Quaranta gradi. È il numero che fa notizia, quello che finisce nelle fotografie dei termometri appesi ai muri di Piazza Duomo, a Milano, e nei titoli di apertura dei telegiornali. Eppure il caldo che piega davvero le gambe, molto spesso, si ferma qualche tacca più in basso. Trentacinque, magari trentasei gradi. E fa più male.
Il motivo ha un nome che conosciamo tutti, ma che maneggiamo con una certa superficialità: l’umidità dell’aria.
Torrido non vuol caldo umido, ma secco
C’è un vizio linguistico che torna puntuale ogni estate, sui quotidiani come nei notiziari. Si legge “caldo torrido e umido”, come se le due cose potessero stare insieme. Non ci stanno. Torrido descrive il calore secco. Quando invece l’aria è impregnata di vapore, il termine corretto è un altro: afoso. C’è l’afa, appunto – parola vecchia, popolare, precisa – e vale di usarla correttamente.
Non è pignoleria, ma essendo anche un termine italiano, dato che in meteorologia molti sono in inglese, chiamare le cose con il nome giusto – specie se con termini semplici – aiuta a capire che cosa sta succedendo al corpo. Con l’aria satura, il sudore fatica a evaporare, e se il sudore non evapora l’organismo perde il suo sistema di raffreddamento principale. Ecco perché con 35°C e un tasso di umidità alto la sensazione termica può arrivare tranquillamente a 40°C. A volte anche oltre. Il termometro, intanto, se ne sta lì tranquillo a segnare un valore molto più basso e sembra darci torto.
Un mare che non si raffredda più
Il problema italiano nasce dall’acqua. L’Italia è una penisola distesa dentro il Mar Mediterraneo, circondata da un bacino chiuso, poco profondo in molti tratti, che nel corso degli ultimi decenni si è surriscaldato in modo evidente. Nel 2026 la situazione si è spinta ancora più in là: le acque superficiali – misurate a un metro di profondità e al largo, non sotto la battigia dove il dato si gonfia sempre – hanno superato i 30°C, con picchi di 31°C. E nei prossimi giorni si andrà probabilmente oltre.
Un mare così caldo evapora. Rilascia vapore acqueo di continuo, giorno e notte, e quel vapore finisce nell’aria che respiriamo, si mescola con le masse d’aria calda in arrivo dai quadranti meridionali e produce quella cappa che conosciamo bene: pesante, appiccicosa, insopportabile anche dopo il tramonto, quando la temperatura scende di poco e l’umidità relativa schizza verso l’alto. Insomma, il Riscaldamento Globale non si manifesta soltanto con i record del termometro. Passa anche – e forse soprattutto – con un incremento del tasso di umidità, parallelamente alla crescita della temperatura, peggiorando gli effetti delle ondate di calore.
Quello che il termometro non dice
In Italia non abbiamo l’abitudine di ragionare in termini di temperatura percepita. Si guarda il numero, punto, quello del termometro. Peccato che quel numero, da solo, sia un indicatore parziale: dice quanto è calda l’aria, non quanto è faticoso viverci dentro. Sono due informazioni diverse, e la seconda è quella che conta quando si tratta di anziani, bambini piccoli, lavoratori all’aperto, persone con patologie cardiovascolari. Ma scusate, chi è sano non è che non percepisca il caldo afoso e la sensazione termica, così la sentono coloro che lavorano all’aperto, magari con indumenti che non lasciano traspirare. Insomma, l’afa è una trappola di calore.
Altrove hanno risolto chiarito da parecchio tempo che la sensazione termica viene di paralleo alla temperatura dei termometri. Negli Stati Uniti d’America il servizio meteorologico nazionale diffonde da anni tabelle di heat index che incrociano temperatura e umidità relativa; in Canada si usa l’humidex, un indice che finisce dritto nei bollettini quotidiani e che la gente ha imparato a leggere. È una scelta divulgativa, ripetuta per decenni, che ha prodotto un pubblico più preparato. E qui sta la differenza vera: là fuori la meteorologia ha uno spazio riconosciuto nei mass media, mentre da noi resta spesso un riempitivo di fine notiziario. C’è un TG nazionale che viene trasmesso nelle regioni, dove alla fine ci sono le previsioni meteo che spesso vengono tagliate, sovente al pomeriggio ci sono le previsioni del mattino, si avete letto bene. La meteo trattata come un servizio inutile, insomma, ma che tutti cercano ogni giorno.
I 50 gradi
Il risultato di questa lacuna lo abbiamo visto anche di recente, e su testate di rilevanza nazionale. Titoli che sostenevano che c’erano stati 50°C in questa o quella città, senza specificare che si trattava di temperatura percepita, non di un dato termometrico. Un errore che sembra piccolo e invece confonde parecchio, perché mescola due grandezze che vanno tenute separate.
Servirebbe il contrario, diciamolo: grafici puliti in cui si legga da una parte la temperatura reale, dall’altra quella percepita. Due colonne, due colori, nessuna ambiguità. Chi legge capisce al volo, e chi deve decidere le proprie attività. Serve migliorare la cultura della meteo, eppure in Italia ci sono da decenni siti web che narrano, spiegano, ma la conoscenza di questa materia spesso si limita alle iconcine di previsione.
Afa opprimente, non solo nella costa
Verrebbe da pensare che il fenomeno riguardi le zone rivierasche e poco altro. Sbagliato. La fascia costiera e precostiera della Penisola, insieme alle Isole Maggiori e alle isole minori, paga il conto più salato, questo è vero. Ma la Pianura Padana non sta certo meglio: terreni irrigati, corsi d’acqua, scarsa ventilazione e una conca chiusa fra Alpi e Appennini creano una trappola di vapore che nelle giornate senza brezza diventa opprimente.
E poi ci sono le vallate prealpine, dove l’aria ristagna e l’indice di calore supera di parecchio ciò che leggiamo sui display delle stazioni. Il vento, quando c’è, aiuta: rimescolano l’aria e alleggeriscono l’atmosfera. Ma con brezze deboli, cielo sereno e ore di insolazione lunghe, il disagio si accumula. Ed è la durata, alla fine, il fattore che logora di più: tre giorni consecutivi di afa pesano più di un singolo pomeriggio bollente. Però, in questo 2026 ormai sono mesi che l’afa ed il caldo non vanno via.
Quello che proveremo a fare
Nei prossimi mesi cercheremo di offrire schemi chiari su questo doppio binario: temperatura prevista da una parte, temperatura percepita prevista o misurata dall’altra. Senza tecnicismi inutili, senza numeri buttati lì per impressionare. Ci proveremo nella maniera più lineare possibile, sperando di non aggiungere confusione a un tema che ne ha già raccolta troppa.
Perché il caldo davvero pericoloso, quello che manda in tilt il corpo umano, non sempre porta con sé il numero tondo che tutti aspettano.
Credit
- World Meteorological Organization – standard internazionali su indici di calore e comunicazione del rischio.
- NOAA National Weather Service – Heat Index – metodologia di calcolo della temperatura percepita.
- Copernicus Marine Service – dati sulle temperature superficiali del Mar Mediterraneo.
- Environment and Climate Change Canada – indice humidex e bollettini di allerta caldo.
- Nature – letteratura scientifica su ondate di calore e stress termico.