C in Pianura Padana. I record assoluti diventano difficili da eguagliare, anche quando la dinamica è favorevole.
La nuova normalità invernale
Il quadro che emerge è chiaro. Non avremo inverni lunghi, statici e gelidi per mesi, ma fasi brevi e molto intense. Irruzioni fredde rapide, spesso concentrate in 5–7 giorni, capaci però di produrre fenomeni severi. Quando aria gelida continentale interagisce con un Mediterraneo più caldo, l’energia disponibile aumenta. Questo può favorire nevicate molto intense e improvvise, soprattutto in presenza di minimi depressionari profondi o configurazioni favorevoli lungo l’Adriatico.
Il messaggio finale è netto. Il Burian non è scomparso. È diventato più difficile da incastrare, ma quando riesce a muoversi verso ovest può ancora lasciare il segno, in modo rapido, violento e localizzato.
Crediti:
ECMWF, NOAA, WMO, Nature Climate Change, American Meteorological Society (TEMPOITALIA.IT)






