Con l’Europa nella morsa di una vasta ondata di calore (ora in attenuazione, ma di nuovo attiva in Penisola Iberica) e con le numerose vittime già segnalate, restare al fresco non è soltanto una questione di comfort: per molti è una questione di vita o di morte. Tantissime persone si affideranno al ventilatore più che all’aria condizionata, ed è quindi importante sapere che, man mano che la temperatura sale, il ventilatore può passare dal rinfrescarci al riscaldarci.
Quanto caldo è troppo caldo
Ma qual è il limite? Il governo del Regno Unito avverte che sopra i 35°C il ventilatore potrebbe non bastare a prevenire i malori da caldo, mentre l’Organizzazione Mondiale della Sanità colloca il punto di svolta, quello in cui il ventilatore smette di rinfrescare e comincia a riscaldare, intorno ai 40°C. Alcuni studi indicano valori anche più bassi o più alti. La verità è che non esiste una risposta semplice, perché in gioco ci sono diversi fattori.
La cosa fondamentale da sapere è che con l’età si suda in modo meno efficiente: nelle persone anziane il ventilatore inizia a scaldare a temperature inferiori rispetto a quelle valide per i più giovani. Si può però compensare bagnandosi con acqua o inumidendo i vestiti.
Cosa accadrebbe se non sudassimo
La situazione sarebbe molto semplice se non sudassimo. All’ombra, la temperatura della nostra pelle è di norma compresa tra i 35°C e i 37°C. Se l’aria è più fredda della pelle, il calore si trasferisce dal corpo all’ambiente e ci raffredda; se invece è più calda, siamo noi ad assorbire calore. Muovere l’aria con un ventilatore accelera questo scambio termico, in qualunque direzione stia avvenendo.
Proprio per questo, in passato si indicavano spesso i 35°C come la soglia oltre la quale il ventilatore smette di rinfrescarci, ricorda George Havenith della Loughborough University, nel Regno Unito. Quel numero, però, non tiene conto del raffreddamento per evaporazione.
Il peso dell’umidità dell’aria che accentua il calore
L’evaporazione dell’acqua sottrae molto calore alla pelle e ci raffredda anche quando l’aria supera la temperatura corporea. Ma soffiare aria sulla pelle con un ventilatore non ci rinfresca per forza di più, se l’ambiente è troppo secco o troppo umido.
Quando l’aria è molto secca, il sudore evapora alla stessa velocità con cui viene prodotto. In questo caso accendere il ventilatore non serve, perché l’evaporazione non può aumentare ulteriormente: l’aria in movimento si limita a trasferire altro calore alla pelle. Modelli ed esperimenti mostrano, ad esempio, che con un’umidità del 15% e una temperatura di 45°C accendere il ventilatore ci renderà quasi certamente più caldi.
Con l’aumentare dell’umidità, invece, l’evaporazione rallenta perché nell’aria c’è già molta acqua. In pratica, se siamo grondanti di sudore stiamo producendo sudore più in fretta di quanto riesca a evaporare, e in queste condizioni il ventilatore aiuta davvero. Può ancora rinfrescarci, per esempio, fino a un’umidità del 60% e a 38°C. Quando l’umidità sale ancora, tuttavia, l’evaporazione rallenta al punto che il ventilatore smette di dare beneficio, ed è qui che il caldo umido diventa particolarmente insidioso.
“Dipende quindi dall’umidità presente nell’aria”, spiega Havenith. “Ecco perché spesso si guarda al tipo di clima che caratterizza i diversi Paesi”.
L’età che sposta la soglia di pericolo del caldo
L’altro grande fattore è l’età. Invecchiando, la temperatura del corpo e quella della pelle tendono a scendere, ci vuole più tempo prima di iniziare a sudare e si produce meno sudore. Ne consegue che la temperatura alla quale il ventilatore comincia a riscaldarci, a parità di umidità, si abbassa con gli anni.
In questi casi indossare abiti bagnati o spruzzarsi con acqua può essere d’aiuto. È un accorgimento che riduce anche la sudorazione e, di riflesso, il rischio di disidratazione.
Quando il ventilatore non basta più
Contano molti altri elementi, come l’abbigliamento e il grado di adattamento del corpo alle alte temperature. Il punto, però, è questo: chi vive in un’abitazione che si surriscalda facilmente rischia che, durante l’ondata di calore, le temperature interne superino il livello oltre il quale il ventilatore risulta utile, anche bagnandosi con acqua. Nelle grandi città, dove l’isola di calore mantiene alte le temperature persino di notte, il problema si fa ancora più concreto, come conferma la difficoltà a scendere sotto valori elevati quando le colonnine superano i 40°C.
“A quel punto probabilmente si dovrebbe uscire di casa e cercare un luogo più fresco”, conclude Havenith. “Perché la situazione, in quel caso, è davvero critica”.
Fonti e approfondimenti
- Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) – Heat and health
- Loughborough University – George Havenith
- JAMA Network Open – Thermal and Perceptual Responses of Older Adults With Fan Use in Heat Extremes
- Building and Environment – studio sull’efficacia dei ventilatori nel caldo estremo
- Governo del Regno Unito – Hot weather and heatwaves guidance