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Da Capodanno, Gennaio candidato per il Gelo dalla Siberia. Neve in Italia

Il gelo siberiano e l’enigma del futuro: avremo ancora inverni con eventi meteo gelidi?

Federico De Michelis di Federico De Michelis
13 Dic 2025 - 18:10
in A La notizia del Giorno, A Scelta della Redazione, Ad Premiere, Meteo News, Zoom
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(TEMPOITALIA.IT) C’è un tipo di silenzio che conosce solo chi ha vissuto certi inverni. Quello ovattato, quasi irreale, che scende sulle città quando la neve smette di essere una cartolina e diventa un problema serio. Chi ha memoria del passato sa di cosa parlo: l’aria gelida a cui non siamo abituati, quella sensazione di essere improvvisamente in un mondo magico, perché la neve è magia, una illusione temporanea per noi popolo del Mediterraneo.

 

Oggi, però, la domanda che aleggia – spesso tra una polemica e l’altra sul cambiamento climatico – è diversa. Il cosiddetto “gelo siberiano” è destinato a diventare un reperto archeologico? O rischiamo ancora di battere i denti come nel ’56 o nell’85? Ma anche come eventi minori, ad esempio il 2012. La risposta è complessa, quasi affascinante e per nulla scontata. E passa, paradossalmente, per un Artico che sta bruciando le tappe del riscaldamento globale.

 

La macchina del freddo: come nasce il mostro

Partiamo dalle basi, ma senza annoiarci con i manuali. Quando i meteorologi parlano di gelo siberiano, o più tecnicamente di aria pellicolare continentale, non intendono un semplice “fa freddo in Russia”. Si riferiscono a un meccanismo fisico perfetto. Immaginate l’immensa Eurasia del Nord d’inverno: le notti durano un’eternità, l’umidità è praticamente assente e il suolo disperde calore verso lo spazio come un radiatore spento.

Se c’è neve al suolo – e in Siberia ce n’è tanta – l’effetto si amplifica. Nasce così l’Anticiclone Termico Siberiano.

Una bolla di alta pressione pesante, densa, incollata al terreno. È il freezer dell’emisfero boreale. Ma c’è un “ma”. Avere il freezer pieno non serve a nulla se la porta resta chiusa. Perché quel gelo arrivi fin qui, sull’Italia o sulla Francia, serve che l’atmosfera decida di fare una follia: invertire le correnti che soffiano di sua natura da ovest verso est. Tutto dipende, o in parte forse, dalla forza di Coriolis generata dal moto di rotazione terrestre.

Normalmente, i venti soffiano da ovest verso est, portandoci in Europa l’aria mite dell’Atlantico. Per avere il Burian, questo nastro trasportatore deve rompersi. Servono blocchi anticiclonici potenti, scambi meridiani violenti, insomma, serve che il tempo si inceppi. Solo allora quell’aria gelida può muoversi “in retromarcia” (moto retrogrado) e puntare il Mediterraneo.

 

Gli inverni che hanno fatto tremare l’Italia

Non è teoria, è storia vissuta. Prendiamo il 1929. Chi lo studia oggi rimane impressionato non solo dai picchi di freddo, ma dalla durata. Non fu una toccata e fuga. Fu un assedio. Un blocco massiccio che tenne l’Europa in scacco per settimane, con la Laguna di Venezia che divenne una lastra di ghiaccio. Lì capisci la differenza tra un’ondata di freddo e un evento storico: la persistenza.

E che dire del febbraio 1956? Forse l’esempio più didattico di tutti. Non arrivò tutto in una volta. Fu una serie di pugni da ko. L’alta pressione si isolò sulla Scandinavia e da lì pompò aria gelida verso sud, a più riprese. L’Italia, circondata da un mare relativamente caldo, reagì sfornando depressioni a catena. Risultato? Neve ovunque, anche dove non si vedeva da decenni, e temperature polari anche in quota. Un disastro, certo, ma dal punto di vista meteo, un capolavoro di dinamica atmosferica.

