(TEMPOITALIA.IT) Capita spesso, parlando con dirigenti e allenatori, di sentire questa idea della semina. Ma stavolta — non so bene perché — l’immagine mi resta più attaccata del solito. Forse perché i GIOCHI INVERNALI di MILANO CORTINA 2026 non sono più un miraggio lontano: li si percepisce già nei discorsi, negli sguardi, persino nei corridoi nevosi delle valli del NORD ITALIA, dove il freddo a volte pizzica a -7°C e altre volte ti sorprende con un inatteso 4°C, come se l’inverno non avesse ancora deciso che tono darsi.
Flavio Roda, presidente della Fisi, la mette così: adesso bisogna raccogliere. E mentre lo dice — lui che ha l’aria di chi queste montagne le ha guardate per una vita intera — si capisce che non sta parlando solo di medaglie. Raccogliere significa dare continuità, costruire convinzione. «Cominciare a macinare risultati nelle gare di Coppa del Mondo», sottolinea, come se quelle discese e quei tracciati sparsi tra le ALPI e qualche pista d’OLTRE EUROPA fossero una specie di tirocinio emotivo, prima ancora che sportivo.
E in effetti febbraio arriva sempre subito. Anche quando sembra lontanissimo.
Un mosaico complicato
C’è poi tutta quella galassia Fisi che, vista da fuori, sembra un’organizzazione compatta; osservata da vicino, invece, rivela un dedalo di discipline, squadre, staff, viaggi, materiali, manutenzioni. Quindici discipline, undici olimpiche, circa quattrocento atleti che oscillano tra raduni in quota, trasferte, test sugli sci o sul ghiaccio, sessioni video, riunioni tecniche.
Ogni tanto, mentre ascolto Roda parlare, mi torna in mente un’immagine: i furgoni carichi di attrezzatura che risalgono una strada di montagna all’alba. Neve farinosa ai bordi. L’aria ferma a -2°C. Qualche atleta che si stringe il cappuccio perché il vento, quando cambia direzione, arriva diretto sulla faccia.
Dentro tutto questo ci sono i campioni — quelli che riconosce anche chi non segue abitualmente gli sport invernali — ma ci sono anche i ragazzi giovani, quelli che magari ancora non hanno imparato a convivere con l’ansia buona delle grandi occasioni. A loro serve il meglio. Materiali adeguati, staff completi, attenzione quotidiana. E servono risorse.
E qui entra in scena Enel, partner che Roda cita con una gratitudine molto concreta, non formale. Electricity Premium Partner, certo, ma soprattutto una spalla. «Un supporto di questo tipo è di aiuto per tutti», insiste. Perché non basta avere talento: serve arrivare preparati, sereni, con la sensazione che alle spalle ci sia una rete solida.
Mi colpisce, nel discorso, quella parola “insieme”. Forse perché nello sport di montagna si tende a immaginare sempre il singolo — lo sciatore che scende, il fondista che resiste, il combinatista che incrocia le gambe nel salto — ma la verità è che dietro ogni atleta c’è una specie di minuscolo esercito. E senza certe partnership, ammette Roda, quel lavoro enorme non reggerebbe.
Un passo in avanti, un salto di qualità. O, più precisamente, una fiducia reciproca che vuole durare oltre il 2026. Mi piace questa idea del pensare lungo. Perché lo sport invernale, più di altri, vive di cicli lunghi. Di formazione. Di generazioni che si passano il testimone.
Temperature basse, ambizioni alte
Poi la scena cambia. O meglio: resta la neve, ma il suono è diverso. Più compatto, più pulito. È il ghiaccio.
Da una parte le montagne, dall’altra le piste indoor dove la temperatura resta inchiodata attorno ai -5°C, con quella luce artificiale che riflette sulle lame dei pattini.
Andrea Gios, presidente della FISG, lo dice senza troppi giri di parole: «Ai Giochi vogliamo essere protagonisti». E l’affermazione non suona come un annuncio, ma come la naturale continuazione di ciò che è già successo: i risultati di PECHINO 2022, i migliori della storia della federazione.
Deve essere particolare, per chi vive di ghiaccio, prepararsi a un’Olimpiade “di casa”. Non c’è solo l’aspetto tecnico: c’è la pressione, certo, ma c’è anche quell’adrenalina un po’ tenera che arriva quando sai che molti tifosi non dovranno attraversare mezzo CONTINENTE per sostenerti.
Pattinaggio, curling, short track… ognuna di queste discipline ha una sua piccola liturgia. I gesti ripetuti, le prove, le rifiniture. Gios parla di «minimi dettagli», e non faccio fatica a crederci: nel ghiaccio i minimi dettagli fanno tutto. Un’inclinazione di troppo, una lama affilata male, un respiro anticipato.
E poi c’è la questione più ampia: crescere nuovi talenti. Allargare la base. Creare non solo campioni, ma generazioni future. «Ampliare il numero di giovani pronti a competere ai più alti livelli», dice Gios. Una frase che, in un certo senso, racconta già il progetto. Un movimento che non vuole limitarsi all’evento, ma che punta a uscire più forte di come è entrato.
Quel filo che unisce neve e ghiaccio
Roda e Gios parlano di federazioni diverse, ma c’è una cosa che li accomuna: la sensazione che Milano Cortina non sia solo un appuntamento. È un punto di svolta, uno di quelli che ti costringono a guardare a lunga distanza.
E mentre le temperature invernali oscillano — a volte troppo miti, altre pungenti come vent’anni fa — la sensazione è che il freddo, quello vero, serva ancora. Non per romanticismo, ma perché su neve e ghiaccio il clima si sente sulla pelle. A -10°C le superfici sono più vive, reagiscono. A 3°C diventano scivolose, capricciose. Gli atleti lo sanno. Gli allenatori lo sanno. Le federazioni ci convivono.
Forse, in fondo, la vera semina sta proprio qui: nel lavorare dentro un ambiente in continua trasformazione, cercando stabilità dove stabilità non c’è. Nel preparare le squadre come se fossero il frutto migliore di una stagione incerta.
E forse è questo che rende i Giochi tanto attesi: la promessa che, per una manciata di giorni, tutto quel lavoro sotterraneo emergerà in superficie. Come neve fresca dopo una notte di silenzio. (TEMPOITALIA.IT)










