Una mattina limpida, poi il temporale si inchiodò sulle Apuane
Chi quella mattina si affacciò alla finestra in Versilia vide un cielo pulito, di quelli che promettono una giornata da spiaggia. Nessun bollettino parlava di pioggia. Eppure, poche decine di chilometri più in alto, sulle creste delle Alpi Apuane, l’aria fresca in arrivo da nord stava scavando sotto l’aria umida che saliva dal mare, e lì sopra si era formato un temporale alto oltre dieci chilometri.
Il guaio non fu tanto la sua violenza, quanto la sua immobilità. Restò fermo sullo stesso versante per mezza giornata, come un rubinetto lasciato aperto sopra un imbuto: è il meccanismo che oggi chiamiamo temporale autorigenerante. A Pomezzana i pluviometri registrarono 440 millimetri in otto ore, con punte vicine ai 157 millimetri in sessanta minuti. A Retignano e a Fornovolasco oltre 400 millimetri. Giù in pianura, a Pietrasanta, meno di dieci millimetri. Il confine tra il diluvio e il sereno stava in una manciata di chilometri.
Poi accadde ciò che rende quel giorno diverso da una normale alluvione. Le frane staccatesi dai versanti tapparono i torrenti, formando piccoli laghi provvisori. Quando quei tappi cedettero, l’acqua ripartì tutta insieme. Verso l’una del pomeriggio il torrente Vezza arrivò su Cardoso con ondate alte quattro o cinque metri, portandosi via case, ponti e strade. Alle tre la piena era a Seravezza. Il bilancio fu di quattordici persone tra morte e disperse, quasi tutte nel piccolo borgo di Cardoso.
Giampiero Maracchi e la paternità della bomba d’acqua
Un evento del genere non aveva un nome. I giornali dovevano raccontare a milioni di lettori che in mezza giornata era caduta la pioggia di quattro mesi, e la parola nubifragio suonava troppo consueta. Fu allora che comparve l’espressione bomba d’acqua, destinata a una fortuna enorme e a decenni di polemiche fra gli addetti ai lavori.
A imporla nel linguaggio comune, e soprattutto a darle credibilità scientifica, fu Giampiero Maracchi. Nato a Firenze nel 1943 e scomparso nel 2018, agronomo di formazione, professore emerito di climatologia all’Università fiorentina, fondò e diresse l’Istituto di Biometeorologia del Cnr e guidò l’Accademia dei Georgofili. Fu tra i primi in Italia a spiegare in televisione, senza giri di parole, che il clima stava cambiando e che eventi simili sarebbero diventati più frequenti. Il Vocabolario Treccani, alla voce bomba d’acqua, cita proprio una sua dichiarazione: prima capitava ogni dieci anni, adesso ne abbiamo quattro all’anno.
Una parola con più di un padre
Va detto che la paternità è contesa. Il giornalista Sandro Bennucci de La Nazione ha sempre rivendicato di aver coniato l’espressione proprio raccontando quel 19 giugno 1996. Maracchi la sposò, la spiegò, la difese. Insomma, due strade diverse che riportano allo stesso punto della carta geografica: l’alta Versilia.
Oggi molti meteorologi storcono il naso, perché di ufficiale (ma chi stabilisce l’ufficilità in Italia è ignoto) quel termine non ha nulla. Però funziona, e continua a funzionare. Trent’anni dopo, quando piove così, in Italia si usa ancora quella parola nata tra le Apuane.