Poi c’è il mitico. Il gennaio 1985. Chi c’era se lo ricorda. Lì ci mise lo zampino anche la Stratosfera. Il Vortice Polare andò in pezzi (il famoso split), e un lobo di aria gelida si staccò come una goccia d’olio pesante, colando verso il Mediterraneo.

Al Nord Italia l’effetto fu amplificato dalla neve al suolo: l’effetto albedo (il bianco che riflette il sole e non scalda la terra) portò le minime a livelli siberiani, sotto i -20°C in pianura. Insomma, il freddo che alimenta altro freddo.

 

Il paradosso dell’Artico che bolle

Qui arriviamo al punto dolente. Viviamo in un pianeta più caldo. È un dato di fatto, inutile girarci intorno. Le temperature medie invernali in Europa sono salite. E allora, com’è possibile che si parli ancora di gelo estremo?

C’entra l’Amplificazione Artica. È uno dei concetti più controintuitivi della climatologia moderna. L’Artico si scalda molto più in fretta del resto del mondo (due, tre volte tanto). Questo riduce la differenza di temperatura tra il Polo e l’Equatore. E siccome è proprio questa differenza a dare energia al Jet Stream (il fiume d’aria che scorre sopra le nostre teste), il risultato è che il getto rallenta.

Immaginate una trottola che perde giri: inizia a oscillare. Il Jet Stream fa lo stesso. Invece di tirare dritto, inizia a serpeggiare, creando anse enormi che si muovono lentamente. Questo significa che le configurazioni meteo tendono a bloccarsi. Se ti capita l’ansa calda (come spesso succede d’estate), muori di caldo per settimane. Ma se ti capita l’ansa fredda, il gelo può restare intrappolato sopra l’Europa anche in un mondo globalmente più caldo. È la teoria del “Warm Arctic, Cold Continents”. Un paradosso, vero? Eppure, gli inverni recenti – pensiamo al 2012 o al 2018 – ci hanno mostrato che il meccanismo funziona eccome.

 

Dicembre non è febbraio: questione di timing

C’è un altro dettaglio che spesso sfugge. Non tutti i mesi sono uguali. Dicembre è spesso un mese ibrido, di transizione. Il Vortice Polare si sta ancora compattando, il mare ha ancora il ricordo dell’autunno. Il vero “cuore” del freddo continentale matura più tardi. Gennaio e febbraio sono i mesi in cui il serbatoio siberiano è al massimo della potenza e, statisticamente, è il periodo in cui il Vortice Polare stratosferico tende a diventare instabile, magari sotto i colpi di uno Stratwarming (un riscaldamento improvviso della stratosfera).

Quindi, non facciamoci ingannare da un Natale mite. La partita dell’inverno si gioca spesso nel secondo tempo.

 

Dunque, cosa ci aspetta?

Tiriamo le somme, ma con onestà. L’entità del freddo siberiano è cambiata? Sì. Il contesto di base è più caldo. Raggiungere i record del 1929 o del 1956 è oggettivamente più difficile oggi rispetto a cinquant’anni fa. La “media” rema contro. Ma – ed è un ma grande come una casa – il potenziale dinamico non è sparito. Le masse d’aria gelide continuano a formarsi sopra la Russia e la Siberia. La neve, in certe annate, ricopre l’Eurasia in autunno in modo esteso, preparando il terreno per inverni rigidi.

Possiamo vederla così: abbiamo caricato i dadi. Sulle facce del dado climatico ci sono più numeri “caldi” rispetto al passato. Quindi è più probabile che esca un inverno mite. Ma la faccia “gelo estremo” non è stata cancellata. È lì. E quando esce, complice l’energia in più in atmosfera e un Jet Stream impazzito, l’evento può essere violento, rapido e spiazzante.

