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Mediterraneo, cronaca della stagione degli uragani del 2060

Antonio Lombardi di Antonio Lombardi
04 Lug 2026 - 13:10
in A La notizia del Giorno, A Scelta della Redazione, Cambiamento Climatico
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Uragani nel Mediterraneo, cronaca dal 2060: la stagione che nessuno vuole vivere

Sottotitolo: Un racconto di anticipazione climatica, costruito su scenari scientifici reali, immagina la stagione ciclonica mediterranea del 2060: ventuno tempeste, cinque uragani maggiori e un mare ormai tropicale.

Quello che segue è un esercizio di fantasia, uno scenario immaginario ambientato nel 2060. Nessuno degli eventi descritti è realmente accaduto, ma la fisica che c’è dietro, quella sì, è tremendamente concreta.

E se il Mediterraneo diventasse più caldo dei mari tropicali? Non è una provocazione da bar. I dati sul riscaldamento delle acque del nostro bacino raccontano già oggi anomalie impressionanti, e i modelli climatici suggeriscono che i Medicane, i cicloni tropicali mediterranei, potrebbero un giorno trasformarsi in veri uragani. Proviamo allora a immaginare, con un salto in avanti di oltre trent’anni, come potrebbe apparire una stagione ciclonica nel Mare Nostrum del futuro.

 

Una stagione fuori da ogni logica

Il 2060, in questo scenario, passa alla storia come l’anno degli uragani mediterranei. Ventuno depressioni tropicali, diciassette tempeste con nome, dieci uragani veri e propri e ben cinque sistemi di categoria maggiore. Numeri da Atlantico, non da mare chiuso. E c’è un dettaglio che cambia tutto: il Mediterraneo è circondato dalla terraferma. Insomma, quasi ogni tempesta, salvo qualche depressione sfuggita al largo, finisce per colpire qualcuno.

La stagione, di fatto, dura tutto l’anno. La prima depressione nasce già il 27 Febbraio, l’ultima si spegne a fine Dicembre. Il grosso dell’attività, però, si concentra tra Giugno e Novembre, quando le acque superficiali, ormai stabilmente sopra i 30°C, offrono energia praticamente illimitata. Un serbatoio di calore che oggi conosciamo bene, visto che il mare italiano supera già certe soglie critiche con inquietante regolarità.

 

Gillian, il mostro che piega la Sicilia

Tra Luglio e Agosto arriva il primo colpo durissimo. Gillian nasce a sud della Turchia a metà Luglio, sfiora Creta come uragano di prima categoria e poi esplode: 240 km/h di vento al picco, categoria 4 piena. L’impatto sulla Sicilia nordorientale avviene da categoria 3. Case scoperchiate, blackout, mareggiate devastanti. Il ciclone riemerge sul Tirreno, si rinforza di nuovo e punta il Lazio, abbattendosi vicino a Roma come categoria 2 prima di sfaldarsi sull’Appennino. Il bilancio immaginato fa venire i brividi: 237 vittime e circa 5,5 miliardi di euro di danni.

Diciamolo, oggi sembra fantascienza. Eppure la Sicilia è già ora una delle zone predilette per la formazione dei cicloni mediterranei.

 

Isabel, il primo categoria 5 del Mare Nostrum

Il capitolo più nero della stagione porta il nome di Isabel. Si forma a nord della Libia il 2 Agosto, colpisce la Sicilia occidentale da categoria 2, poi vira verso ovest e trova acque roventi. Passa a sud della Sardegna da categoria 3 e continua a intensificarsi fino all’impensabile: categoria 5, la massima della scala. Con quella furia si abbatte sulle Isole Baleari, radendo al suolo intere località costiere, e prosegue verso la Spagna, dove tocca terra da categoria 3.

Il conto finale, in questo racconto, è apocalittico: 1.267 morti e 31 miliardi di euro di danni. Il Mediterraneo occidentale, da paradiso turistico a zona di guerra meteorologica. In effetti, il vero elemento inquietante non è il singolo evento, ma la capacità del mare di sostenere un ciclone simile per giorni.

 

Jake su Venezia, Miranda ovunque

Pochi giorni dopo, mentre la Spagna conta ancora le macerie, l’Adriatico vive il suo incubo. Jake sale da sud, si intensifica a ridosso del Montenegro e raggiunge i 195 km/h nel cuore del bacino. Il landfall avviene vicino a Venezia, tra la prima e la seconda categoria. Una tempesta del genere sulla laguna significa acqua alta mai vista, e il conto sale a 11 miliardi di euro e 56 vittime.

Poi c’è Miranda, a Settembre. Un ciclone instancabile che tocca Malta da tempesta tropicale, sfiora Tunisia e Sicilia da categoria 2, flagella l’Italia, la Corsica e la Sardegna da categoria 3, lambisce la Francia meridionale e chiude la sua corsa sulla Spagna settentrionale. Quasi 19,5 miliardi di euro di danni e 445 morti lungo un percorso che attraversa mezzo bacino. Un tour della distruzione, verrebbe da dire.

 

Le altre tempeste, tra Corsica e Nord Africa

Il resto della stagione non è certo acqua fresca. Ad Aprile, quando oggi si parla al massimo di piogge primaverili, l’uragano Anna colpisce la Corsica e poi la costa vicino a Monaco con venti di 130 km/h, causando 245 milioni di euro di danni e 24 vittime. A Giugno il ciclone Daniel raggiunge la Tunisia dopo aver sfiorato la Sicilia da categoria 2. Fabian, a Luglio, attraversa il Sud Italia e risale l’Adriatico fino a un secondo approdo a nord di Pescara.

E ancora Lee, che a Settembre entra da uragano sulla Liguria vicino a Genova lasciandosi dietro 115 milioni di euro di danni, mentre in autunno Olga e Rebecca si accaniscono su Baleari, Spagna e Marocco. Perfino Israele e la Libia, con Norman su Tripoli, finiscono nella lista. Nessun angolo del bacino resta davvero al riparo.

 

Fantasia sì, ma con i piedi nella scienza

Torniamo al presente, per fortuna. Questo 2060 non esiste, è un racconto. Però il meccanismo che lo renderebbe possibile è già in moto: un mare che accumula calore anno dopo anno, ondate di calore marine sempre più lunghe, Riscaldamento Globale che corre più veloce delle previsioni. Gli studi sui modelli climatici regionali indicano che con un ulteriore aumento delle temperature superficiali i cicloni mediterranei, pur forse meno frequenti, diventeranno più intensi. Il confine tra Medicane e uragano vero, insomma, potrebbe assottigliarsi.

Meglio pensarci ora, finché il 2060 resta soltanto sulla carta.

 

Credit

  • Copernicus Marine Service
  • ESA, NASA Earth Observatory
  • EUMETSAT
  • Environmental Research Letters

 

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Antonio Lombardi

Antonio Lombardi

Dopo aver conseguito la laurea in Geologia presso l’Università degli Studi di Milano nel 2000, ha proseguito il suo percorso accademico con una seconda laurea in Astronomia presso l’Università "La Sapienza" di Roma, ottenuta nel 2006. L'interesse per l'astronomia lo ha portato successivamente a intraprendere un Master di specializzazione in Astronomia presso l’University of Arizona (Tucson, USA), uno dei principali centri internazionali per la ricerca astrofisica. In ambito professionale, si occupa anche di insegnamento, sia in contesti scolastici che in corsi e laboratori rivolti al pubblico generale, con un forte focus sull’approccio interdisciplinare tra geologia, astronomia e scienze ambientali.

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