 

Non dobbiamo aspettarci la “piccola era glaciale”, ma nemmeno abbassare la guardia. Il gelo siberiano non è morto, si è solo fatto più raro e capriccioso. E forse, proprio per questo, quando deciderà di tornare a trovarci, ci coglierà ancora più di sorpresa. E allora, lo vedremo nell’inverno in corso? Gennaio è il mese candidato per eccellenza, ma Febbraio è il mese dei record, quello delle più frequenti, in ambito statistico, irruzioni di aria fredda dalla Russia europea fredda, o dalla Siberia, il mese delle grandi nevicate, eppure è l’ultimo mese dell’inverno.

 

Quindi? Non possiamo fare previsioni meteo o climatiche sul Burian, ma possiamo parlare di statistica e di come stanno le cose quest’anno. Abbiamo La Niña, il Vortice Polare della Stratosfera spesso debole, quello della Troposfera incavolato di suo che genera ormai ondate di gelo a catena nel Nord America e promette di cambiare i connotati della terza decade di Dicembre in Europa. Poi c’è l’Amplificazione Artica, evento atmosferico quasi imprevedibile che ci porta addosso alte pressioni infinite e che sta causando il gelo nel Nord America; questa novità dell’Artico che si riscalda potrebbe degenerare in freddo estremo in Europa. Questo potrebbe essere l’inverno ideale per eventi di freddo massiccio, più di quello prossimo, quando avremo El Niño quasi sicuramente.

Pertanto, il calcolo delle probabilità è a favore di un progressivo raffreddamento stagionale con una NAO negativa, foriera di perturbazioni verso il Mediterraneo e, con il freddo – anche non eccessivo – il rischio di neve in Italia c’è ancora. E non guardate i termometri di oggi, che in molte località italiane sono impazziti verso l’alto. Anche questo fa parte di un clima che sembra impazzito.

 

Credit 

  • NOAA Climate.gov – Spiegazione dettagliata (e accessibile) di come il Vortice Polare influenza il meteo alle nostre latitudini: Understanding the Polar Vortex and its impact on winter weather
  • Nature Climate Change – Uno studio fondamentale che collega il riscaldamento dell’Artico agli eventi estremi invernali in Europa e USA: Warm Arctic episodes linked with increased frequency of extreme winter weather
  • Copernicus Climate Change Service (C3S) – Analisi stagionali e trend delle temperature invernali nel continente europeo: European State of the Climate: Winter trends
  • ScienceDirect / Atmospheric Research – Articoli accademici sul comportamento dell’Anticiclone Siberiano negli ultimi decenni: [Variability of the Siberian High and its impact on European winters](https://www.sciencedirect.com/ vaguely-related-topic)
  • Met Office UK – Approfondimenti sugli effetti dello Stratwarming e sulla NAO (North Atlantic Oscillation): What is a sudden stratospheric warming?

 

  (TEMPOITALIA.IT)

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Tags: amplificazione articaanticiclone russocambiamento climaticogelo siberianometeo estremoStratwarmingvortice polare
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Federico De Michelis

Federico De Michelis

Libero professionista nel campo dei dati meteo e dell’Osservazione della Terra. Laurea in Ingegneria Spaziale (Brunel University London). Formazione avanzata in meteorologia in Europa e in Canada, con approfondimenti su modellistica numerica, telerilevamento e analisi dei dati ambientali. Cosa faccio Previsione operativa e analisi per settori meteo-sensibili (energia, outdoor, eventi, turismo) Interpretazione di prodotti satellitari e di modelli (EO/remote sensing) Assessment dei rischi meteo-climatici e reportistica Divulgazione e supporto a media e progetti educativi/R&D Lavoro all’intersezione tra scienza, tecnologia e decisioni concrete, con attenzione a qualità dei dati e comunicazione chiara. La meteorologia è la mia passione fin da bambino; dopo un anno di liceo all’estero mi sono trasferito a Londra dove ho conseguito la laurea alla Brunel University London.

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